Start&Stock: la Nato valuta una missione per intervenire nello Stretto di Hormuz, attesa per la trimestrale di Nvidia

Start&Stock: la Nato valuta una missione per intervenire nello Stretto di Hormuz, attesa per la trimestrale di Nvidia

Cresce l’attesa per i conti di Nvidia e continua il selloff sui bond governativi, con rendimenti vicini ai massimi pluriennali. A pesare sono soprattutto la crisi energetica e lo stallo nello Stretto di Hormuz, che alimentano i timori di inflazione persistente e rafforzano le aspettative di nuove strette monetarie da parte di Fed e Bce. Trump continua a minacciare l’Iran, anche se il mercato resta prudente dopo settimane di tensioni senza una vera escalation. Petrolio e oro restano fortemente condizionati dall’incertezza geopolitica.

STATI UNITI ED EUROPA

L’Euro Stoxx 50 dovrebbe aprire la seduta odierna in territorio negativo con il future che segna un ribasso dello 0,5%. Piatti, invece, i futures sull’S&P 500 e quelli sul Nasdaq 100.

I mercati globali continuano a convivere con una fase di forte tensione sul comparto obbligazionario mentre gli investitori attendono questa sera dopo la chiusura di Wall Street i risultati trimestrali di Nvidia, ad oggi la società con la maggiore capitalizzazione al mondo. Il selloff sui bond non mostra segnali di rallentamento e i rendimenti governativi restano vicini ai massimi pluriennali a livello globale.

A sostenere la pressione sui mercati obbligazionari contribuisce soprattutto il permanere della crisi energetica internazionale con lo Stretto di Hormuz che resta sostanzialmente bloccato. Gli operatori stanno aumentando le scommesse su una possibile accelerazione delle strette monetarie da parte delle banche centrali, alimentate dai timori di un’inflazione più persistente legata al rincaro dell’energia. Le aspettative sui tassi americani si stanno modificando rapidamente: il mercato assegna ormai una probabilità dell’81% a un rialzo dei tassi Fed nel 2026, nonostante l’orientamento accomodante mostrato nell’ultimo comunicato della banca centrale americana.

A rafforzare ulteriormente il clima restrittivo sono arrivate anche le dichiarazioni di Donald Trump, che si è detto disposto a lasciare piena libertà d’azione a Kevin Warsh, possibile futuro riferimento della politica monetaria statunitense. Una posizione interpretata dagli investitori come un segnale di apertura verso una linea più aggressiva sui tassi.

Sul fronte energetico emergono intanto alcuni timidi segnali di alleggerimento delle tensioni logistiche. Tre petroliere, due cinesi e una sudcoreana, stanno attraversando lo Stretto di Hormuz, circostanza che potrebbe rappresentare una delle giornate con il maggior traffico registrato dalla chiusura della rotta commerciale.

L’aumento simultaneo dei rendimenti nominali e reali continua a penalizzare anche l’azionario globale. L’S&P 500 ha perso lo 0,7% ieri, chiudendo in calo per la terza seduta consecutiva, evento che non si verificava dalla fine di marzo.

Le tensioni geopolitiche restano comunque elevate. Trump ha ribadito la possibilità di nuovi attacchi contro Teheran dichiarando che gli Stati Uniti “potrebbero dover colpire ancora duramente” l’Iran. Il presidente americano ha indicato una finestra temporale molto breve per eventuali decisioni, parlando di “due o tre giorni” o dell’inizio della prossima settimana.

A complicare ulteriormente il quadro sono arrivate anche indiscrezioni del Wall Street Journal secondo cui i mediatori internazionali vedrebbero pochi progressi nei colloqui tra Washington e Teheran. Più ottimista il vicepresidente JD Vance, secondo cui i negoziati avrebbero registrato “progressi significativi”, pur ribadendo che gli Stati Uniti restano pronti a riattivare la campagna militare qualora non venisse raggiunto un accordo.

Anche la Nato starebbe valutando un possibile dispiegamento militare per garantire il passaggio delle navi attraverso Hormuz nel caso in cui la rotta restasse chiusa oltre l’inizio di luglio. Secondo Bloomberg la proposta avrebbe già ottenuto il sostegno di diversi membri dell’Alleanza Atlantica, anche se non esiste ancora un consenso unanime.

In Europa gli investitori stanno aumentando le probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Bce già nella prossima riunione di giugno. A rafforzare questa aspettativa sono state anche le dichiarazioni del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, che ha definito più persistente del previsto lo shock energetico e ha aperto alla necessità di ulteriori interventi restrittivi da parte della banca centrale europea. Nonostante questo scenario, l’azionario europeo è riuscito ieri a chiudere in lieve rialzo con lo Stoxx 600 in progresso dello 0,2%.

ASIA

In Asia prevale ancora la debolezza, guidata soprattutto dal comparto tecnologico. Il Kospi perde il -2%, registrando la peggiore performance regionale dopo il crollo di Samsung, che ha invertito i rialzi iniziali scivolando di oltre il 4% in seguito al fallimento delle trattative salariali con il sindacato e all’avvio di uno sciopero. In calo anche il Nikkei (-1,2%) e l’S&P/ASX 200 australiano (-1,4%), mentre le perdite risultano più contenute per Hang Seng (-0,5%), CSI 300 (-0,3%) e Shanghai Composite (-0,7%).

La People’s Bank of China ha lasciato invariati per il dodicesimo mese consecutivo i tassi di riferimento sui prestiti, mantenendo il Loan Prime Rate a un anno al 3% e quello a cinque anni al 3,5%. La banca centrale cinese continua a muoversi con cautela nel tentativo di sostenere la domanda interna senza alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche legate all’energia.

Le crescenti tensioni sui mercati finanziari stanno spingendo la Bank of Japan a valutare un approccio molto più prudente nella riduzione del proprio gigantesco portafoglio obbligazionario. Secondo quanto riferito da tre fonti a Reuters, la banca centrale giapponese potrebbe decidere di rallentare o addirittura sospendere il quantitative tightening nel prossimo anno fiscale qualora le condizioni dei mercati dovessero continuare a deteriorarsi.

Parallelamente il governo giapponese starebbe preparando una nuova iniziativa per sostenere la domanda di debito pubblico domestico. Le autorità di Tokyo puntano infatti a introdurre una nuova serie di titoli di Stato destinati agli investitori retail, con l’obiettivo di compensare il progressivo arretramento della banca centrale dal mercato obbligazionario.

SPREAD E ASTE TITOLI DI STATO

Il BTP decennale italiano apre la seduta con un rendimento del 3,96%, mentre lo spread con il Bund tedesco di pari durata si attesta a 77 punti base, in un contesto internazionale dominato dalla nuova impennata dei tassi governativi.

La seduta di ieri sui governativi europei si è mantenuta interlocutoria, con movimenti contenuti ma rendimenti ancora vicini ai massimi recenti. Gli investitori continuano a prepararsi a uno scenario caratterizzato da prezzi energetici elevati per un periodo prolungato, elemento che rischia di alimentare un’inflazione più persistente delle attese e di costringere le principali banche centrali mondiali a mantenere un orientamento restrittivo più a lungo.

Sul mercato primario europeo l’attenzione si concentra sulle nuove aste sovrane in calendario. La Germania offrirà oggi 5 miliardi di euro del Bund con scadenza 15 febbraio 2036 e cedola al 2,90%. In agenda anche il Portogallo, che proporrà tra 1,25 e 1,5 miliardi di euro di buoni del Tesoro a 12 mesi.

PETROLIO

Il petrolio consolida il calo dopo le ultime dichiarazioni di Donald Trump, mentre gli operatori continuano a valutare il rischio di una nuova escalation militare contro l’Iran. Il Brent tratta sotto quota 111 dollari al barile dopo avere perso lo 0,7% nella seduta di ieri, mentre il West Texas Intermediate scivola sotto i 104 dollari. A influenzare il sentiment sono state le parole del presidente americano durante il Congressional Picnic organizzato alla Casa Bianca, dove Trump ha dichiarato che la guerra con l’Iran finirà “molto rapidamente” e che Teheran “vuole fortemente raggiungere un accordo”.

Le affermazioni del presidente arrivano dopo un nuovo irrigidimento della posizione americana. Trump aveva infatti spiegato poche ore prima che gli Stati Uniti “potrebbero dover infliggere un altro duro colpo” qualora l’Iran decidesse di respingere le condizioni di pace avanzate da Washington, meno di ventiquattro ore dopo avere annunciato il rinvio di un attacco militare. Il continuo alternarsi di aperture diplomatiche e minacce militari mantiene elevata la tensione sui mercati energetici, anche se gli investitori mostrano crescente prudenza dopo settimane di annunci che non si sono tradotti in una ripresa effettiva delle ostilità dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile.

Interrogato sulle tempistiche entro cui gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attendere una risposta iraniana, Trump ha parlato apertamente di una finestra molto limitata. “Due o tre giorni, forse venerdì, sabato o domenica. Qualcosa potrebbe accadere all’inizio della prossima settimana”, ha spiegato il presidente americano, lasciando intendere che la Casa Bianca continui a mantenere aperta l’opzione militare.

Secondo Vishnu Varathan di Mizuho Securities, i mercati continuano però a richiedere segnali di imminenza molto più concreti prima di incorporare realmente uno scenario di guerra aperta nelle quotazioni. L’analista sottolinea che il petrolio è arretrato insieme agli altri asset finanziari mentre le crescenti preoccupazioni sull’inflazione spingono al rialzo i rendimenti obbligazionari globali. Con il Treasury americano decennale ormai stabilmente sopra il 4,5%, molti investitori iniziano a scommettere sulla possibilità che Trump possa nuovamente attenuare la propria posizione per evitare ulteriori tensioni economiche.

La guerra entra ora nella dodicesima settimana di durata e continua a paralizzare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, provocando forti ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulle aspettative inflazionistiche mondiali. Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno anche sequestrato una petroliera collegata all’Iran nell’Oceano Indiano. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal si tratterebbe almeno del terzo sequestro mirato contro la cosiddetta “shadow fleet” utilizzata da Teheran per aggirare le sanzioni internazionali.

L’assenza di progressi diplomatici continua ad aumentare il nervosismo sui future del greggio. A pesare sulle quotazioni è anche la notizia secondo cui la Nato starebbe discutendo l’ipotesi di scortare le navi commerciali attraverso Hormuz qualora il blocco dovesse proseguire oltre l’inizio di luglio. Gli investitori stanno ormai prezzando uno scenario di chiusura prolungata dello stretto, secondo un sondaggio realizzato da Goldman Sachs nelle scorse settimane. Un eventuale intervento guidato dalla Nato potrebbe quindi consentire un ritorno più rapido dell’offerta energetica sul mercato globale.

Sul piano geopolitico cresce anche l’attivismo diplomatico di Cina e Russia. Nel corso di un incontro avvenuto mercoledì a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping ha rinnovato l’appello per un cessate il fuoco in Medio Oriente durante i colloqui con Vladimir Putin, secondo quanto riferito dall’agenzia ufficiale Xinhua. I due leader hanno riaffermato la volontà di rafforzare la cooperazione strategica in una fase segnata contemporaneamente dai conflitti in Iran e Ucraina.

La Casa Bianca continua intanto a mantenere una linea molto rigida sulle esportazioni energetiche, rifiutando per ora restrizioni aggiuntive anche mentre le scorte americane mostrano un rapido deterioramento. Un report diffuso dall’industria indica infatti che le riserve di greggio negli Stati Uniti sarebbero diminuite di 9,1 milioni di barili nell’ultima settimana, il calo più marcato dallo scorso settembre qualora il dato venisse confermato dalle statistiche ufficiali attese nelle prossime ore.

A segnalare la crescente tensione sul comparto energetico contribuisce anche l’attività sul mercato delle opzioni. Ieri è stata registrata una gigantesca operazione su opzioni put del Brent equivalente a 134 milioni di barili trattati in un unico blocco, movimento che ha ulteriormente agitato un mercato già estremamente sensibile a flussi anomali e improvvisi cambiamenti di posizionamento degli investitori.

ORO E ARGENTO

L’oro continua a muoversi in calo mentre lo stallo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz alimenta nuove tensioni inflazionistiche e rafforza le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte delle principali banche centrali mondiali. Il lingotto tratta intorno ai 4.465 dollari l’oncia dopo avere perso quasi il 2% nella seduta di ieri, in un contesto dominato dalla forte pressione sui mercati obbligazionari globali. Le spinte inflazionistiche legate alla guerra con l’Iran hanno infatti provocato un’ondata di vendite sui bond governativi, con il rendimento del Treasury trentennale americano salito su livelli che non si vedevano dalla vigilia della crisi finanziaria globale del 2007.

A mantenere elevata la tensione contribuiscono soprattutto le nuove dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente americano ha minacciato di riprendere gli attacchi contro l’Iran nei prossimi giorni nel tentativo di accelerare la fine del conflitto, meno di ventiquattro ore dopo avere annunciato la sospensione di un’operazione militare statunitense. La Casa Bianca continua quindi ad alternare aperture diplomatiche e minacce dirette, alimentando forte volatilità sui mercati finanziari e sulle materie prime.

Sul piano politico emergono anche segnali di cautela all’interno degli Stati Uniti. Il Senato americano a maggioranza repubblicana ha infatti mostrato la propria opposizione a un eventuale prolungamento del conflitto attraverso un voto procedurale avvenuto ieri, elemento che evidenzia le crescenti preoccupazioni per i costi economici e geopolitici della guerra.

L’impennata dei prezzi energetici continua intanto a rafforzare i timori sull’inflazione globale. Il petrolio ancora su livelli molto elevati aumenta il rischio che Fed e altre banche centrali siano costrette a mantenere tassi elevati più a lungo, rinviando i tagli che gli investitori si aspettavano prima dell’inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Uno scenario che penalizza direttamente il comparto dei metalli preziosi, considerando che l’oro non offre rendimento.

Dall’inizio del conflitto il lingotto continua a oscillare all’interno di una fascia relativamente stretta dopo il forte crollo registrato nelle prime settimane della guerra. L’oro perde circa il 15% dall’esplosione del conflitto, mentre gli operatori cercano di bilanciare due scenari opposti: da una parte il rischio che l’inflazione elevata costringa le banche centrali a mantenere una linea monetaria restrittiva, dall’altra i timori che il rallentamento economico globale possa successivamente riaprire la strada a misure di allentamento monetario.

Secondo Ole Hansen di Saxo Bank, il mercato sta evidenziando una distinzione sempre più netta tra ciò che i trader osservano nel breve periodo e le dinamiche che gli investitori continuano a monitorare nel lungo termine. L’analista sottolinea inoltre che la mancanza di nuovi flussi verso gli ETF legati all’oro e gli indicatori di volatilità relativamente contenuti mostrano una partecipazione ancora debole degli investitori, in attesa di un catalizzatore più chiaro capace di imprimere una direzione definita al mercato.

Anche l’argento resta sotto osservazione dopo la forte volatilità delle ultime sedute. Il metallo bianco si mantiene quasi invariato dopo il crollo del 5% registrato lunedì, provocato dall’aumento delle preoccupazioni inflazionistiche. Solo la scorsa settimana l’argento era balzato fino a sfiorare i 90 dollari l’oncia grazie all’entusiasmo legato ai titoli dell’intelligenza artificiale e alla domanda di metalli utilizzati nelle infrastrutture per i data center.

Il quadro resta comunque estremamente instabile. Nonostante il forte rally registrato nelle settimane precedenti, l’argento perde circa il 21% dal 27 febbraio, riflettendo il rapido deterioramento del sentiment degli investitori in un contesto caratterizzato da tensioni geopolitiche elevate, rendimenti obbligazionari in forte crescita e persistenti timori sull’evoluzione dell’inflazione globale.

DATI MACRO E APPUNTAMENTI DI RILIEVO

Eurostat pubblicherà alle 11:00 per la Zona Euro l’indice armonizzato dei prezzi al consumo di aprile, con il consensus che indica un aumento dell’1% su base mensile e del 3% su base annua. Il dato definitivo dovrebbe quindi confermare la lettura preliminare, consolidando il quadro di persistenti pressioni inflazionistiche nell’area euro.

Negli Stati Uniti l’attenzione si sposterà invece sulle scorte settimanali Eia, in calendario alle 16:30, osservate con particolare attenzione in una fase di forte tensione sul mercato energetico globale e con il petrolio ancora sostenuto dall’incertezza geopolitica legata al conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Sempre dagli Usa arriveranno in serata le indicazioni più attese della giornata con la pubblicazione delle minute del Fomc relative alla riunione del 28-29 aprile, diffuse alle 20:00. I verbali della Fed potrebbero offrire dettagli importanti sull’orientamento interno della banca centrale americana in una fase caratterizzata da inflazione elevata, rendimenti obbligazionari ai massimi pluriennali e crescenti dubbi sulle future mosse della Fed.

Nel meeting di aprile l’istituto guidato da Jerome Powell aveva lasciato invariati i tassi d’interesse, decisione accompagnata però da quattro voti dissenzienti, elemento che ha evidenziato un forte dibattito interno sulla necessità di ulteriori strette monetarie.

Nel corso del pomeriggio è previsto anche l’intervento del governatore Fed Michael Barr, atteso alle 15:15.

ULTIME NOTIZIE SUI TITOLI AZIONARI

Ecco le azioni di Piazza Affari da tenere sotto osservazione oggi:

STELLANTIS. Il gruppo automobilistico si avvicina a un’intesa con il costruttore cinese Dongfeng per avviare in Francia la produzione di almeno un modello totalmente elettrico del marchio premium Voyah. Secondo fonti vicine al dossier, la nuova joint venture dovrebbe nascere nello stabilimento di Rennes e prevederebbe una quota del 51% in mano a Stellantis. L’operazione sarebbe fondata su una lettera d’intenti già definita tra le parti e l’annuncio ufficiale potrebbe arrivare già nelle prossime ore.

LEONARDO. Il gruppo italiano della difesa ha sottoscritto un accordo dal valore stimato di circa 320 milioni di euro con Abu Dhabi Ship Building, società controllata dal colosso emiratino Edge, per la fornitura di sistemi di combattimento navali destinati alla marina del Kuwait. L’intesa viene considerata anche un passo strategico verso una futura alleanza industriale tra Leonardo ed Edge attraverso la possibile creazione di una joint venture.

MAIRE. La società ha comunicato di avere ottenuto nuove commesse e ampliamenti di contratti già esistenti per un valore complessivo di circa 1,3 miliardi di euro. I progetti riguardano attività distribuite tra Asia, Europa e Americhe e rafforzano ulteriormente il portafoglio ordini internazionale del gruppo.

TELECOM ITALIA. Le azioni di risparmio saranno ritirate dalla quotazione a partire dal 21 maggio dopo il completamento del processo di conversione in titoli ordinari. L’operazione facoltativa ha raccolto adesioni pari al 93,5%, mentre i titoli residui saranno convertiti obbligatoriamente.

PIRELLI. Il gruppo ha annunciato la scadenza del patto parasociale che coinvolgeva China National Tire Rubber Corporation, Marco Polo International Italy, Camfin e Marco Tronchetti Provera. La cessazione dell’accordo modifica quindi gli equilibri dell’assetto societario che regolava i rapporti tra i principali soci.

UNICREDIT. La banca greca Alpha Bank, partecipata dall’istituto italiano, ha archiviato il primo trimestre con un utile netto adjusted pari a 221 milioni di euro, in diminuzione rispetto ai 234,4 milioni registrati nello stesso periodo dello scorso anno. In crescita invece il margine di interesse, salito a 416,3 milioni dai precedenti 395,3 milioni.

ARISTON. Barclays ha avviato la copertura sul titolo con giudizio “underweight”, fissando un prezzo obiettivo a 3,1 euro per azione.

ENEL. Il gruppo energetico ha collocato sul mercato un’emissione obbligazionaria in Eurobond articolata in due tranche e destinata esclusivamente a investitori qualificati, per un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro.

DIASORIN. La società presenterà il nuovo piano strategico relativo al periodo 2026-2030. In agenda una conferenza stampa con l’amministratore delegato Carlo Rosa alle ore 13 e successivamente l’incontro con gli analisti previsto alle 14.

A livello internazionale sono da monitorare:

META PLATFORMS. Il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha avviato una nuova ondata di licenziamenti che coinvolgerà migliaia di dipendenti. La riorganizzazione punta a migliorare l’efficienza operativa, ridurre i costi e liberare risorse da destinare agli investimenti nell’intelligenza artificiale.

GOLDMAN SACHS, SPACEX. Goldman Sachs avrebbe ottenuto un ruolo centrale nell’operazione di quotazione di SpaceX, secondo fonti vicine al dossier. L’istituto americano sarebbe quindi in prima linea in quella che potrebbe diventare una delle più grandi Ipo della storia dei mercati finanziari.

KOKUSAI ELECTRIC. Le azioni della società giapponese specializzata in apparecchiature per la produzione di semiconduttori sono scese dopo l’annuncio della decisione di KKR di cedere integralmente la propria partecipazione nel gruppo.

OVERSEA-CHINESE BANKING, HSBC. Oversea-Chinese Banking avrebbe superato nettamente le offerte dei concorrenti nella trattativa per acquisire le attività retail e wealth management di HSBC in Indonesia. Secondo fonti vicine all’operazione, la banca asiatica avrebbe presentato offerte superiori di oltre 100 milioni di dollari rispetto alla concorrenza in numerosi casi.

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