Crisi in Medio Oriente e inflazione, mercati in tensione e banche centrali più prudenti

Crisi in Medio Oriente e inflazione, mercati in tensione e banche centrali più prudenti

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno riportando volatilità sui mercati globali e riaccendono il dibattito sulle prossime mosse delle banche centrali. Il rischio di interruzioni nei flussi energetici, l’aumento dei prezzi di petrolio e gas e il ritorno delle pressioni inflazionistiche stanno spingendo gli investitori a rivedere le aspettative sulla politica monetaria. L’attenzione si concentra ora sui prossimi dati macroeconomici, che potrebbero influenzare le decisioni di Fed e Bce nelle riunioni di marzo.

Mercati sotto pressione

La settimana appena conclusa è stata dominata dall’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha coinvolto Iran, Stati Uniti e Israele e ha riportato forte nervosismo sui mercati finanziari globali. Come si legge nella nota del Team Advisory & Gestione di Intermonte, il timore principale riguarda la sicurezza dello Stretto di Hormuz e le possibili ripercussioni sui flussi energetici globali, uno dei punti più sensibili per il commercio di petrolio e gas.

I principali indici azionari internazionali hanno registrato ribassi significativi, mentre l’indice Vix è tornato su livelli di tensione che non si osservavano da aprile 2025. Il quadro geopolitico si è infatti complicato rispetto alle attese iniziali, che ipotizzavano una risoluzione più rapida del conflitto.

Le ostilità sono ormai arrivate all’undicesimo giorno e non si registrano progressi concreti sul fronte diplomatico. L’Iran ha dichiarato che gli attacchi sarebbero diretti esclusivamente contro obiettivi statunitensi e israeliani, ma le operazioni militari continuano a colpire anche Paesi confinanti e alleati degli Stati Uniti.

In questo contesto, come sottolinea Intermonte, è emersa anche una novità sul piano politico interno iraniano: alla guida del Paese dovrebbe arrivare Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema Ali Khamenei, una scelta che arriva mentre diversi osservatori segnalano una certa confusione strategica nella leadership iraniana su come rispondere agli attacchi.

Il nodo energetico

Il punto più delicato della crisi resta la sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio energetico globale. Intermonte ricorda che proprio su questo passaggio marittimo si concentra una parte significativa dei flussi di petrolio e gas diretti verso i mercati internazionali.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato che, se necessario, gli Stati Uniti sono pronti a scortare militarmente le petroliere americane nel Golfo, nel tentativo di garantire la sicurezza dei traffici energetici. Parallelamente, l’amministrazione statunitense sta valutando una serie di misure per contenere il rialzo dei prezzi dell’energia.

Tra le opzioni allo studio vi è anche un possibile rilascio delle riserve strategiche di petrolio, mentre il presidente ha incaricato la United States Development Finance Corporation di offrire immediatamente assicurazioni contro il rischio politico e garanzie finanziarie per le operazioni di commercio marittimo ed energetico nella regione. Nonostante queste iniziative, come osserva Intermonte, i mercati restano scettici sulla rapidità con cui i flussi energetici potranno tornare alla normalità. La volatilità dei prezzi energetici rimane infatti molto elevata.

Dopo aver superato i 119 dollari al barile, i prezzi di WTI e Brent sono tornati intorno ai 100 dollari, anche a seguito di indiscrezioni su un possibile accordo tra i Paesi del G7 per un rilascio coordinato delle riserve strategiche sotto il coordinamento dell’International Energy Agency.

Ulteriori tensioni sui mercati energetici sono arrivate dalle dichiarazioni del Qatar, che ha ventilato la possibilità di fermare la produzione di gas naturale liquefatto nel più grande impianto al mondo, considerato un potenziale obiettivo dei missili iraniani. La reazione del mercato è stata immediata: il prezzo del gas europeo TTF è balzato del 50%, prima di registrare una parziale correzione.

Effetti su mercati e politica monetaria

La volatilità non si è limitata al settore energetico. Intermonte segnala che le tensioni hanno coinvolto anche il comparto dei metalli, sia preziosi sia industriali. Un segnale significativo è arrivato dalla banca centrale della Polonia, che ha ipotizzato la vendita di parte delle riserve auree per finanziare l’aumento delle spese militari.

Nel confronto tra le principali economie, l’Europa appare più esposta rispetto agli Stati Uniti. Come evidenzia Intermonte, i mercati azionari europei e il comparto del credito hanno mostrato maggiore debolezza, con gli spread degli indici high yield europei in aumento più marcato rispetto a quelli statunitensi.

Anche le aspettative di politica monetaria stanno cambiando rapidamente. Gli operatori hanno iniziato a ridurre le scommesse sui futuri tagli dei tassi sia per la Federal Reserve sia per la Banca Centrale Europea. Nel caso dell’Eurozona, il mercato arriva addirittura a prezzare quasi due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno.

Il presidente della Deutsche Bundesbank, Joachim Nagel, ha sottolineato che l’impatto del conflitto sull’inflazione appare al momento più preoccupante di quello sulla crescita, pur riconoscendo che l’elevata volatilità dei mercati rende difficile formulare valutazioni definitive.

I dati macro e le attese dei mercati

Sul fronte macroeconomico, arrivano segnali contrastanti dalle principali economie globali. Intermonte evidenzia come negli Stati Uniti l’indice ISM dei servizi di febbraio sia salito a 56,1, superando le attese di 53,5 grazie all’aumento dei nuovi ordini e al calo della componente dei prezzi, un andamento in controtendenza rispetto al settore manifatturiero.

In area euro, invece, l’inflazione continua a mostrare segnali di risalita. A febbraio l’indice dei prezzi al consumo si è attestato all’1,9% su base annua, in aumento rispetto all’1,7% registrato a gennaio. Anche l’inflazione core ha sorpreso al rialzo, raggiungendo il 2,4% contro attese del 2,2%.

Il calo della componente energetica è stato più che compensato dall’aumento dei servizi, mentre i prezzi alimentari sono rimasti sostanzialmente stabili. Secondo Intermonte, questo quadro contribuisce a mantenere elevata l’incertezza sulle prossime decisioni delle banche centrali.

Guardando all’Asia, il Congresso del Partito Popolare cinese ha definito per il 15° piano quinquennale un obiettivo di crescita compreso tra il 4,5% e il 5%, il livello più basso dal 1991.

Per la settimana in corso l’attenzione degli investitori si concentrerà soprattutto sui dati sull’inflazione statunitense e sulla produzione industriale europea, ultimi indicatori chiave prima del blackout period che precederà le riunioni di politica monetaria della Federal Reserve del 18 marzo e della Banca Centrale Europea del 19 marzo, conclude il Team Advisory & Gestione di Intermonte.

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