Glencore e Rio Tinto riaprono il dossier sulla maxi-fusione da 260 miliardi

Glencore e Rio Tinto riaprono il dossier sulla maxi-fusione da 260 miliardi

Il consolidamento del settore minerario torna sotto i riflettori. Glencore e Rio Tinto hanno riavviato le trattative per una possibile fusione che darebbe vita al più grande gruppo minerario del mondo, mentre la corsa globale al rame sta ridisegnando strategie e valutazioni del comparto.

Una combinazione che cambierebbe gli equilibri del settore

Dopo quasi un anno di stallo, Glencore (linea bianca) e Rio Tinto (linea blu) hanno ripreso i colloqui su una potenziale operazione straordinaria che potrebbe portare alla nascita di un colosso con enterprise value superiore ai 260 miliardi di dollari.

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Come riportato dal Financial Times, le due società hanno confermato di essere in “discussioni preliminari” su una possibile combinazione di parte o di tutte le attività, che potrebbe includere una fusione interamente in azioni. Entrambi i gruppi hanno però precisato che non vi è alcuna certezza che l’operazione arrivi a concretizzarsi.

Il mercato scommette sul deal, ma resta cauto

La reazione degli investitori è stata immediata. A Londra, Glencore (linea bianca) ha guadagnato quasi il 9%, mentre Rio Tinto (linea blu) ha ceduto oltre il 2%, con un calo più marcato sul mercato australiano.

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Secondo le ipotesi attualmente sul tavolo, sarebbe Rio Tinto, più grande per dimensioni con un enterprise value di circa 155 miliardi, a guidare l’operazione acquisendo Glencore. Tuttavia, le fonti sottolineano che la struttura finale del deal resta fluida e che non è chiaro se le attività di trading di Glencore — tra le più estese al mondo nel settore delle materie prime — verrebbero incluse nella fusione.

Il rame al centro della nuova stagione di fusioni

Il riavvio delle trattative arriva in un momento cruciale per il comparto. Il recente accordo tra Anglo American e Teck Resources, concluso senza premio, ha aumentato la pressione sui grandi gruppi affinché crescano di scala per assicurarsi l’accesso a risorse strategiche, in primis il rame.

I prezzi del metallo hanno toccato questa settimana nuovi massimi storici sopra i 13.300 dollari a tonnellata, riflettendo una carenza strutturale che, secondo diversi analisti, potrebbe raggiungere 10 milioni di tonnellate entro il 2040.

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La strategia di Glencore e i nodi irrisolti

Glencore si è recentemente riposizionata come società a forte crescita nel rame, con l’obiettivo dichiarato dal ceo Gary Nagle di diventare il maggiore produttore globale. Il gruppo punta a raddoppiare la produzione entro il 2035, anche grazie allo sviluppo del progetto El Pachón in Argentina.

Proprio il rame rappresenta il principale collante industriale dell’operazione, anche se restano nodi delicati. Tra questi, il futuro delle attività nel carbone, da cui Rio Tinto è uscita già nel 2018 e che potrebbe rappresentare un ostacolo strategico e reputazionale.

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Nuovi vertici, nuovo contesto

Rispetto ai colloqui falliti a fine 2024, il contesto è cambiato. Rio Tinto ha un nuovo amministratore delegato, Simon Trott, che da agosto ha avviato un programma di semplificazione e revisione degli asset, mentre Glencore ha riorganizzato le sue attività nel carbone in una struttura separata con base in Australia, rendendo più agevole una possibile scissione futura.

Nel frattempo, entrambe le azioni hanno registrato forti rialzi negli ultimi sei mesi, riflettendo l’ottimismo degli investitori sul ciclo delle materie prime.

Scadenze e scenari

Secondo le regole del takeover code britannico, Rio Tinto ha tempo fino al 5 febbraio per presentare un’offerta formale o dichiarare di non voler procedere. Qualunque sia l’esito, il solo riemergere di queste trattative conferma che il settore minerario sta entrando in una nuova fase di consolidamento, spinta dalla necessità di scala, capitali e accesso alle risorse critiche per la transizione energetica e l’industria dell’intelligenza artificiale.

Gino Ercole Zincone  di Gino Ercole Zincone
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