STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna poco distante dalla parità con il future che segna una variazione nulla. Poco mossi anche i futures sull’S&P 500 (-0,1%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,1%).
I mercati hanno vissuto ieri una seduta intensa, sostenuti da un forte recupero negli Stati Uniti e in Europa dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran arrivato nel fine settimana. Il ridimensionamento del rischio stagflazione ha favorito l’azionario, con l’S&P 500 in rialzo del +1,7% e tornato a meno dell’1% dal record storico, mentre lo Stoxx 600 ha guadagnato il +0,2% chiudendo al primo massimo storico dall’inizio del conflitto.
Più in generale, dopo l’euforia generata ieri dall’accordo tra Washington e Teheran, i mercati appaiono più stabili questa mattina. Restano infatti diversi interrogativi sull’attuazione dell’intesa, poiché il testo completo non è ancora disponibile. Un funzionario statunitense ha comunque illustrato ieri ai giornalisti alcuni elementi del memorandum d’intesa, spiegando che i dettagli saranno diffusi entro 24-48 ore e che il documento prevede l’apertura immediata dello Stretto di Hormuz, pur con tempi tecnici legati alla presenza di mine. Stati Uniti e Iran dovrebbero inoltre avviare colloqui tecnici nel corso della settimana. Successivamente, in un’intervista alla Cnn, il vicepresidente JD Vance ha definito il memorandum un documento “molto generale” e lungo “circa una pagina e mezza”.
L’annuncio dell’accordo ha provocato una netta discesa del petrolio, con il Brent ai minimi degli ultimi tre mesi. Gli investitori non stanno più prezzando un forte calo del petrolio nei prossimi sei mesi, poiché lo scenario di accordo che giustificava quella dinamica è stato ormai annunciato. La flessione ha coinvolto anche altre materie prime energetiche, con i futures sul gas naturale europeo che hanno toccato il minimo delle ultime sette settimane.
Il calo dei prezzi dell’energia ha contribuito ad attenuare i timori inflazionistici su entrambe le sponde dell’Atlantico. Gli investitori hanno anche ridimensionato le aspettative di rialzi aggressivi dei tassi nei prossimi mesi. Per la Fed, il mercato attribuisce ora una probabilità del 79% a un aumento entro dicembre. Per la Bce, le attese incorporano appena 31,4 punti base di ulteriori strette entro fine anno, segnalando dubbi crescenti su un terzo rialzo nel 2026 dopo l’aumento di 25 punti base già varato la scorsa settimana.
ASIA
Nella notte la Bank of Japan ha alzato i tassi di 25 punti base, come previsto, portando il riferimento di politica monetaria all’1%, il livello più elevato dal 1995. L’istituto ha inoltre segnalato la possibilità di ulteriori rialzi, spiegando nel comunicato che, con l’inflazione di fondo ormai vicina al 2% e condizioni finanziarie ancora accomodanti, continuerà ad aumentare il tasso di riferimento. La banca centrale ha anche annunciato che nei prossimi mesi interromperà la riduzione degli acquisti mensili di Jgb. Attualmente la BoJ acquista ancora titoli per 2.700 miliardi di yen al mese e il piano prevede una riduzione di 200 miliardi di yen a trimestre fino al primo trimestre del 2027. Da aprile 2027 il ritmo verrà mantenuto stabile intorno a 2.000 miliardi di yen. Il Nikkei avanza del +0,4% e resta avviato verso un nuovo record.
Anche la Reserve Bank of Australia ha annunciato questa mattina la decisione sui tassi, lasciandoli invariati. La scelta era ampiamente attesa e mantiene il cash rate al 4,35% dopo i rialzi decisi nelle ultime tre riunioni. Pur fermandosi per la prima volta quest’anno, la banca centrale australiana ha indicato chiaramente la possibilità di nuovi interventi se necessario, avvertendo che l’inflazione complessiva e quella di fondo restano ancora troppo elevate.
Dalla Cina sono arrivati i dati sull’attività economica di maggio. Le vendite al dettaglio sono diminuite del -0,6% su base annua, peggio del -0,2% atteso. Anche gli investimenti in asset fissi nei primi cinque mesi dell’anno hanno deluso, con una flessione del -4,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte di attese per un calo del -2,3%. La produzione industriale ha invece sorpreso positivamente, crescendo del +4,5% su base annua contro il +4,4% previsto. I listini della Cina continentale mostrano progressi contenuti, con il CSI 300 in rialzo del +0,1% e lo Shanghai Composite del +0,1%.
SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO
I titoli di Stato dell’Eurozona proseguono il recupero favorito dal forte calo delle quotazioni petrolifere seguito all’accordo tra Stati Uniti e Iran per la fine del conflitto e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,67%, sui livelli più bassi dalla fine di maggio, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 71 punti base, minimo dall’inizio di giugno.
La riduzione delle tensioni energetiche ha contribuito a ridimensionare le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bce. Il mercato sconta ora circa 30 punti base di strette aggiuntive entro la fine dell’anno, rispetto ai 40 punti base incorporati in precedenza. Restano invece sostanzialmente invariate le attese sulla Fed, con gli investitori che continuano a prevedere un mantenimento dei tassi invariati nella riunione che prende il via oggi.
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha accolto positivamente il prolungamento del cessate il fuoco in Medio Oriente, mentre altri esponenti della Bce hanno sottolineato che l’allentamento delle tensioni geopolitiche non determinerà automaticamente una rapida riduzione dell’inflazione ancora elevata nell’area euro.
Prosegue intanto il collocamento del Btp Italia Sì, il titolo quinquennale indicizzato all’inflazione nazionale riservato esclusivamente agli investitori retail. Oggi si apre la seconda giornata dell’offerta dopo che ieri gli ordini hanno raggiunto 3,18 miliardi di euro, un risultato in linea con quello registrato nella prima giornata dell’emissione del Btp Italia a sette anni collocato nel maggio dello scorso anno.
Oggi è prevista anche un’asta del Tesoro tedesco, che offrirà il Bobl con scadenza 16 aprile 2031 e cedola del 2,5%.
PETROLIO
Le quotazioni del petrolio si avviano verso la più lunga serie negativa dell’anno dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, un’intesa che ha rafforzato le aspettative di un ritorno dell’offerta sui mercati globali e spinto alcune delle principali banche d’affari di Wall Street a rivedere al ribasso le proprie stime sui prezzi del greggio.
Il Brent scende sotto gli 83 dollari al barile, registrando la quarta seduta consecutiva di ribasso, mentre il West Texas Intermediate si mantiene in area 80 dollari. L’accordo provvisorio tra Washington e Teheran dovrebbe essere firmato venerdì in Svizzera, anche se nessuna delle due parti ha ancora diffuso il testo del memorandum d’intesa.
Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno aggiornato le proprie previsioni per i prossimi trimestri. In particolare Goldman Sachs ritiene ora che le esportazioni dal Golfo Persico possano tornare ai livelli precedenti al conflitto entro la fine di luglio, con un mese di anticipo rispetto alle precedenti stime.
Donald Trump ha ribadito che lo Stretto di Hormuz sarà pienamente operativo da venerdì. Intervenendo durante il vertice del G7 in Francia, il presidente statunitense ha affermato che numerose rotte sono già disponibili e che il passaggio sarà aperto e privo di pedaggi.
La discesa del petrolio ai livelli più bassi dall’inizio di marzo ha cancellato gran parte dei rialzi accumulati durante il conflitto, contribuendo ad allentare le pressioni inflazionistiche proprio mentre la Fed si prepara a valutare l’orientamento dei tassi di interesse nella riunione di questa settimana. Restano però numerosi interrogativi sulle modalità di applicazione dell’accordo, compresi gli aspetti legati alla sicurezza della navigazione, alle regole operative e alla reale possibilità che il passaggio marittimo, attraverso cui prima della guerra transitava circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio, rimanga effettivamente gratuito.
L’assenza di dettagli mantiene un atteggiamento prudente tra gli operatori. Fonti del settore energetico del Golfo Persico riferiscono di un forte aumento delle richieste di chiarimenti da parte degli acquirenti sulla possibilità di ripristinare i flussi di greggio attraverso Hormuz, mentre armatori e trader sottolineano la necessità di maggiori certezze prima di impegnare nuovamente le proprie flotte lungo la rotta.
Morgan Stanley prevede che il Brent datato possa attestarsi in media a 90 dollari al barile tra luglio e settembre, rispetto ai 100 dollari stimati in precedenza. La previsione per il quarto trimestre è stata ridotta di 15 dollari, fino a 80 dollari al barile. Secondo Morgan Stanley, gran parte degli aspetti dell’intesa deve ancora essere negoziata e permangono rischi significativi, ma l’accordo rappresenta un passaggio importante verso una riduzione delle tensioni e una crescita delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. La banca stima un recupero del 50% della produzione entro settembre e dell’80% entro dicembre, con tempi leggermente più rapidi rispetto alle precedenti valutazioni.
Anche Goldman Sachs ha abbassato le proprie previsioni indicando un prezzo medio del Brent pari a 80 dollari al barile nel quarto trimestre, 10 dollari in meno rispetto alle stime precedenti.
Più prudente la posizione di RBC Capital Markets che ritengono saranno necessari diversi mesi prima di tornare a livelli di attività comparabili a quelli del 27 febbraio, ultimo giorno prima dell’inizio della guerra. Secondo RBC i massimi volumi di transito attraverso Hormuz potrebbero ormai appartenere al passato.
A conferma del cambiamento delle aspettative di mercato, si è ridotto anche il differenziale tra i primi due contratti del Brent. La struttura resta in backwardation, con il contratto più vicino che continua a trattare sopra quello successivo, ma il premio si è ridotto a 83 centesimi al barile nella seduta di martedì, rispetto a oltre 4 dollari registrati un mese fa.
Ulteriori indicazioni sullo stato del mercato potrebbero arrivare domani con la pubblicazione del rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. L’organismo con sede a Parigi fornisce consulenza ai principali Paesi industrializzati e durante il conflitto ha coordinato il ricorso alle riserve strategiche da parte dei governi membri.
La quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, interessato contemporaneamente dai blocchi imposti da Iran e Stati Uniti, ha ridotto in modo significativo i flussi energetici della regione, provocando un ampio utilizzo delle scorte commerciali e strategiche. Negli Stati Uniti le riserve di emergenza di petrolio sono scese ai livelli più bassi dal 1983, secondo i dati diffusi ieri.
ORO
L’oro mantiene i guadagni accumulati dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz potrebbe riaprire già venerdì, una prospettiva che contribuirebbe ad attenuare le tensioni sui mercati energetici e a ridurre le pressioni inflazionistiche che negli ultimi mesi hanno condizionato gli investitori globali.
Il metallo prezioso si mantiene in area 4.315 dollari l’oncia dopo il rialzo del +2,2% registrato ieri, innescato dall’annuncio dell’accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto e revocare i rispettivi blocchi marittimi nella regione. Alcuni alleati di Washington hanno però espresso maggiore prudenza sui tempi necessari per il ripristino dei flussi di energia e materie prime attraverso il passaggio strategico.
Dall’avvio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio, il prezzo dell’oro registra una flessione di circa il -18%. Durante il conflitto il metallo giallo ha mostrato un andamento in larga parte inverso rispetto al petrolio. L’aumento dei prezzi energetici ha infatti alimentato le aspettative di inflazione e rafforzato l’ipotesi di tassi d’interesse elevati per un periodo più lungo, riducendo l’attrattiva degli asset privi di rendimento come l’oro.
Secondo Nicky Shiels di MKS PAMP, sia l’oro sia l’argento continuano a risultare sottovalutati se confrontati con le reazioni osservate durante precedenti crisi in Medio Oriente. Shiels ritiene che, qualora l’accordo di pace dovesse reggere, gli operatori potrebbero ridurre le vendite e tornare a considerare l’oro come bene rifugio e alternativa agli asset statunitensi, compreso il dollaro.
L’attenzione degli investitori resta concentrata anche sulle decisioni delle banche centrali attese nel corso della settimana. I mercati seguono in particolare la riunione della Fed, la prima sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh. Le aspettative continuano a orientarsi verso un aumento dei tassi d’interesse entro la fine dell’anno.
DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO
In Italia l’Istat pubblicherà alle 10:00 i dati definitivi di maggio sui prezzi al consumo, con attese per un incremento dello 0,4% su base mensile e del 3,2% su base annua. Per l’indice armonizzato europeo le stime indicano una crescita dello 0,4% rispetto ad aprile e del 3,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Alle 11:00 sarà la volta della Germania con l’indice ZEW sul sentiment economico di giugno, atteso a -6 punti, indicatore osservato per valutare le prospettive dell’economia tedesca e dell’Eurozona.
Negli Stati Uniti l’attenzione si sposterà nel pomeriggio sul settore immobiliare e sull’inflazione importata. Alle 14:30 verranno diffusi i dati sui permessi di costruzione e sugli avvii di nuovi cantieri relativi a maggio, attesi rispettivamente a 1,42 milioni e 1,43 milioni di unità. Nello stesso orario saranno pubblicati anche i prezzi alle importazioni e alle esportazioni, previsti in aumento dell’1,0% e dell’1,2% su base mensile. In serata, alle 22:30, sono attesi i dati Api sulle scorte settimanali statunitensi di petrolio greggio, benzina e distillati.
La Riksbank comunicherà alle 09:00 le decisioni di politica monetaria, mentre negli Stati Uniti prende il via la riunione di due giorni del Fomc della Fed, da cui il mercato non si attende modifiche immediate ai tassi ma cercherà indicazioni sull’orientamento futuro della banca centrale. Sono previsti inoltre interventi di José Luis Escrivá, Philip Lane e Olaf Sleijpen della Bce.
Prosegue inoltre a Evian il vertice del G7. Secondo le anticipazioni, i leader europei intendono mettere in guardia Donald Trump sul rischio che un accordo provvisorio con l’Iran possa rafforzare nel lungo periodo il programma nucleare di Teheran. Sul tavolo anche il dossier Ucraina, con i partner europei pronti a chiedere alla Casa Bianca una revisione dell’attuale strategia nei confronti del conflitto.
ULTIME NOTIZIE SUI TITOLI
Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
INTESA SANPAOLO. Nell’ambito degli impegni assunti per l’operazione su Banca Monte dei Paschi, il gruppo avrebbe accettato di confrontarsi con il governo sulle future decisioni che riguarderanno Generali. Lo riferiscono due fonti vicine al dossier, indicando che il tema rientra tra le garanzie previste nel progetto di acquisizione dell’istituto senese.
UNICREDIT. L’offerta pubblica di scambio lanciata su Commerzbank continua a raccogliere adesioni. La quota conferita è salita all’11,91%, rispetto all’11,86% registrato venerdì. Oggi si conclude inoltre il periodo di adesione all’operazione.
IDNTT. La società ha avviato un’operazione di rafforzamento della struttura patrimoniale per un valore complessivo di 5 milioni di euro tramite una procedura di accelerated bookbuilding. Le nuove azioni verranno collocate al prezzo di 2,98 euro ciascuna.
LEONARDO. Il gruppo dell’aerospazio e difesa si è aggiudicato una nuova commessa da parte di Avincis per la fornitura di 15 elicotteri. Le consegne dei velivoli sono previste nel periodo compreso tra il 2028 e il 2031.
A livello internazionale sono da monitorare:
GO. La società attiva nei servizi di prenotazione taxi ha registrato un forte rialzo nel giorno del debutto alla Borsa di Tokyo, sostenendo il clima positivo degli investitori dopo la più grande quotazione realizzata quest’anno sul mercato giapponese.
AIA, PRUDENTIAL. I due gruppi assicurativi hanno avviato nuove assunzioni a Hong Kong con l’obiettivo di rafforzare la presenza nel segmento della clientela ad alto patrimonio. L’iniziativa si inserisce nella strategia volta ad aumentare i ricavi derivanti dagli investitori più facoltosi della regione.
BLACKROCK. Larry Fink sta portando avanti una politica di riorganizzazione continua dell’organico. Il maggiore gestore patrimoniale al mondo ha infatti avviato una nuova fase di riduzione del personale nell’ambito del processo di ottimizzazione della struttura aziendale.
ANTHROPIC. La società specializzata nell’intelligenza artificiale è al lavoro per risolvere il confronto aperto con l’amministrazione Trump sui temi della sicurezza dell’AI. La vicenda ha portato il gruppo a sospendere a livello globale l’accesso ai suoi due modelli più avanzati.
SPACEX. Le azioni hanno proseguito la corsa anche nella seconda seduta di contrattazioni, ampliando i guadagni successivi a un debutto particolarmente brillante che ha proiettato la società tra le aziende quotate con la maggiore capitalizzazione a livello mondiale.
JARDINE MATHESON. Il conglomerato di Hong Kong ha annunciato un piano di riacquisto di azioni proprie per 500 milioni di dollari entro la fine del prossimo anno. L’operazione rientra nel percorso di trasformazione del gruppo da investitore industriale di lungo periodo a soggetto più orientato a un modello simile a quello dei fondi di private equity.

di Francesco Sicuro















































