STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso del -1%. Deboli anche i futures sull’S&P 500 (-1%) e quelli sul Nasdaq 100 (-1,8%).
L’anniversario della Brexit si accompagna a un nuovo terremoto politico nel Regno Unito. Keir Starmer ha infatti rassegnato le dimissioni, aprendo la strada a quello che sarà il settimo primo ministro britannico nell’arco dei dieci anni successivi al referendum del 2016. Al momento il candidato con maggiori possibilità di succedergli appare Andy Burnham, vincitore della recente elezione suppletiva di Makerfield, dopo aver ottenuto anche il sostegno di Wes Streeting, che ha ufficialmente appoggiato la sua corsa alla leadership laburista.
Le candidature per la guida del Labour si apriranno il 9 luglio, ma gli equilibri interni suggeriscono che Burnham potrebbe essere l’unico esponente in grado di raccogliere il sostegno di oltre il 20% dei parlamentari necessario per concorrere. Uno scenario che eviterebbe una competizione formale e che richiama quanto accadde nel 2007, quando Gordon Brown succedette a Tony Blair senza una consultazione interna. Seguendo questa tempistica, Burnham potrebbe assumere l’incarico di primo ministro già a metà luglio.
I mercati britannici hanno accolto con relativa tranquillità gli sviluppi politici, interpretando l’evoluzione degli eventi come una riduzione del rischio di una lunga fase di incertezza e di una battaglia estiva per la leadership. Anche l’ipotesi che Wes Streeting possa diventare cancelliere dello Scacchiere è stata vista positivamente dagli investitori per il suo profilo considerato più moderato. Il Ftse 100 inglese ha chiuso in progresso del +0,7%, vicino all’avanzata del +0,6% registrata dallo Stoxx 600.
La seduta di ieri è stata caratterizzata da andamenti contrastanti sui mercati globali. Le preoccupazioni legate al settore tecnologico hanno prevalso sull’ottimismo generato dai progressi nei colloqui tra Stati Uniti e Iran. L’S&P 500 ha perso il -0,4%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno il -1,3% e l’indice Magnificent 7 il -2,2%, penalizzati soprattutto dai ribassi di Alphabet (-5%) e Amazon (-4,7%).
Le vendite sull’azionario sono state accompagnate da un nuovo aumento dei rendimenti dei Treasury, alimentato dalle aspettative di una Fed più restrittiva. Il mercato attribuisce ormai una probabilità del 98% a un rialzo dei tassi nella riunione di settembre, rispetto al 93% registrato venerdì.
Sul dossier mediorientale emergono ulteriori segnali di progresso. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha definito “molto, molto positivi” i colloqui del fine settimana, dopo che esponenti iraniani avevano parlato di importanti passi avanti verso la conclusione del conflitto in Libano. Washington ha inoltre concesso una deroga di 60 giorni alle sanzioni per consentire all’Iran di esportare petrolio sui mercati internazionali, una delle richieste avanzate da Teheran per attuare l’accordo provvisorio firmato la scorsa settimana.
In Europa, in attesa della pubblicazione degli indici PMI preliminari, la presidente della Bce Christine Lagarde ha affermato di non ritenere necessaria una risposta più incisiva alla guerra tra Iran e Stati Uniti. Intervenendo davanti ai parlamentari europei, Lagarde ha spiegato che l’inflazione è attesa in ritorno verso l’obiettivo nel medio periodo e che al momento non emergono segnali di disancoraggio delle aspettative inflazionistiche o effetti di secondo livello tali da richiedere un ulteriore irrigidimento della politica monetaria. Le dichiarazioni si sono differenziate dai toni più aggressivi emersi la scorsa settimana all’interno della Bce e hanno contribuito a ridurre le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi. Alla chiusura della seduta il mercato prezzava 32 punti base di rialzi della Bce entro dicembre, in diminuzione di -4,5 punti base rispetto al giorno precedente.
ASIA
I mercati azionari asiatici mostrano invece una debolezza diffusa, guidata dalle vendite sul comparto tecnologico. Il Kospi cede il -6,4%, seguito dal Nikkei a -1,7%, dall’Hang Seng a -1,2%, dallo Shanghai Composite a -0,4% e dall’S&P/ASX 200 a -0,3%.
Dal Giappone arrivano dati macro positivi. A giugno l’attività del settore privato ha registrato la crescita più rapida degli ultimi tre mesi grazie al rafforzamento della produzione manifatturiera e al ritorno all’espansione del comparto dei servizi, pur in presenza del più forte aumento dei costi di produzione degli ultimi quattro anni. L’indice PMI manifatturiero preliminare elaborato da S&P Global è salito a 54,9 punti, mentre il PMI dei servizi è avanzato a 51,8 da 50,0. L’indice composito è cresciuto a 52,5 da 51,1, segnando il ritmo di espansione più elevato dell’economia privata giapponese dal mese di marzo.
Lo yen si mantiene sostanzialmente stabile dopo il forte movimento registrato nella giornata precedente, quando la valuta si era avvicinata ai minimi degli ultimi quarant’anni. Sul mercato sono aumentate le speculazioni su un imminente intervento della Bank of Japan dopo che l’emittente JNN aveva riportato la notizia di una riunione straordinaria online tra il ministro delle Finanze Satsuki Katayama e il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. Katayama ha confermato l’incontro, dichiarando che Stati Uniti e Giappone condividono la stessa impostazione sulla politica valutaria.
SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO
Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,66%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 72 punti base.
Sul mercato primario è prevista un’asta della Germania, che offrirà agli investitori un titolo di Stato biennale, fornendo nuove indicazioni sulla domanda per il debito dell’area euro in una fase caratterizzata da aspettative ancora elevate sui tassi d’interesse e dall’attenzione degli operatori verso le prossime mosse delle principali banche centrali.
PETROLIO
Le quotazioni del petrolio proseguono il movimento ribassista mentre emergono nuovi segnali di avanzamento nei negoziati per porre fine al conflitto con l’Iran. Tra le misure annunciate figura anche una deroga concessa dagli Stati Uniti che autorizza alcune vendite di greggio e prodotti raffinati provenienti dalla Repubblica Islamica.
Il Brent si avvicina ai 77 dollari al barile dopo aver registrato una flessione del -3,3% nella seduta di lunedì, la più marcata nell’arco di quasi una settimana. Il West Texas Intermediate tratta invece in area 73 dollari. La licenza, valida per 60 giorni, consente la commercializzazione di una parte della produzione petrolifera e dei derivati iraniani. Washington ha motivato la decisione con i “colloqui produttivi” in corso in Svizzera, offrendo a Teheran un importante sostegno economico.
I rappresentanti di Stati Uniti e Iran hanno segnalato progressi nel primo ciclo di negoziati destinato a costruire un accordo duraturo per la conclusione della guerra iniziata alla fine di febbraio. Restano però divergenze su alcuni punti. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha affermato che Teheran avrebbe accettato l’ingresso di ispettori nucleari nel Paese, una ricostruzione contestata dalle autorità iraniane.
Si sono concluse anche le prime discussioni tecniche finalizzate all’attuazione del memorandum d’intesa firmato tra le due parti. Secondo quanto riferito dall’agenzia semiufficiale Mehr, è stato raggiunto un accordo per la costituzione di quattro gruppi di lavoro che si occuperanno di temi come la rimozione delle sanzioni e le questioni legate al programma nucleare.
Rebecca Babin di CIBC Private Wealth osserva che il percorso negoziale resta ancora lungo e che il mercato potrebbe già scontare un eccesso di offerta prima che questo si materializzi concretamente, proprio come in precedenza aveva anticipato una carenza di greggio prima che i barili venissero realmente sottratti al mercato. Secondo Babin, il petrolio tende spesso a reagire in maniera eccessiva nelle diverse fasi del ciclo.
La deroga statunitense permette a quasi tutti gli operatori di acquistare e pagare petrolio iraniano, comprese le raffinerie americane, anche se alcuni soggetti potrebbero preferire evitare i rischi connessi all’operazione. L’offerta proveniente dal Golfo Persico ha mostrato segnali di ripresa grazie a produttori come Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, che hanno individuato soluzioni alternative per esportare energia. Anche l’Iran ha aumentato le spedizioni, superando i 30 milioni di barili nell’ultima settimana.
I negoziati dovrebbero ora concentrarsi su questioni particolarmente complesse, tra cui le capacità nucleari iraniane, il mantenimento del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano e la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. La quasi chiusura del passaggio marittimo aveva ridotto drasticamente i flussi energetici e provocato forti tensioni sui mercati internazionali.
Ulteriori segnali di normalizzazione arrivano dal Qatar, che sta aumentando il numero di metaniere vuote dirette nel Golfo Persico attraverso Hormuz. Quattro navi hanno già attraversato lo stretto mantenendo attivi i sistemi di localizzazione e altre imbarcazioni sono in arrivo, a conferma di una graduale ripresa del traffico lungo una delle rotte energetiche più importanti al mondo.
L’avanzamento dei colloqui di pace si riflette anche sulla struttura del mercato petrolifero. Il differenziale tra i primi due contratti del Brent continua a ridursi e si avvicina alla parità. Un’evoluzione analoga si è già verificata per i benchmark mediorientali Dubai e Murban, la cui curva dei prezzi è passata in contango, con le scadenze più lontane che quotano a livelli superiori rispetto a quelle più vicine.
ORO
L’oro arretra mentre le preoccupazioni legate all’inflazione prevalgono sull’ottimismo iniziale generato dai negoziati per una soluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran.
Il metallo prezioso è arrivato a perdere fino al -1,8%, scendendo in area 4.115 dollari l’oncia e cancellando i modesti guadagni registrati nella seduta precedente. L’aumento delle pressioni inflazionistiche alimentate da quasi quattro mesi di tensioni in Medio Oriente ha rafforzato le aspettative di un possibile irrigidimento della politica monetaria da parte delle principali banche centrali, uno scenario generalmente sfavorevole per i metalli preziosi, che non distribuiscono rendimenti.
Austan Goolsbee, presidente della Federal Reserve di Chicago, ha dichiarato ieri di essere preoccupato per l’andamento dell’inflazione e ha messo in dubbio il carattere temporaneo dei fattori che stanno sostenendo la crescita dei prezzi. In un’intervista all’emittente American Public Media Marketplace, Goolsbee ha ricordato che l’inflazione continua a rimanere ben al di sopra dell’obiettivo della banca centrale e che la sua evoluzione recente si è mossa nella direzione sbagliata.
A pesare sul mercato dell’oro contribuisce anche l’impostazione restrittiva adottata dal nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, che ha sorpreso gli investitori e ha compensato gli effetti positivi derivanti dall’accordo di pace provvisorio firmato la scorsa settimana tra Washington e Teheran. Dall’ultima riunione della banca centrale americana il dollaro ha guadagnato oltre il +1%, aumentando ulteriormente la pressione sul metallo prezioso, quotato in valuta statunitense.
Michael Hsueh, analista di Deutsche Bank, ha spiegato che la revisione delle aspettative sulla politica monetaria della Fed, unita alla tenuta dell’economia statunitense, rappresenta il principale fattore alla base della recente debolezza dell’oro. La banca tedesca ha rivisto al ribasso le proprie stime, riducendo la previsione per il terzo trimestre a 4.300 dollari l’oncia, oltre un quinto in meno rispetto alle precedenti indicazioni, e portando la stima per gli ultimi tre mesi dell’anno a 4.800 dollari.
L’approccio più prudente di Deutsche Bank segue una scelta analoga compiuta la scorsa settimana da Goldman Sachs, che ha ridotto di 500 dollari l’oncia la previsione di fine anno, portandola a 4.900 dollari, alla luce dell’aspettativa che la Federal Reserve non proceda ad alcun taglio dei tassi nel corso del 2026.
Dall’inizio della guerra, scoppiata alla fine di febbraio, l’oro ha perso oltre un quinto del proprio valore, mentre l’argento registra una flessione di circa un terzo. L’attenzione degli operatori è ora rivolta all’indice dei prezzi delle spese per consumi personali negli Stati Uniti, in pubblicazione giovedì e atteso in accelerazione.
Ahmad Assiri, analista di Pepperstone Group, ritiene probabile che le quotazioni dell’oro possano mantenersi in un intervallo compreso tra 4.000 e 4.300 dollari l’oncia fino all’arrivo di nuovi dati macroeconomici in grado di modificare le prospettive sulla politica monetaria o di confermare l’attuale orientamento restrittivo della Federal Reserve.
Un elemento di sostegno al mercato è arrivato dai primi segnali di avanzamento nei colloqui di pace. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha definito “molto, molto positivi” i negoziati con Teheran, mentre anche i rappresentanti iraniani hanno parlato di progressi. Restano comunque numerosi ostacoli lungo il percorso che dovrebbe portare all’attuazione del memorandum d’intesa firmato la scorsa settimana.
Rhona O’Connell di StoneX Group, ha osservato che i mercati dell’oro e dell’argento continuano a essere fortemente influenzati da fattori esterni e mostrano ancora scarsa convinzione direzionale. Secondo l’analista, la configurazione tecnica di entrambi i metalli resta poco favorevole, anche se alcuni flussi di investimento stanno evidenziando segnali di miglioramento.
DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO
L’attenzione della giornata è rivolta alle letture preliminari degli indici Pmi di giugno, considerate un test importante per valutare la tenuta della ripresa economica nell’Eurozona e osservate con particolare interesse anche dalla Bce.
In Germania il settore manifatturiero è atteso in lieve miglioramento a 50,4 punti dai 50,1 di maggio, mentre i servizi dovrebbero risalire a 49 da 48,1 pur restando sotto la soglia che separa espansione e contrazione dell’attività economica.
Attese positive anche per la Francia, dove il Pmi manifatturiero è previsto a 50 punti dai 49,7 del mese precedente. Il comparto dei servizi dovrebbe invece recuperare a 46 da 44,3, pur mantenendosi in territorio recessivo.
Per l’intera area euro il consensus indica un Pmi manifatturiero stabile a 51,6 punti, mentre il settore dei servizi è visto in miglioramento a 48,6 da 47,7, segnale di una possibile attenuazione della debolezza che ha caratterizzato i mesi recenti.
Sempre dalla Francia sono attesi i dati sulla fiducia delle imprese. L’indice dedicato al settore imprenditoriale dovrebbe registrare una lieve flessione a giugno, mentre l’indicatore complessivo sul clima economico è previsto in moderato miglioramento rispetto alla rilevazione precedente.
Negli Stati Uniti il calendario macro prevede la pubblicazione delle stime flash di giugno degli indici Pmi elaborati da S&P Global. Il comparto manifatturiero è atteso a 54,8 punti, mentre quello dei servizi dovrebbe attestarsi a 51, fornendo nuove indicazioni sullo stato dell’economia americana e sulle prospettive della politica monetaria della Fed.
In agenda figurano inoltre l’indice sull’attività non manifatturiera della Fed di Philadelphia, il Richmond Fed Manufacturing Index e l’indagine sulle condizioni economiche negli Stati Uniti. Tra i risultati societari attesi figurano quelli di FedEx e Carnival.
ULTIME NOTIZIE SUI TITOLI
Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
ITALGAS. Il gruppo ha presentato il nuovo piano strategico 2026-2032 che prevede investimenti complessivi per 13 miliardi di euro entro la fine del periodo. Gli obiettivi indicano un Ebitda pari a 3,3 miliardi di euro al 2032 e una crescita media annua dell’utile per azione adjusted superiore al 9%. I dettagli del piano saranno illustrati dall’amministratore delegato Paolo Gallo nel corso della presentazione in programma alle ore 10.
BANCA MPS. La banca ha confermato che il completamento delle operazioni di riorganizzazione societaria resta previsto entro il quarto trimestre del 2026. Proseguono inoltre le attività legate all’integrazione di Mediobanca all’interno del gruppo. Il consiglio di amministrazione ha approvato i progetti di scissione relativi a Mediobanca Premier e Banca Widiba. Secondo quanto riportato da MF, Intesa Sanpaolo dovrebbe presentare venerdì la documentazione alle autorità competenti nell’ambito dell’offerta che riguarda l’istituto senese.
STELLANTIS. A maggio il gruppo automobilistico ha registrato una flessione del 2,3% delle immatricolazioni in Europa, a fronte di una crescita del 3,6% dell’intero mercato continentale, secondo i dati diffusi da Acea. Insieme a Volvo, la società ha inoltre lanciato un avvertimento sulle possibili conseguenze delle politiche europee volte a ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, sostenendo che misure troppo aggressive potrebbero tradursi in costi più elevati e in una contrazione dei mercati per i costruttori europei.
PRYSMIAN. La società si è aggiudicata un accordo quadro da circa 910 milioni di euro con Ipto, operatore della rete elettrica greca, per la realizzazione di collegamenti energetici destinati alle isole del Dodecaneso e dell’Egeo settentrionale. Il gruppo ha inoltre ricevuto il notice to proceed relativo all’interconnessione elettrica tra Italia e Tunisia. Il contratto, del valore di circa 460 milioni di euro, sarà inserito nel portafoglio ordini della società.
MONCLER. Morgan Stanley ha avviato la copertura sul titolo con raccomandazione “equal weight” e un prezzo obiettivo fissato a 57 euro, rispetto ai precedenti 59 euro.
ENI. Attraverso la controllata Azule Energy, il gruppo ha annunciato la decisione finale di investimento sul progetto offshore Greater PAJ, situato nei Blocchi 31 e 31/21 al largo delle coste dell’Angola. L’iniziativa rappresenta uno dei principali sviluppi petroliferi dell’area.
B.F.. Il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta del Ministero dell’Economia di non esercitare i poteri speciali del golden power in relazione all’offerta pubblica di acquisto volontaria promossa da Arum e Dompé Holdings.
A livello internazionale sono da monitorare:
NISSAN. Gli azionisti della casa automobilistica giapponese hanno bocciato la riconferma di Motoo Nagai nel consiglio di amministrazione, ponendo fine al mandato di uno dei principali amministratori indipendenti del gruppo. La decisione arriva dopo la perdita del sostegno di Renault e al termine di un raro confronto pubblico in occasione dell’assemblea annuale.
TENCENT. Il colosso cinese starebbe valutando l’uscita da alcune partecipazioni nel settore dei videogiochi in Giappone, compresa quella detenuta nella società quotata a Tokyo Marvelous. L’operazione rientrerebbe in una revisione più ampia del portafoglio internazionale del gruppo.
META PLATFORMS. La società ha deciso di investire 900 milioni di dollari nella fintech indiana Cred. Il piano prevede anche la nomina del fondatore della startup, Kunal Shah, alla guida di WhatsApp.
NOMURA, SONY. I due gruppi figurano tra i protagonisti dell’intensa attività sul mercato obbligazionario internazionale, guidando una serie di operazioni promosse da emittenti asiatici. La settimana si sta delineando come una delle più rilevanti dell’anno per le emissioni estere delle società giapponesi.

di Francesco Sicuro















































