Nuova impostazione geopolitica e mercati in rotazione
Nel corso dell’ultimo mese si è affermata progressivamente una nuova impostazione geopolitica, fondata su logiche di sfere di influenza e su un rinnovato “imperialismo delle risorse”. In poche settimane, quello che sembrava un semplice cambio di tono strategico si è tradotto in dinamiche concrete. Gli Stati Uniti sono tornati al centro delle tensioni globali, riemergendo come epicentro del confronto su dossier sensibili come Iran e Groenlandia, con implicazioni che hanno rapidamente superato la dimensione politica per riflettersi sui mercati finanziari, come osserva Andrea Campisi, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management.
Nonostante il contesto, nella prima parte del mese i mercati hanno mantenuto un atteggiamento costruttivo. L’azionario globale è salito di circa il 3%, trainato dai listini più esposti agli ecosistemi AI e da quelli favoriti dall’apprezzamento delle materie prime. Gli Stati Uniti hanno invece sottoperformato, penalizzati dalle tensioni geopolitiche e commerciali che hanno contribuito a innescare. Nel comparto tecnologico si è accentuata la divergenza tra hardware in rialzo e software in forte ribasso, per il timore che gli agenti di intelligenza artificiale possano cannibalizzare i modelli di business di molte società software.
Un secondo fattore di volatilità è arrivato dal Giappone. I timori per una maggioranza solida di Takaichi hanno generato un violento rialzo dei rendimenti a lunga scadenza, con un’onda di propagazione sulle altre curve dei Paesi sviluppati. L’irripidimento riflette le preoccupazioni per politiche fiscali molto accomodanti, a partire dal taglio delle tasse sul cibo, che da solo varrebbe circa il 7% delle entrate fiscali. Il mercato ha utilizzato la volatilità come monito per un richiamo alla stabilità fiscale. Questi movimenti, poco graditi all’amministrazione americana, hanno spinto il Tesoro a intervenire sul mercato valutario giapponese, un intervento rarissimo avvenuto solo tre volte negli ultimi decenni e sempre in fase di emergenza.
Secondo Campisi, questo passaggio ha riattivato i dubbi sulla credibilità del dollaro come valuta di riferimento globale, riportando in auge il debasement trade già osservato nella prima metà del 2025, con forte risalita dei metalli preziosi, indebolimento del dollaro e beneficio per i mercati emergenti.
Metalli preziosi, Fed e rischio macro: lo shock di fine mese
Nel frattempo, i dati macro americani hanno continuato a sorprendere al rialzo su consumi e occupazione, pur con una creazione di posti di lavoro in rallentamento e un’inflazione contenuta. Questo rende plausibile lo scenario di due tagli dei tassi da parte della Fed nel corso dell’anno e alimenta l’ipotesi di un contesto Goldilocks. In Europa, inflazione e crescita hanno superato le attese, consolidando l’idea di una BCE inattesa ma pronta a intervenire se necessario.
Il principale epicentro di volatilità è stato però il comparto dei metalli preziosi. Oro e argento, dopo aver toccato nuovi massimi sulla combinazione di tensioni geopolitiche, dubbi sull’indipendenza della Fed e timori di dazi sull’Europa, hanno subito un violento storno a fine mese. L’ondata speculativa è stata colpita dalla nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed, figura percepita come ortodossa per la sua filosofia di restrizione della liquidità. Questo ha ridotto i timori sulla credibilità della banca centrale e sulla necessità di diversificare dal dollaro, innescando prese di profitto con correzioni a doppia cifra su oro e argento.
Il movimento si è riflesso anche sulle altre asset class, aumentando la volatilità azionaria e, in misura più contenuta, sugli spread creditizi, riportando le classi di rischio al di sotto dei massimi di metà mese. Campisi sintetizza che gennaio è stato un mese di forte rotazione, con i mercati passati rapidamente dall’entusiasmo per i fondamentali a una fase dominata da rischi geopolitici, tensioni legate agli ecosistemi AI e dinamiche di posizionamento.
Gli investitori erano entrati nel 2026 convinti che molte incertezze del 2025 fossero superate, che gli stimoli fiscali avrebbero sostenuto il consumatore ampliando la crescita degli utili oltre la tecnologia e che il debasement trade sul dollaro potesse perdere forza grazie a un ritorno all’ortodossia della Fed. La volatilità di gennaio ha messo in discussione questo quadro, che resta comunque lo scenario di riferimento di Pictet Asset Management.
Guardando avanti, Campisi individua due rischi principali. Il primo riguarda l’evoluzione dei dati macro americani: i leading indicator puntano a una ripresa dei consumi, ma il mercato del lavoro manda segnali più incerti. Un eventuale calo degli occupati potrebbe portare il mercato a prezzare una decelerazione della crescita, trascinando al ribasso le asset class di rischio. Il secondo rischio è legato alla vittoria di Takaichi, che con i due terzi della Camera dispone di un mandato forte per stimoli fiscali, con il rischio di entrare in conflitto con i mercati e generare nuova volatilità sull’asset class obbligazionaria.
In questo contesto, Pictet Asset Management ritiene che le parti lunghe delle curve vadano trattate con cautela e che la duration debba essere utilizzata soprattutto come strumento di carry sulle scadenze più brevi, protette dalle attese di politica monetaria, privilegiando invece gli spread come leva in portafoglio. Sull’azionario la posizione resta positiva ma prudente, con l’obiettivo di cogliere opportunità tattiche finché il contesto macro continuerà a essere supportivo grazie agli impulsi fiscali e monetari, diversificando verso temi ciclici e con una preferenza per le aree al di fuori degli Stati Uniti, in particolare i mercati emergenti. Quanto all’oro, ora che le posizioni speculative sono state alleggerite, può ancora funzionare come diversificatore, ma con un peso inferiore rispetto a inizio anno.

di Francesco Sicuro















































