Un anno nero per il biglietto verde
Il dollaro Usa è diretto verso la peggior performance annuale dal 2017, con una flessione di circa il 9,5% contro un paniere di valute principali.

Un risultato che affonda le radici nella primavera, quando la nuova offensiva commerciale dell’amministrazione Trump ha riacceso i timori sulla crescita dell’economia americana e incrinato la percezione del dollaro come rifugio sicuro. In quella fase, la valuta era arrivata a perdere fino al 15% prima di recuperare parzialmente terreno.

A mantenere la pressione nel corso dei mesi successivi è stato soprattutto il cambio di rotta della Federal Reserve, tornata a tagliare i tassi da settembre e pronta, secondo i mercati, a proseguire su questa strada anche nel 2026.

Euro forte e divergenza tra banche centrali
Tra i principali beneficiari della debolezza del dollaro c’è l’euro, salito di quasi il 14% sopra quota 1,17, livelli che non si vedevano dal 2021.

Anche la sterlina ha mostrato un andamento positivo rispetto al dollaro, con una performance di quasi un +7%.

Le grandi banche d’affari prevedono che nel 2026 l’euro possa spingersi verso 1,20 dollari, mentre la sterlina potrebbe rafforzarsi ulteriormente. Alla base di queste stime c’è una divergenza sempre più evidente tra le politiche monetarie: la Fed resta orientata all’allentamento, con due o tre tagli dei tassi attesi entro fine 2026, mentre la Bce e altre banche centrali appaiono più caute, mantenendo i tassi su livelli elevati più a lungo. Questo differenziale di rendimento rende meno attraente il dollaro per gli investitori globali.
Politica, Fed e fiducia degli investitori
Un ruolo chiave lo gioca anche l’incertezza politica negli Stati Uniti, in particolare legata alla futura guida della Federal Reserve. I mercati guardano con attenzione alla successione di Jay Powell, temendo che un presidente percepito come vicino alla Casa Bianca possa accelerare i tagli dei tassi, mettendo in discussione l’indipendenza dell’istituto centrale. Al momento, stando anche alle previsioni dei trader retail su Polymarket, il favorito rimane Kevin Hassett.

Secondo diversi osservatori, una Fed più sensibile alle pressioni politiche rischierebbe di riaccendere i dubbi sulla solidità delle istituzioni americane, fattore che aveva già pesato sul dollaro dopo l’annuncio dei dazi di aprile. Anche per questo, il calo della valuta viene visto non solo come ciclico, ma come parte di un processo di erosione più lento e strutturale.
Impatti su aziende e strategie globali
La debolezza del dollaro sta producendo effetti contrastanti sull’economia globale. Da un lato, favorisce gli esportatori statunitensi, rendendo i loro prodotti più competitivi. Dall’altro, pesa sulle aziende europee con forti ricavi in dollari, riducendo il valore delle vendite una volta convertite.
Sul fronte degli investimenti, il 2025 segna un cambiamento rilevante: sempre più investitori internazionali coprono il rischio cambio quando acquistano asset Usa, una pratica che esercita ulteriore pressione sulla valuta americana. Questa rivalutazione strutturale dell’esposizione al dollaro, in particolare da parte degli investitori europei, è uno dei motori meno visibili ma più persistenti della sua debolezza.
AI e crescita Usa: sostegno parziale
Non mancano però elementi che potrebbero limitare il declino. Alcuni strategist ritengono che il boom degli investimenti in intelligenza artificiale continuerà a sostenere una crescita economica americana superiore a quella europea, riducendo lo spazio per una Fed troppo aggressiva sui tagli.
Tuttavia, anche in uno scenario di Wall Street solida, molti analisti sottolineano che l’aumento delle Borse Usa non si traduce più automaticamente in un dollaro forte, complice l’uso crescente delle coperture valutarie e un clima di incertezza politica che spinge alla prudenza.
Verso un nuovo equilibrio valutario
Il quadro che emerge è quello di un riequilibrio profondo del sistema valutario globale. Dopo anni di dominio incontrastato, il dollaro appare più vulnerabile, stretto tra politica monetaria espansiva, tensioni geopolitiche e cambiamenti nei flussi di capitale. Il 2026 potrebbe quindi confermare una fase in cui il biglietto verde resta centrale, ma non più intoccabile, segnando una svolta per investitori e mercati internazionali.

di Gino Ercole Zincone















































