STATI UNITI ED EUROPA
L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire in territorio negativo, con il future che segna un ribasso dello 0,6%. Positivi invece i futures sull’S&P 500 (+0,2%) e quelli sul Nasdaq 100 (+0,1%). I mercati hanno incontrato difficoltà all’inizio di questa settimana, alla vigilia di alcuni giorni particolarmente intensi sul fronte macro e delle banche centrali. I dati deboli pubblicati ieri hanno alimentato nuove preoccupazioni sulle prospettive per il 2026. In questo contesto, l’S&P 500 ha registrato una seconda seduta consecutiva in calo, chiudendo a -0,2%,
Il quadro resta tuttavia fluido, perché la giornata segna l’avvio di una serie di dati macro di primo piano e di decisioni di politica monetaria. Il primo appuntamento è il rapporto sul mercato del lavoro statunitense di novembre, insieme a un report parziale relativo a ottobre, in uscita alle 13:30. A causa dello shutdown, la raccolta dei dati era stata interrotta, per cui, pur avendo i numeri sui payroll di entrambi i mesi, il tasso di disoccupazione sarà disponibile solo per novembre. I dati sono attesi particolarmente volatili: gli economisti statunitensi prevedono un calo di 60 mila posti di lavoro a ottobre, legato agli incentivi governativi ai prepensionamenti concentratisi in quel mese, seguito da un rimbalzo di 50 mila unità a novembre. Sul fronte della disoccupazione, le attese indicano un aumento al 4,5% a novembre, massimo degli ultimi quattro anni.
Dal punto di vista dei mercati, la questione chiave è se il report sul lavoro possa aprire la strada a ulteriori tagli dei tassi nella prima parte del prossimo anno. Al momento, il dot plot della Fed segnala un solo ulteriore taglio nel 2026, ma in questo ciclo un raffreddamento del mercato del lavoro ha più volte spinto la banca centrale verso una postura più accomodante. Jerome Powell aveva dichiarato a fine ottobre che un taglio a dicembre non era “scontato”, ma dopo il nuovo aumento del tasso di disoccupazione, il mercato ha nuovamente prezzato l’intervento, poi effettivamente realizzato la scorsa settimana.
Sono arrivate anche nuove indiscrezioni sulla futura guida della Fed. CNBC ha riportato che la candidatura di Kevin Hassett avrebbe incontrato alcune resistenze tra persone vicine a Donald Trump, più per promuovere l’ex governatore della Fed Kevin Warsh che per criticare direttamente Hassett. L’articolo è stato interpretato come una conferma del momentum a favore di Warsh, anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Trump al Wall Street Journal, in cui aveva affermato che “i due Kevin sono entrambi ottimi”. Per la prima volta in quasi tre settimane, Hassett non è più risultato il favorito su Polymarket: al momento Warsh guida con il 48%, seguito da Hassett al 40%. Il presidente della Fed di New York, John Williams, ha ribadito che la politica monetaria è ben posizionata per il prossimo anno, mentre la presidente della Fed di Boston, Susan Collins, ha definito il taglio della scorsa settimana una decisione “al limite”, data la persistenza dei rischi inflazionistici.
In Europa, ieri i mercati hanno mostrato un tono più costruttivo, con rialzi sia per azioni sia per obbligazioni. A sostenere il sentiment hanno contribuito le notizie sui colloqui di pace in Ucraina. Funzionari ucraini hanno parlato di “progressi concreti” nei colloqui di Berlino con rappresentanti statunitensi, che avrebbero offerto garanzie di sicurezza simili all’Articolo 5, mentre Trump ha dichiarato che “siamo più vicini alla pace di quanto non lo siamo mai stati”. Nuovi incontri sono previsti negli Stati Uniti nel fine settimana e il vertice dei leader europei di giovedì discuterà di prestiti per le riparazioni destinati a finanziare l’Ucraina. Peter Sidorov ha analizzato le ultime proposte e le loro implicazioni per la politica europea in una nota diffusa questa mattina.
ASIA
In Asia, i mercati risultano deboli questa mattina. Le piazze più esposte alla tecnologia registrano i ribassi più marcati: Hang Seng a -2,1%, KOSPI a -1,8% e Nikkei a -1,5%. Anche i mercati cinesi, con il CSI 300 in calo dell’1,4% e lo Shanghai Composite a -1,2%, arretrano per la seconda seduta consecutiva dopo i dati deboli su attività e immobiliare di novembre, che stanno temporaneamente compensando le speranze di nuovi stimoli. L’indice australiano S&P/ASX 200 mostra una migliore tenuta, ma resta comunque in territorio negativo a -0,4%.
In Giappone il settore manifatturiero ha mostrato segnali di miglioramento a dicembre, con il PMI manifatturiero flash di S&P Global salito a 49,7 da 48,7, avvicinandosi alla soglia di espansione grazie a una domanda più solida, sia interna che internazionale, per beni industriali e automobili. Il comparto dei servizi resta robusto, con il PMI flash a 52,5, in lieve calo da 53,2 ma ancora indicativo di una crescita sostenuta, trainata dai consumi domestici e dalla resilienza della domanda nei servizi.
In Australia, il settore privato continua a espandersi, seppur a un ritmo più moderato: il PMI servizi flash è sceso a 51,0 da 52,8, risentendo di una maggiore concorrenza e di una crescita più contenuta dei nuovi ordini dall’estero, mentre il manifatturiero ha mostrato maggiore solidità, con un PMI preliminare in aumento a 52,2 da 51,6, sostenuto dalla domanda di beni e dal miglioramento degli ordini export.
BANCHE CENTRALI
Domani l’attenzione dei mercati sarà concentrata sulla riunione della Bce, da cui, secondo il consenso, non dovrebbero emergere variazioni sui tassi, destinati a restare al 2%. Insieme alla decisione di politica monetaria, Francoforte pubblicherà anche le nuove proiezioni macroeconomiche su crescita e inflazione. Una parte degli analisti si attende una revisione al rialzo delle stime di crescita rispetto alle previsioni di settembre, uno scenario che trova riscontro anche nelle indicazioni fornite dalla stessa Christine Lagarde nelle dichiarazioni della scorsa settimana. Le stime sull’inflazione, invece, dovrebbero restare sostanzialmente in linea con le precedenti, senza segnali di scostamenti significativi.
Molti osservatori ritengono che la reazione dei mercati possa essere contenuta, dal momento che i messaggi della Bce dovrebbero ribadire una fase di prolungata stabilità dei tassi, sottolineando che il percorso di normalizzazione è ormai “a buon punto”. Nelle ultime settimane, tuttavia, il quadro delle aspettative si è modificato in modo sensibile: dopo aver progressivamente ridotto le scommesse su tagli dei tassi nel 2026, in seguito alle prese di posizione di esponenti come Isabel Schnabel e Peter Kazimir, i mercati hanno iniziato a prezzare addirittura possibili rialzi del costo del denaro, segnalando un cambio di percezione sulla traiettoria futura della politica monetaria nell’area euro.
Il calendario settimanale delle banche centrali resta comunque fitto anche al di fuori dell’Eurozona. In Giappone, la Bank of Japan dovrebbe procedere a un rialzo dei tassi di 25 punti base, portando il riferimento allo 0,75%, confermando l’ipotesi di una graduale uscita dalla lunga fase di politica ultra-accomodante. In Gran Bretagna, invece, la Bank of England potrebbe muoversi in direzione opposta, con un taglio dei tassi di pari entità al 3,75%, riflettendo un contesto macro più fragile. Al pari della Bce, dovrebbero invece mantenere invariato il costo del denaro sia la Riksbank svedese sia la Norges Bank norvegese, rafforzando l’idea di una fase di attesa e valutazione nelle principali economie avanzate.
SPREAD ED EMISSIONI
Il Btp decennale italiano apre la giornata con un rendimento del 3,53%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 68 punti base.
Gli operatori si preparano a una raffica di dati macroeconomici attesi nei prossimi giorni e analizzano con attenzione i commenti dei policymaker alla ricerca di indicazioni sull’orientamento futuro dei tassi di interesse.
PETROLIO
Il petrolio fatica a risalire dai minimi di quasi due mesi, sostenuto da segnali di domanda cinese in miglioramento, mentre sul mercato continuano a pesare i timori legati a un eccesso strutturale di offerta. Il Brent scambia a 60 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) si muove in area 56 dollari, in una fase di scambi ridotti alla vigilia delle festività di Natale e Capodanno. I dati di novembre mostrano che la domanda apparente di greggio in Cina e l’attività di raffinazione sono risultate superiori rispetto a un anno fa, anche se altri indicatori mensili continuano a segnalare una debolezza diffusa dell’economia del Paese.
Il mercato si avvia verso una chiusura d’anno negativa, con il greggio penalizzato dalle aspettative di un surplus in progressiva espansione. Opec+ e altri grandi produttori stanno infatti immettendo nuovi barili sul mercato, in un contesto in cui la crescita della domanda resta contenuta. Le preoccupazioni per l’eccesso di offerta emergono con chiarezza anche nel cruciale mercato mediorientale, sebbene l’incertezza geopolitica continui ad aggiungere un certo premio per il rischio alle quotazioni.
L’Ucraina prosegue gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, colpendo nel fine settimana una raffineria di rilievo e un deposito di petrolio, nel tentativo di ridurre le entrate che contribuiscono a finanziare lo sforzo bellico di Mosca. Parallelamente, il presidente statunitense Donald Trump ha inviato nuovi emissari a Berlino per un ulteriore round di colloqui con l’obiettivo di favorire una soluzione del conflitto.
Tensioni si registrano anche in altre aree: l’Iran ha annunciato il sequestro di una petroliera straniera nel Golfo dell’Oman, sospettata di trasportare carburante di contrabbando, mentre gli Stati Uniti hanno intercettato una nave al largo del Venezuela la scorsa settimana, nell’ambito dell’intensificazione della pressione dell’amministrazione Trump contro il regime di Nicolas Maduro. Il presidente americano ha inoltre ribadito la disponibilità a lanciare attacchi contro i cartelli della droga, ampliando ulteriormente il quadro di incertezza geopolitica.
Secondo Charu Chanana, chief investment strategist di Saxo Markets, il premio geopolitico non è scomparso ma viene temporaneamente oscurato dalla narrativa dell’oversupply. Le tensioni internazionali, spiega, agiscono più come un pavimento per i prezzi che come un vero catalizzatore di un rialzo duraturo.
A rendere il mercato ancora più instabile contribuisce la riduzione dei volumi di scambio: il numero complessivo di contratti Brent trattati è inferiore alla media giornaliera, una condizione che tende ad amplificare i movimenti dei prezzi e a favorire una fase di elevata volatilità in un contesto già caratterizzato da scambi sottili.
ORO
L’oro si ferma dopo cinque sedute consecutive in rialzo grazie al ritorno di un clima di avversione al rischio che ha spinto gli investitori a ridurre l’esposizione ai listini asiatici, sempre più sotto pressione per i dubbi sulla sostenibilità delle valutazioni delle grandi società tecnologiche fortemente esposte agli investimenti in intelligenza artificiale. Il metallo giallo scende a quota 4.285 dollari l’oncia. Le crescenti perplessità sulla capacità dei colossi tech di sostenere livelli di spesa così aggressivi sull’AI hanno rafforzato il ruolo di bene rifugio dell’oro.
A sostenere ulteriormente il metallo prezioso contribuiscono le scommesse su un nuovo ciclo di allentamento monetario negli Stati Uniti nel corso del prossimo anno, dopo che la Fed ha attuato la terza riduzione consecutiva dei tassi la scorsa settimana. In un’intervista al Wall Street Journal, il presidente Donald Trump ha invocato un taglio dei tassi più deciso e ha dichiarato di aspettarsi che il prossimo presidente della Fed si confronti con lui sulle scelte di politica monetaria, indicando Kevin Hassett e Kevin Warsh come principali candidati alla successione di Jerome Powell.
Il 2025 si avvia così a chiudersi come un anno eccezionale per i metalli preziosi. L’oro ha registrato un rialzo superiore al 60%, mentre l’argento ha più che raddoppiato il proprio valore, con entrambi avviati verso la migliore performance annuale dal 1979. Alla base di questo rally particolarmente intenso ci sono acquisti crescenti da parte delle banche centrali e un progressivo disimpegno degli investitori da obbligazioni sovrane e valute. Secondo il World Gold Council, le consistenze degli ETF garantiti da oro sono aumentate in tutti i mesi dell’anno, ad eccezione di maggio, confermando un interesse costante per il metallo.
Gli analisti di Goldman Sachs si attendono che la combinazione tra domanda delle banche centrali e flussi degli investitori privati, favorita dall’orientamento più accomodante della Fed, possa spingere il prezzo dell’oro fino a 4.900 dollari l’oncia entro la fine del 2026. L’elevata accumulazione da parte delle autorità monetarie viene descritta come una tendenza pluriennale, con acquisti medi mensili stimati intorno alle 70 tonnellate nel 2026.
Una visione più articolata arriva dagli analisti di ANZ Group, che prevedono per il 2026 un andamento in due fasi: un picco vicino ai 4.800 dollari entro la fine del secondo trimestre, seguito da una fase di ritracciamento. Anche in questo scenario, però, i flussi di investimento resilienti e la domanda delle banche centrali continuerebbero a fornire un solido sostegno alle quotazioni.
L’argento, invece, resta sostenuto da scommesse speculative su una persistente scarsità dell’offerta, dopo la storica stretta registrata in ottobre. L’argento, che venerdì ha toccato un record a 64,66 dollari l’oncia, beneficia di un deficit di mercato, di una domanda industriale robusta e delle incertezze legate alla politica commerciale statunitense. L’inserimento dell’argento nella lista dei minerali critici da parte dello U.S. Geological Survey ha reso gli operatori più cauti nel movimentare il metallo fuori dagli Stati Uniti, nel timore di future tariffe. Secondo ANZ Group, una conferma dell’esclusione dell’argento dai dazi potrebbe innescare deflussi e attenuare le tensioni sull’offerta.
DATI MACRO IN ARRIVO
Oggi sono attese le stime preliminari di dicembre degli indici Pmi di Germania, Francia e dell’intera area euro. Per la zona euro le attese indicano un miglioramento sia nei servizi sia nel manifatturiero, con quest’ultimo che dovrebbe avvicinarsi alla soglia di espansione, segnalando un possibile raffreddamento delle pressioni recessive emerse nei mesi precedenti.
Sempre oggi verrà diffuso anche l’indice Zew tedesco, che secondo il consensus dovrebbe mostrare un nuovo miglioramento del sentiment economico a dicembre, rafforzando l’idea di un graduale recupero delle aspettative degli operatori.
L’attenzione resterà alta anche domani, alla vigilia del meeting della Bce, quando saranno pubblicati il dato finale sull’inflazione dell’area euro di novembre e l’indice Ifo tedesco, due indicatori chiave per valutare la tenuta dell’economia e l’evoluzione delle pressioni sui prezzi.
Il calendario Usa prende il via nel primo pomeriggio con i dati sui payroll di novembre e sulle vendite al dettaglio di ottobre, mentre tra giovedì e venerdì arriveranno gli aggiornamenti sul fronte dei prezzi, con la diffusione di CPI e PCE di ottobre. Il consensus indica una creazione di circa 50.000 posti di lavoro a novembre, in netto rallentamento rispetto ai 119.000 del mese precedente. La scorsa settimana Jerome Powell ha osservato che la crescita media dell’occupazione, pari a circa 40.000 unità al mese da aprile, potrebbe essere sovrastimata di 60.000 unità; in altre parole, l’economia statunitense starebbe in realtà perdendo circa 20.000 posti di lavoro al mese. Una Fed divisa ha comunque ridotto i tassi di 25 punti base la scorsa settimana, ma Powell ha chiarito che i costi di finanziamento difficilmente scenderanno ancora nel breve periodo. I mercati attribuiscono solo una probabilità del 22% a un ulteriore allentamento nella riunione del FOMC del 27-28 gennaio, mentre vedono un taglio più probabile nel mese di aprile.
Sul fronte delle banche centrali, è atteso anche un intervento di François Villeroy de Galhau, membro del Consiglio direttivo della Bce.
OCCUPAZIONE USA, IL PENSIERO CONDIVISO DEL FOMC

Nel corso dell’ultima riunione di politica monetaria dell’anno, la Fed ha optato per un nuovo taglio dei tassi da 25 punti base, il terzo consecutivo. All’interno del Board del FOMC non sono mancati i dissensi, con tre voti contrari e diversi policymaker che hanno indicato aspettative di tassi più elevati nelle loro proiezioni per il 2026. Le opinioni sembrano invece convergere almeno su un tema: l’andamento del tasso di disoccupazione. Secondo l’aggiornamento del Summary of Economic Projections, infatti, 14 dei 19 membri del Comitato prevedono che il tasso di disoccupazione a fine 2026 si collocherà in un intervallo compreso tra il 4,4% e il 4,5%.
Cosa c’è alla base di questo pensiero condiviso? Come spiega l’Economic Team di Payden & Rygel, anzitutto un sentiment di fiducia, perché nessuno vuole che lo scenario di crisi del mercato del lavoro si concretizzi. In secondo luogo, si ritiene probabilmente che gli ultimi tagli dei tassi possano contribuire a stabilizzare l’occupazione. Da ultimo, alcuni policymaker hanno osservato che oggi è necessario un numero inferiore di nuovi posti di impiego per mantenere stabile il tasso di disoccupazione. La storia, tuttavia, invita alla cautela: è raro che il tasso di disoccupazione rimanga stabile per più di un anno e il rischio è che la traiettoria possa essere orientata al rialzo. Di conseguenza, non si possono escludere sorprese accomodanti sul fronte dei tassi nel corso del 2026.
ULTIME NEWS SUI TITOLI
Le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:
SETTORE AUTO. La Commissione europea si prepara a rivedere il divieto sulle auto con motore a combustione interna dal 2035, aprendo alla possibilità che fino al 10% dei veicoli immatricolati dopo quella data non sia elettrico, dopo le forti pressioni esercitate da Germania, Italia e dall’industria automobilistica europea. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che cita fonti autorevoli dell’esecutivo Ue, Bruxelles starebbe valutando un nuovo sistema di compensazione che consentirebbe alle case automobilistiche di continuare a vendere veicoli con motore termico oltre il 2035. La proposta prevedrebbe che fino al 30% degli obiettivi climatici venga raggiunto attraverso l’utilizzo di combustibili alternativi, mentre circa il 70% deriverebbe dall’impiego di acciaio verde nei processi produttivi.
CALTAGIRONE. Il consiglio di amministrazione ha preso atto della decisione del presidente di rinunciare ai poteri delegati relativi all’esecuzione del voto nelle assemblee di Monte dei Paschi di Siena e di Generali, scelta che ridisegna il perimetro delle deleghe operative legate alla partecipazione del gruppo nelle due società finanziarie.
BANCA GENERALI. La banca ha collocato una nuova emissione obbligazionaria senior da 100 milioni di euro, interamente sottoscritta da Generali, rafforzando così il legame finanziario all’interno del gruppo e confermando l’interesse del Leone di Trieste per il debito della controllata.
ENI. L’Autorità Antitrust ha accolto gli impegni presentati da Plenitude, società controllata dal gruppo energetico, nell’ambito di un’istruttoria avviata lo scorso marzo per presunte pratiche commerciali scorrette, decidendo di chiudere il procedimento senza accertare alcuna infrazione.
A livello internazionale sono da monitorare:

di Francesco Sicuro















































