Start&Stock: spiragli di tregua sull’energia, ma restano i rischi sui rialzi dei tassi

Start&Stock: spiragli di tregua sull’energia, ma restano i rischi sui rialzi dei tassi

Le borse europee sono attese in avvio negativo, mentre i futures americani indicano una partenza poco mossa. I segnali di possibile tregua sugli impianti energetici offrono un parziale sollievo, ma restano forti incertezze su inflazione e tassi. In Asia prevale cautela, con la Cina che mantiene invariata la politica monetaria e la Bank of Japan pronta a intervenire se le pressioni sui prezzi dovessero persistere. Petrolio e oro restano influenzati dal conflitto.

STATI UNITI ED EUROPA

Lo Stoxx Europe 600 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso dello 0,6%. Poco mossi, invece, i futures sull’S&P 500 (-0,1%) e quelli sul Nasdaq 100 (-0,2%).

La seduta odierna segna il quindicesimo giorno di contrattazioni dall’inizio del conflitto, una soglia che storicamente coincide con i minimi dei listini statunitensi dopo shock geopolitici. Il flusso di notizie resta intenso e domina la dinamica dei mercati. Il principale elemento di sollievo arriva dal petrolio, dopo i segnali di Stati Uniti e Israele orientati a evitare ulteriori attacchi alle infrastrutture energetiche. Il movimento consente all’S&P 500 di limitare le perdite a -0,3%, dopo un avvio negativo, mentre lo Stoxx 600 chiude in calo del 2,4%, peggior risultato dell’anno.

Le tensioni geopolitiche mostrano segnali di parziale contenimento. Il premier israeliano Netanyahu ha indicato che non verranno colpite ulteriori infrastrutture energetiche iraniane, posizione rafforzata dalle dichiarazioni di Donald Trump, che ha invitato a evitare nuovi attacchi. Dall’Iran, il ministro degli Esteri Araghchi ha avvertito che non vi sarà alcuna moderazione in caso di nuovi colpi alle infrastrutture, pur evocando una possibile de-escalation. Il quadro lascia intravedere una tregua limitata agli impianti energetici, mentre resta incerta la riapertura dello Stretto di Hormuz e la durata complessiva del conflitto, con il Pentagono che valuta una richiesta di 200 miliardi di dollari al Congresso per sostenere operazioni più lunghe.

La decisione congiunta di diverse banche centrali europee di mantenere i tassi invariati è stata interpretata in chiave restrittiva, alimentando una vendita marcata sul tratto breve dei titoli di Stato.

La Bce ha confermato il tasso sui depositi al 2%, con Christine Lagarde che ha ribadito la solidità della posizione dell’istituto di fronte allo shock energetico, lasciando intendere un approccio attendista ma senza escludere interventi futuri. Le aspettative di mercato si sono rapidamente adeguate, con una probabilità di rialzo già ad aprile salita al 63% e circa 66 punti base di aumenti prezzati entro fine anno.

Più incisiva la posizione della Bank of England, che pur lasciando i tassi al 3,75% ha votato all’unanimità per la prima volta dal 2021, eliminando il bias accomodante e segnalando disponibilità ad agire per contenere l’inflazione. Le attese di mercato si sono spostate verso un ciclo restrittivo, con 70 punti base di rialzi attesi nel 2026 e una probabilità del 53% di aumento già ad aprile.

Tra le altre banche centrali, la Riksbank ha mantenuto il tasso all’1,75%, segnalando elevata incertezza sul percorso futuro, mentre la Banca nazionale svizzera ha confermato i tassi a zero, indicando una maggiore disponibilità a intervenire sul cambio per contenere la forza del franco.

ASIA

In Asia il quadro resta relativamente stabile, con il Giappone chiuso per festività. Tra gli altri listini si registrano movimenti contenuti: Hang Seng -0,6%, S&P/ASX 200 -0,8%, mentre il Kospi guadagna lo 0,5%, sostenuto dal comparto tecnologico e in rialzo di oltre il 5% nella settimana.

La banca centrale cinese conferma un orientamento prudente, lasciando invariati i tassi di riferimento per il decimo mese consecutivo: il Loan Prime Rate a un anno resta al 3%, mentre quello a cinque anni si mantiene al 3,50%, in linea con le attese e a conferma di un approccio attendista sul fronte monetario.

Sul mercato valutario, lo yen si rafforza fino a quota 158 contro dollaro, recuperando terreno dopo aver sfiorato i 160 a inizio settimana, sostenuto dalle aspettative di una politica più restrittiva da parte della Bank of Japan in risposta alle pressioni inflazionistiche legate al rialzo dell’energia.

La BoJ ha mantenuto il tasso allo 0,75%, come previsto dal consenso, con una decisione non unanime: il membro del board Hajime Takata ha votato ancora una volta per un aumento di 25 punti base fino all’1%, evidenziando i crescenti rischi sul fronte dei prezzi.

Il governatore Kazuo Ueda ha lasciato aperta la porta a un possibile rialzo dei tassi nei prossimi mesi, indicando che un intervento potrebbe diventare necessario nel caso in cui il rallentamento economico legato al conflitto con l’Iran si rivelasse temporaneo e le pressioni inflazionistiche di fondo restassero persistenti.

SPREAD ED EMISSIONI

Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,78%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 81 punti base. I titoli italiani hanno mostrato ieri una performance più debole dopo l’annuncio di un taglio temporaneo delle accise sui carburanti per 20 giorni, prima misura fiscale adottata in Europa per contenere i prezzi energetici.

La seduta di ieri è stata caratterizzata da un deciso aumento dei rendimenti in tutta l’area euro. Il movimento ha interessato in modo particolare il tratto breve della curva, in un contesto dominato dall’escalation del conflitto in Iran, che ha riacceso le pressioni su inflazione e politica monetaria.

L’attenzione degli operatori resta elevata anche sul mercato primario. In serata il Tesoro diffonderà i dettagli dell’emissione di BTP a breve termine e indicizzati all’inflazione (Btpei), primo appuntamento della tornata di fine mese. L’asta è in calendario per mercoledì 25 marzo e rappresenterà un test rilevante per la domanda in una fase segnata da rendimenti elevati e volatilità crescente.

PETROLIO

Le quotazioni del petrolio arretrano dopo l’apertura di diversi Paesi a un intervento coordinato per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, con le principali economie europee e il Giappone pronti a contribuire alla tutela dei traffici marittimi. Sul mercato pesa anche l’indicazione proveniente dagli Stati Uniti di possibili misure per aumentare l’offerta globale.

Nel tentativo di contenere la recente impennata dei prezzi, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha segnalato che l’amministrazione americana valuta la rimozione delle sanzioni sul greggio iraniano attualmente fermo sulle petroliere, aprendo anche alla possibilità di un nuovo rilascio dalle riserve strategiche. Oggi il Brent scambia a 108 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate si attesta intorno ai 94 dollari.

Su base settimanale il quadro resta divergente: il Brent si avvia a chiudere in rialzo di circa il 4%, mentre i contratti statunitensi mostrano una dinamica opposta con una flessione superiore al 4%, che segnerebbe il primo calo nelle ultime cinque settimane.

Dall’inizio della guerra il petrolio ha registrato un aumento di circa il 50%, in un contesto che ha destabilizzato l’intera area mediorientale, con il traffico nello Stretto di Hormuz quasi azzerato e una significativa riduzione della produzione di petrolio e gas. Fino a questo momento, però, il settore upstream iraniano era stato relativamente risparmiato, contribuendo a limitare i rischi di una crisi ancora più ampia sull’offerta globale.

Secondo Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital, il mercato non sta ancora incorporando pienamente il rischio di un’escalation più estesa. “Se gli attacchi dovessero colpire in modo diretto e diffuso le infrastrutture del Golfo, i 120 dollari non rappresenterebbero più un tetto ma un punto di partenza, con scenari tra 140 e 160 dollari al barile tutt’altro che improbabili”, ha affermato.

La pressione sullo Stretto di Hormuz rappresenta un nodo strategico. Secondo Will Todman del Center for Strategic and International Studies, la situazione impedisce agli Stati Uniti di dichiarare conclusa l’operazione senza affrontare il problema alla radice. Le opzioni per aumentare la pressione su Teheran, inclusi attacchi diretti alle infrastrutture energetiche o il controllo di Kharg, rischiano di spingere ulteriormente al rialzo i prezzi dell’energia.

L’escalation ha ampliato anche il divario tra i benchmark petroliferi. Secondo RBC Capital Markets, gli Stati Uniti potrebbero valutare misure straordinarie come una tassa sulle esportazioni di greggio o addirittura un blocco delle vendite all’estero per contenere l’aumento dei prezzi. Il differenziale tra WTI e Brent supera i 15 dollari al barile, segnalando tensioni crescenti sul mercato globale.

ORO

L’oro recupera terreno, sostenuto dagli acquisti sulla debolezza che consentono al metallo di reggere l’impatto del rialzo del petrolio e delle crescenti pressioni inflazionistiche legate alla guerra in Medio Oriente.

La Fed ha lasciato i tassi invariati nella riunione di mercoledì, indicando un solo taglio nel corso dell’anno. Il presidente Jerome Powell ha sottolineato che eventuali riduzioni richiederanno segnali concreti di rallentamento dell’inflazione, mentre il conflitto in corso introduce un ulteriore elemento di incertezza sull’economia statunitense.

Powell ha anche affrontato il tema del proprio futuro alla guida della banca centrale, dopo l’apertura di un’indagine da parte del Dipartimento di Giustizia. Il presidente della Fed ha dichiarato di non avere intenzione di dimettersi fino alla conclusione dell’inchiesta.

Nel caso in cui non venga nominato un successore entro la scadenza del mandato a maggio, Powell ha indicato che potrebbe assumere temporaneamente il ruolo di presidente ad interim. L’indagine ha alimentato timori di possibili interferenze politiche nella banca centrale, un elemento che contribuisce a erodere la fiducia negli asset statunitensi e che, nel medio periodo, potrebbe sostenere la domanda di beni rifugio come l’oro.

Il contesto resta complesso per il metallo prezioso. Il petrolio continua a salire dopo nuovi attacchi tra Iran e Israele contro infrastrutture energetiche chiave nel Golfo Persico. Con il conflitto vicino alla terza settimana, il rialzo di greggio e gas alimenta timori inflazionistici che riducono le probabilità di tagli dei tassi da parte delle principali banche centrali. Un quadro che tende a penalizzare l’oro, che non offre rendimento, mentre anche il rafforzamento del dollaro esercita pressione sulle materie prime denominate in valuta statunitense.

Secondo Nicholas Frappell di ABC Refinery Australia, la combinazione tra forza del dollaro e condizioni monetarie più restrittive crea un percorso incerto nel breve termine per l’oro. In prospettiva, però, un’accelerazione dell’inflazione superiore ai tassi potrebbe comprimere i rendimenti reali e fornire supporto ai prezzi.

Nonostante la recente fase di debolezza, il metallo mantiene una performance positiva di circa +12% da inizio anno, anche se la spinta rialzista si è attenuata nelle ultime settimane con il venir meno delle aspettative di un taglio imminente dei tassi e con vendite legate a esigenze di liquidità da parte degli investitori.

Per Christopher Wood di Jefferies, il metallo si trova ora in una fase di consolidamento. L’assenza di nuovi massimi durante l’escalation del conflitto rappresenta un segnale di esaurimento temporaneo della spinta rialzista, con una possibile fase laterale compresa tra 4.500 e 5.500 dollari l’oncia.

DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO

In Italia focus sui dati Istat su commercio estero e prezzi all’import di gennaio alle 10:00. In Germania attesi i prezzi alla produzione di febbraio alle 8:00, con stime a +0,3% su base mensile e -2,7% su base annua. Per l’area euro in agenda la bilancia commerciale alle 11:00.

A Bruxelles prosegue il Consiglio europeo, iniziato ieri e in programma fino al 20 marzo, con la partecipazione anche della presidente della Bce Christine Lagarde. I leader Ue discuteranno l’escalation in Medio Oriente e le ricadute su energia e sicurezza degli approvvigionamenti. L’Italia, con la premier Giorgia Meloni, punta a ottenere un congelamento del sistema Ets per contenere i costi energetici.

Riflettori sulla Francia, dove le agenzie Dbrs e Scope si pronunciano sul rating sovrano, elemento che potrebbe influenzare il mercato obbligazionario europeo.

In Asia, invece, la seduta si svolge con i mercati giapponesi chiusi per festività.

ULTIME NEWS SUI TITOLI

Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

ENEL. Una corte brasiliana ha accolto la richiesta della controllata attiva nello Stato di San Paolo, concedendo una sospensione temporanea del procedimento avviato dall’autorità energetica locale sulla possibile revoca della concessione per la distribuzione elettrica.

UNICREDIT. Moody’s ha confermato il giudizio A3 con prospettive stabili dopo l’offerta su Commerzbank, indicando che in caso di acquisizione il merito creditizio standalone potrebbe migliorare passando da baa2 a baa1.

FERRARI, STELLANTIS. Il gruppo di Maranello e il brand Maserati hanno deciso di interrompere temporaneamente le consegne in Medio Oriente in risposta all’aggravarsi della situazione geopolitica nell’area.

INWIT. La società ha tagliato le previsioni al 2026 e rivisto al ribasso le prospettive di medio periodo a causa delle tensioni con i principali clienti, dopo l’annuncio di una joint venture tra Tim e Fastweb per la realizzazione di nuove infrastrutture di telecomunicazione.

NEXI. Alessandro Daffina, alla guida di Rothschild & Co Italia, è atteso nel consiglio di amministrazione come rappresentante di Hellman & Friedman, a seguito dell’uscita di Bain e Advent dal capitale e delle conseguenti dimissioni dei consiglieri legati ai due fondi; secondo gli accordi, a H&F spetta anche la nomina del presidente.

RECORDATI. Il consiglio proporrà agli azionisti un dividendo relativo al 2025 pari a 0,71 euro per azione, al netto dell’acconto già distribuito di 0,63 euro per azione.

SANLORENZO. La holding della famiglia Perotti ha trasferito oltre metà della propria partecipazione nella società a Ocean, portando quest’ultima al 55,7% del capitale e al 67,6% dei diritti di voto, mantenendo comunque il controllo ultimo attraverso una quota complessiva superiore al 60%.

DIASORIN. Il consiglio di amministrazione si riunisce per l’approvazione del bilancio.

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