Pressioni su Pechino per un renminbi più forte

Pressioni su Pechino per un renminbi più forte

La valuta cinese è tornata al centro del dibattito globale. Economisti e investitori chiedono a Pechino di consentire un rafforzamento più deciso del renminbi, accusato di essere sottovalutato e di alimentare squilibri commerciali sempre più difficili da sostenere per i partner economici della Cina.

Una valuta che sostiene l’export

Negli ultimi mesi è cresciuta la pressione su Pechino affinché permetta una maggiore rivalutazione del renminbi, ritenuto da molti analisti significativamente sottovalutato. Secondo il Financial Times, la People’s Bank of China ha lasciato apprezzare gradualmente la valuta contro il dollaro, che a fine 2025 è tornata sotto la soglia di 7 renminbi per dollaro per la prima volta dal 2023.

image loading

Tuttavia, il forte indebolimento del dollaro rispetto all’euro ha avuto l’effetto collaterale di rendere le esportazioni cinesi verso l’Europa ancora più competitive, intensificando le tensioni commerciali e riaccendendo le critiche sull’uso del cambio come strumento di politica industriale.

image loading

Il nodo del cambio reale e del surplus record

Il rafforzamento nominale del renminbi racconta solo una parte della storia. Come osservano diversi economisti, in termini reali e corretti per l’inflazione la valuta cinese resta molto più debole rispetto ai principali partner commerciali.

Brad Setser, del Council on Foreign Relations, sottolinea che il renminbi sarebbe in calo tra il 15% e il 20% in termini reali dal 2021, un movimento che ha coinciso con l’esplosione del surplus commerciale cinese. Senza un cambio di rotta, avverte, questo surplus è destinato ad aumentare ulteriormente, aggravando le frizioni con Stati Uniti ed Europa.

Europa sotto pressione e critiche internazionali

L’impatto è particolarmente evidente in Europa. L’apprezzamento dell’euro, unito alla debolezza relativa del renminbi, ha penalizzato la competitività degli esportatori europei in una fase di crescita già fragile.

Secondo Barclays la dinamica del cambio ha colpito duramente le aziende europee, senza che Bruxelles abbia strumenti rapidi per reagire. Non a caso, anche le istituzioni internazionali hanno iniziato a esporsi: il Fondo Monetario Internazionale ha invocato un tasso di cambio più orientato al mercato, mentre rappresentanti delle imprese europee in Cina hanno parlato apertamente di una valuta cinese “artificialmente debole”.

Apprezzamento graduale o svolta più netta?

Secondo Goldman Sachs, il renminbi sarebbe sottovalutato di circa il 25% in termini reali. Gli analisti della banca prevedono un apprezzamento fino a 6,85 per dollaro entro la fine del 2026, un movimento più marcato rispetto al consenso di mercato ma comunque graduale.

Danny Suwanapruti, strategist di Goldman, ritiene che la combinazione di sottovalutazione e dinamiche macroeconomiche renda probabile un ulteriore rafforzamento contro il dollaro, anche se non sufficiente a chiudere completamente il divario.

Il freno della deflazione cinese

Non tutti però sono convinti che una rivalutazione significativa sia realistica. Come evidenziano analisti di JPMorgan Asset Management e Absolute Strategy Research, la fase di bassa inflazione, se non di deflazione, che attraversa l’economia cinese rende difficile sostenere un forte apprezzamento della valuta.

In un contesto di domanda interna debole, un renminbi più forte rischierebbe di pesare ulteriormente sulla crescita, riducendo uno dei pochi sostegni rimasti: l’export.

Il silenzio degli Stati Uniti

Resta infine un interrogativo politico. Nonostante le crescenti critiche, Washington non ha fatto del cambio cinese una priorità nei negoziati commerciali più recenti. Secondo Setser, riportato dal Financial Times, l’amministrazione Trump starebbe sovrastimando l’efficacia dei dazi e sottovalutando il ruolo del tasso di cambio nel riequilibrare i rapporti commerciali. Una scelta che, nel medio periodo, potrebbe lasciare irrisolto uno dei nodi strutturali dell’economia globale.

Gino Ercole Zincone  di Gino Ercole Zincone
Potrebbero interessarti anche