STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso del -0,8%%. Deboli anche futures sull’S&P 500 (-0,2%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,4%), dopo che ieri gli indici Usa hanno aggiornato nuovi massimi storici. Anche il Dow Jones aveva toccato nuovi record per la prima volta nel 2026.
Nelle ultime ore il tono dei mercati è cambiato rapidamente, con il ritorno delle tensioni geopolitiche che ha spinto nuovamente al rialzo il petrolio e provocato una correzione degli indici azionari dopo la buona seduta registrata ieri. Il cambiamento del sentiment arriva dopo che gli Stati Uniti hanno effettuato una nuova serie di attacchi definiti “difensivi” e introdotto ulteriori sanzioni per impedire all’Iran di trarre profitto dal traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Secondo un funzionario americano, le forze statunitensi hanno abbattuto droni iraniani lanciati contro una nave commerciale e colpito anche un sito iraniano utilizzato per il lancio di droni nelle vicinanze dello Stretto. Washington continua a sostenere che il cessate il fuoco sia ancora in vigore, mentre da Teheran è arrivata la rivendicazione di un attacco contro una base americana come risposta alle operazioni statunitensi.
Le ultime 24 ore sono state dominate da continui sviluppi sul conflitto. La notizia principale della giornata precedente era arrivata dalla televisione di Stato iraniana, che aveva parlato di una bozza non ufficiale di accordo temporaneo di pace. Secondo quanto riportato dai media iraniani, il piano avrebbe previsto il ritorno alla normalità del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz entro un mese, mentre gli Stati Uniti avrebbero revocato il blocco imposto ai porti iraniani.
L’ipotesi di una riapertura dello Stretto aveva inizialmente alimentato un forte rally dei mercati, sostenuto dalle aspettative di una normalizzazione dei flussi energetici globali. Successivamente la Casa Bianca ha definito il report iraniano una “completa invenzione”, ridimensionando le speranze di un accordo imminente.
Il presidente americano Donald Trump, nel corso di un’intervista a PBS, ha inoltre dichiarato che l’Iran non otterrà alcun alleggerimento delle sanzioni in cambio della rinuncia al proprio uranio altamente arricchito. Poco dopo la chiusura dei mercati europei, Trump ha aggiunto di non essere “soddisfatto” dello stato attuale dei negoziati, affermando che “forse dovremo tornare indietro e finirla”.
Dopo la chiusura di Wall Street, un alto parlamentare iraniano ha respinto le dichiarazioni del presidente americano, sostenendo che le pressioni di Washington non convinceranno Teheran ad abbandonare le proprie “linee rosse” relative all’uranio arricchito, al controllo dello Stretto di Hormuz e alla rimozione delle sanzioni.
La seduta di ieri era stata invece sostenuta dal forte calo del petrolio, che aveva ridotto le preoccupazioni legate all’inflazione e spinto gli investitori a ridimensionare le aspettative di rialzi aggressivi dei tassi d’interesse. La probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Fed entro dicembre è scesa al 62% alla chiusura di ieri, rispetto al 66% della seduta precedente. Anche sul fronte Bce, il mercato ha ridotto a 58 punti base i rialzi attesi entro fine anno, in calo di -2,1 punti base rispetto al giorno precedente. Una parte di questi movimenti viene ora riassorbita nella seduta odierna.
Le attese arrivano dopo le dichiarazioni restrittive del governatore Fed Lisa Cook, che nella tarda serata americana ha affermato di essere “molto attenta al rischio che l’inflazione elevata possa radicarsi nell’economia” e di essere “pronta ad aumentare i tassi se il previsto rallentamento dell’inflazione non dovesse concretizzarsi in tempi adeguati”.
Prima delle vendite di questa mattina, la seduta di ieri a Wall Street aveva mostrato un andamento misto. Lo S&P 500 aveva chiuso piatto e il Nasdaq del +0,1%, aggiornando entrambi nuovi massimi storici. Il paniere dei Magnificent 7 aveva sovraperformato con un rialzo del +0,9%.
I progressi erano arrivati nonostante il calo del Philadelphia Semiconductor Index (-1,4%) e il numero dei titoli in ribasso superiore a quello dei titoli in rialzo per la seconda seduta consecutiva all’interno dello S&P 500.
In Europa, lo Stoxx 600 ha terminato la giornata di ieri piatto, portandosi a meno dell’1% dai massimi storici di febbraio. In positivo anche il Ftse 100 (+0,1%) e il Cac 40 (+0,4%), mentre il Ftse Mib ha chiuso in ribasso del -0,6%.
ASIA
In Asia prevalgono forti vendite. Il Kospi perde il -3,6%, risultando il listino più debole dell’area, mentre l’Hang Seng arretra del -2,1%, penalizzato soprattutto dalla debolezza del comparto tecnologico. In calo anche il Nikkei (-1,3%) e l’S&P/ASX 200 australiano (-1,6%). I listini cinesi continentali limitano invece le perdite a meno dell’1%.
Il Giappone torna al centro dell’attenzione dei mercati obbligazionari dopo che il partito di maggioranza ha iniziato a valutare l’emissione di nuovi “bridging bond” destinati a sostenere crescita economica e sicurezza nazionale. L’iniziativa conferma la crescente attenzione politica verso il rialzo dei rendimenti governativi e l’aumento della pressione sui conti pubblici.
L’ipotesi allo studio prevede l’emissione di titoli temporanei garantiti da future coperture fiscali, con l’obiettivo di finanziare un nuovo piano pluriennale di investimenti senza compromettere, almeno nelle intenzioni del governo, la disciplina di bilancio.
Tokyo continua infatti a ribadire l’obiettivo di ridurre progressivamente il rapporto tra debito pubblico e Pil, anche se il mercato resta prudente di fronte al rischio di un possibile allentamento fiscale. I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi continuano a muoversi al rialzo, riflettendo i timori degli investitori sull’aumento dell’offerta di debito e sulle prospettive di spesa pubblica.
Sul mercato valutario, il dollaro consolida i massimi dell’ultima settimana, sostenuto dal ritorno delle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico e dal riaccendersi delle ostilità tra Israele e Libano. Lo yen giapponese torna intanto ad avvicinarsi alla soglia di 160 contro il dollaro, livello considerato particolarmente sensibile dal governo di Tokyo dopo che proprio quell’area aveva spinto in passato le autorità giapponesi a intervenire direttamente sul mercato dei cambi per sostenere la valuta nazionale.
SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,71%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 70 punti base.
L’attenzione degli investitori resta concentrata soprattutto sulle aste del Tesoro, che tornano a proporre sul mercato fino a 10,5 miliardi di euro attraverso le riaperture di tre Btp con scadenze a cinque, dieci e venti anni, oltre a due Ccteu in scadenza nel 2035 e nel 2036.
Particolare interesse ruota attorno al Btp luglio 2036, alla sua seconda tranche dopo il collocamento sindacato effettuato a metà aprile nel pieno delle tensioni geopolitiche legate alla crisi iraniana. In quell’occasione il titolo era stato assegnato con un rendimento del 3,87%.
Ieri sera il Btp luglio 2036 trattava sul mercato grigio con un rendimento attorno al 3,74%. Se il livello dovesse essere confermato anche in asta, rappresenterebbe il rendimento più basso registrato dalla fine di febbraio, immediatamente prima dell’offensiva avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
PETROLIO
Il petrolio torna a salire con forza dopo i nuovi attacchi registrati nel Golfo Persico e dopo l’inasprimento della pressione americana su Teheran attraverso nuove sanzioni, mentre Stati Uniti e Iran restano ancora lontani da un’intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.
Il Brent supera i 97 dollari al barile dopo il crollo superiore al 5% registrato nella seduta di ieri, mentre il West Texas Intermediate risale in area 92 dollari.
Secondo un funzionario americano, le forze statunitensi hanno effettuato raid aerei contro un sito militare iraniano e colpito altri obiettivi nelle vicinanze di Hormuz. In risposta, le Guardie Rivoluzionarie iraniane avrebbero preso di mira la base americana da cui era partito l’attacco, secondo quanto riportato da Press TV.
Nuove tensioni sono emerse anche dal Kuwait, dove le difese aeree hanno dichiarato di essere intervenute contro minacce missilistiche e droni. L’episodio conferma la fragilità dell’attuale cessate il fuoco, mentre il conflitto che da mesi condiziona i mercati finanziari globali entra ormai nel quarto mese.
Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato nuove sanzioni contro la Persian Gulf Strait Authority, con l’obiettivo di impedire a Teheran di ottenere profitti attraverso l’introduzione di pedaggi per le navi in transito nello Stretto di Hormuz. In una nota ufficiale, il Tesoro americano ha accusato l’ente di guidare “uno schema controllato dall’Iran che viola apertamente il diritto internazionale”.
Nonostante il recupero delle quotazioni, il greggio resta avviato verso la seconda perdita settimanale consecutiva, sostenuto dalle aspettative che le parti possano comunque raggiungere almeno un accordo temporaneo. Restano però numerosi punti irrisolti, a partire dal programma nucleare iraniano e dalla richiesta di Teheran di mantenere il controllo operativo su Hormuz, ancora soggetto al doppio blocco imposto da Iran e Stati Uniti.
La guerra continua a comprimere i flussi energetici globali, con milioni di barili al giorno di produzione petrolifera fermati nell’intera area del Golfo Persico. Per June Goh, senior oil market analyst di Sparta Commodities, “se il cessate il fuoco dovesse rompersi, il mercato petrolifero tornerebbe rapidamente esposto a nuovi rischi”, soprattutto per la possibilità di ulteriori attacchi contro infrastrutture energetiche in una fase in cui le scorte sono già diminuite sensibilmente.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno discusso nelle ultime ore degli sforzi diplomatici per ridurre le tensioni, secondo quanto riferito da un messaggio pubblicato su Telegram. Islamabad continua a svolgere il ruolo di principale intermediario tra Washington e Teheran nel corso del conflitto.
Ieri il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di non essere “soddisfatto” dell’andamento dei colloqui, mentre la Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni iraniane secondo cui Teheran e Oman avrebbero dovuto supervisionare lo Stretto di Hormuz nell’ambito della bozza di accordo. “Lo Stretto sarà aperto a tutti”, ha dichiarato Trump, aggiungendo che saranno gli Stati Uniti a “sorvegliarlo”.
Il presidente americano ha inoltre ribadito durante una riunione alla Casa Bianca che non accetterà un accordo giudicato sfavorevole e che Washington non intende alleggerire le sanzioni, posizione in contrasto con le richieste iraniane di ottenere la fine degli attacchi e un allentamento delle restrizioni finanziarie. Trump continua inoltre a subire forti pressioni dai repubblicani più radicali favorevoli alla prosecuzione della guerra.
Secondo Chris Weston, head of research di Pepperstone Group, i mercati stanno continuando a prezzare la possibilità di un accordo “con una visione estremamente ottimista”, anche se il rischio che le due parti possano abbandonare il tavolo negoziale “resta concreto”.
Negli Stati Uniti, l’American Petroleum Institute ha segnalato un nuovo calo delle scorte petrolifere. L’associazione di settore ha riferito che le riserve nazionali di greggio sono diminuite di 2,8 milioni di barili nell’ultima settimana, compresa una riduzione presso l’hub di Cushing, Oklahoma. I dati ufficiali del governo americano sono attesi nella giornata di oggi.
Per Joe DeLaura, global energy strategist di Rabobank, “il mercato petrolifero sta mostrando un’eccessiva compiacenza”. L’analista ha spiegato che il rilascio di riserve strategiche e il forte calo delle importazioni cinesi stanno contribuendo temporaneamente ad attenuare parte della perdita di offerta provocata dal conflitto.
“Da metà luglio, se la Cina dovesse tornare ad aumentare le importazioni mentre termineranno i rilasci delle riserve strategiche, potremmo assistere a un’impennata molto rapida dei prezzi dei prodotti raffinati”, ha dichiarato DeLaura.
L’assenza di un accordo definitivo rischia quindi di prolungare le interruzioni delle forniture petrolifere, alimentando nuove tensioni inflazionistiche che dalla fine di febbraio hanno già provocato un forte rialzo dei rendimenti obbligazionari.
In questo scenario, le principali banche centrali, inclusa la Fed, vengono considerate sempre più orientate verso futuri rialzi dei tassi d’interesse per contrastare la nuova pressione sui prezzi generata dall’aumento dei costi energetici.
ORO
L’oro scivola ai minimi degli ultimi due mesi mentre il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran mette a rischio i negoziati di pace e mantiene elevate le pressioni inflazionistiche globali, in un contesto aggravato anche dal rafforzamento del dollaro.
Il lingotto perde fino al 2% e scende in area 4.365 dollari l’oncia, proseguendo la fase di debolezza iniziata con l’escalation del conflitto in Medio Oriente.
Secondo un funzionario americano, le forze statunitensi hanno colpito un sito militare iraniano e altri obiettivi nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. In risposta, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di avere preso di mira la base americana da cui era partito l’attacco, secondo quanto riferito da Press TV attraverso un messaggio pubblicato su X.
Nuove tensioni sono emerse anche dal Kuwait, dove le difese aeree hanno annunciato di essere intervenute contro minacce missilistiche e droni. Gli episodi rafforzano i timori sul rischio di un fallimento dei negoziati destinati a porre fine al conflitto in Medio Oriente.
Le operazioni militari sono arrivate poche ore dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che si è detto “non soddisfatto” dell’andamento dei colloqui con Teheran, raffreddando ulteriormente le aspettative di una svolta diplomatica imminente.
Trump non ha inoltre chiarito quali misure gli Stati Uniti intendano adottare per garantire il libero transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali nodi irrisolti nel confronto con l’Iran.
La quasi chiusura della rotta energetica più strategica al mondo continua a provocare forti rialzi nei prezzi dei prodotti energetici, con effetti che stanno condizionando l’economia globale dalla fine di febbraio.
Il Brent torna infatti a spingersi verso i 98 dollari al barile, aumentando i timori inflazionistici e rafforzando le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi d’interesse. Anche in caso di accordo di pace, il mercato ritiene che i prezzi energetici resteranno elevati ancora a lungo, costringendo le principali banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva invece di procedere con i tagli dei tassi attesi prima della guerra con l’Iran.
L’oro tende storicamente a soffrire in un contesto di tassi elevati perché non offre rendimento, mentre un dollaro più forte rende il metallo prezioso più costoso per molti investitori internazionali.
Dallo scoppio del conflitto alla fine di febbraio, il lingotto ha perso oltre il 17%, cancellando quasi completamente i guadagni accumulati dall’inizio dell’anno.
Ieri il governatore della Fed Lisa Cook ha dichiarato che l’inflazione sta andando “nella direzione sbagliata” e di essere pronta ad aumentare i tassi d’interesse nel caso in cui questa dinamica dovesse proseguire.
Anche il mercato delle opzioni mostra un netto ridimensionamento dell’ottimismo sull’oro. I trader stanno progressivamente abbandonando le posizioni rialziste e si aspettano una fase caratterizzata da minore volatilità.
La volatilità implicita dello SPDR Gold Shares, il più grande ETF al mondo legato all’oro, è crollata, mentre il premio richiesto dagli investitori per scommettere o coprirsi su rialzi del metallo nei prossimi tre mesi è vicino ai livelli più bassi registrati dallo scorso dicembre.
Secondo Justin Lin, investment strategist di Global X ETFs Australia, “i trader stanno perdendo fiducia nella narrativa dell’oro come bene rifugio e trovano opportunità migliori dove allocare il capitale”, citando anche il forte interesse per alcune nuove quotazioni di grande richiamo.
Lin ritiene inoltre che, nel caso in cui il petrolio continui a salire, l’oro potrebbe cercare nuovi livelli di supporto nell’area compresa tra 4.000 e 4.250 dollari l’oncia.
DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO
L’agenda macro italiana concentra oggi l’attenzione degli investitori su una serie di indicatori chiave relativi alla fiducia, al commercio estero e ai prezzi alla produzione. Alle 10 l’Istat diffonderà i dati di maggio sulla fiducia di consumatori e imprese, mentre alle 11 sarà pubblicata la stima del saldo commerciale di aprile. A mezzogiorno arriveranno invece i dati sui prezzi alla produzione relativi allo scorso mese.
Le attese indicano un ulteriore peggioramento del clima di fiducia. L’indice dei consumatori dovrebbe confermare il deterioramento già emerso ad aprile, quando aveva toccato i livelli più bassi degli ultimi tre anni, mentre anche il morale delle imprese viene visto in indebolimento.
Numerosi anche gli appuntamenti negli Stati Uniti. Il focus principale sarà sulla seconda lettura del Pil del primo trimestre, dato osservato con particolare attenzione dai mercati per valutare la tenuta dell’economia americana in una fase caratterizzata da inflazione elevata e aspettative di nuovi rialzi dei tassi.
In calendario figurano anche le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e soprattutto l’indice Pce di aprile, la misura dell’inflazione maggiormente monitorata dalla Fed nelle decisioni di politica monetaria.
Sono attesi gli interventi della presidente della Bce Christine Lagarde, oltre a quelli di Philip Lane, Piero Cipollone e Isabel Schnabel per l’Eurotower. Negli Stati Uniti parleranno invece i membri della Fed John Williams, Alberto Musalem e Thomas Barkin, mentre nel Regno Unito è previsto un intervento di Sarah Breeden della Bank of England. Verranno inoltre pubblicati i verbali della riunione Bce dello scorso aprile.
ULTIME NOTIZIE SUI TITOLI AZIONARI
Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
EDISON. EDF ha deciso di posticipare al 2027 la possibile cessione di una partecipazione nella controllata italiana Edison. Alla base della scelta ci sarebbe il protrarsi delle difficoltà nelle forniture di gas naturale liquefatto provocate dal conflitto con l’Iran, secondo quanto riferito da Reuters.
ENI. Il gruppo energetico ha negato le indiscrezioni circolate sulla stampa che lo indicavano come parte di una cordata interessata all’acquisizione dell’ex Ilva.
ITALGAS. La società ha annunciato la nomina di Pierre La Tour come nuovo direttore finanziario con decorrenza dal primo giugno.
TECHNOGYM. Ivan Glasenberg, ex amministratore delegato di Glencore e imprenditore sudafricano, ha incrementato la propria quota nella società fino al 10% del capitale rispetto al 5% detenuto a dicembre. L’operazione, emersa dagli aggiornamenti Consob sulle partecipazioni rilevanti, risale al 18 maggio.
GIGLIO. Il gruppo ha approvato un aumento di capitale riservato a investitori qualificati per un importo massimo di 605.860,50 euro attraverso una procedura di accelerated bookbuilding. Il prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni è stato fissato a 0,49 euro per titolo.
SIAV. La società ha deliberato un aumento di capitale fino a 2,5 milioni di euro al prezzo di 2,25 euro per azione, avviando contestualmente un’operazione di accelerated bookbuilding destinata a investitori qualificati.
A livello internazionale sono da monitorare:
TOYOTA. Le vendite globali del gruppo automobilistico hanno registrato il terzo calo consecutivo su base annua, penalizzate dagli effetti della crisi in Medio Oriente. Le esportazioni verso l’area risultano diminuite di oltre il 90%.
UBER, DELIVERY HERO. Uber Technologies ha acquistato la partecipazione detenuta da Aspex Management in Delivery Hero, portando la propria quota nella società tedesca specializzata nel food delivery al 36,83%. L’operazione arriva mentre Uber continua a trattare per l’acquisizione della piattaforma.

di Francesco Sicuro















































