Conflitto in Iran, l'impatto sulle diverse asset class

Conflitto in Iran, l'impatto sulle diverse asset class

L’escalation del conflitto in Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz stanno ridisegnando gli equilibri dei mercati globali. Il rischio di uno shock energetico globale spinge al rialzo petrolio e gas, mentre azioni e obbligazioni reagiscono in modo diverso a seconda dell’esposizione economica delle varie regioni. L’Europa appare più vulnerabile rispetto agli Stati Uniti, mentre gli investitori iniziano ad adattare le strategie di portafoglio a uno scenario geopolitico potenzialmente prolungato.

Petrolio e shock energetico globale

A una settimana dall’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il conflitto in Iran ha assunto una dimensione regionale sempre più ampia, coinvolgendo diversi Paesi del Medio Oriente senza segnali chiari di de-escalation. Come spiega Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research di Ofi Invest Asset Management, l’intensificazione dei bombardamenti aerei, l’estensione del teatro operativo e la paralisi quasi totale dello Stretto di Hormuz stanno alimentando il timore di uno shock dell’offerta globale di petrolio e gas.

Secondo Signori, la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema indica una continuità istituzionale con il passato e riduce, almeno nel breve periodo, la possibilità di un rapido collasso del regime iraniano. Questo elemento rafforza l’ipotesi di un conflitto destinato a protrarsi nel tempo, con effetti significativi sulle principali asset class.

I mercati energetici sono i primi a riflettere queste tensioni. A una settimana dall’inizio del conflitto, petrolio e gas restano sotto forte pressione. Le esportazioni dai Paesi del Golfo si sono quasi fermate e, in assenza di capacità di stoccaggio sufficiente, Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti hanno già iniziato a ridurre la produzione, come evidenzia Signori di Ofi Invest AM.

L’Arabia Saudita sta cercando di compensare la situazione reindirizzando parte delle esportazioni di greggio attraverso il Mar Rosso. Questa soluzione però consentirebbe di esportare circa 2,3 milioni di barili al giorno contro i circa 6 milioni abituali, una differenza significativa che limita l’efficacia della strategia.

La stessa alternativa logistica presenta ulteriori rischi. L’oleodotto East-West potrebbe diventare bersaglio di attacchi con droni e le spedizioni devono attraversare il Canale di Suez proprio mentre gli Houthi minacciano la navigazione nel Mar Rosso, rendendo l’intero sistema fragile.

Secondo Signori, senza una riapertura rapida dello Stretto di Hormuz, le interruzioni della produzione potrebbero accumularsi nel tempo. In uno scenario di stallo prolungato non si può escludere un prezzo del petrolio oltre i 150 dollari al barile.

Gli effetti di questa situazione stanno già emergendo lungo la catena energetica globale. La Cina ha imposto restrizioni alle esportazioni di prodotti raffinati, mentre i prezzi di benzina e diesel stanno aumentando rapidamente in molte regioni del mondo. Signori sottolinea che, pur mantenendo al momento uno scenario di crescita resiliente e inflazione contenuta per il 2026, un conflitto prolungato e prezzi energetici persistentemente elevati rischierebbero di compromettere queste prospettive, soprattutto in Europa, più dipendente dalle importazioni energetiche.

Azioni globali e vulnerabilità europea

Il conflitto sta producendo effetti evidenti anche sui mercati azionari. Come evidenzia Signori, l’Eurozona appare più esposta alla geopolitica rispetto agli Stati Uniti.

I mercati azionari americani hanno mostrato una tenuta relativamente maggiore. L’indice S&P 500 ha registrato una flessione di circa il 2% nella settimana successiva allo scoppio delle ostilità, un calo contenuto rispetto a quello registrato in Europa.

Secondo Signori, questa resilienza deriva da diversi fattori strutturali. Gli Stati Uniti sono ampiamente autosufficienti dal punto di vista energetico, grazie alla produzione domestica di petrolio e gas. Inoltre, la crescita è sostenuta dai massicci investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale e da una minore sensibilità dei consumatori più ricchi ai prezzi dell’energia.

La situazione appare più complessa nell’Eurozona. I mercati azionari europei hanno registrato una flessione superiore al 6%, cancellando di fatto i guadagni accumulati dall’inizio dell’anno. Secondo Signori, i settori più penalizzati sono stati i comparti ad alta intensità energetica, ma anche l’automotive e il settore bancario hanno subito perdite significative.

Obbligazioni tra inflazione e tensioni sui rendimenti

Il conflitto ha avuto effetti anche sui mercati obbligazionari globali. In condizioni normali, i titoli di Stato tendono a essere percepiti come asset rifugio nelle fasi di turbolenza finanziaria. Tuttavia, questo comportamento può cambiare radicalmente quando emerge il rischio di una nuova accelerazione inflazionistica.

Secondo Signori, l’escalation tra Iran e l’asse Usa-Israele ha riacceso proprio questo timore. I rendimenti obbligazionari hanno registrato un aumento significativo, segnalando che i mercati stanno iniziando a scontare il ritorno di pressioni inflazionistiche.

Un esempio emblematico riguarda il mercato dei Bund tedeschi. Il rendimento del titolo decennale è salito di 22 punti base fino al 2,86%, mentre il rendimento a due anni è aumentato di 32 punti base raggiungendo il 2,31%. Questo movimento ha provocato un appiattimento della curva dei rendimenti, segnale di crescente tensione sul mercato.

Nonostante questi sviluppi, i mercati non sembrano ancora prezzare tagli dei tassi da parte della Banca Centrale Europea nel corso del 2026, anche se le aspettative in questa direzione stanno iniziando a crescere.

Un segnale relativamente positivo per l’Europa arriva dal mercato del credito. Come sottolinea Signori, lo spread dei titoli investment grade è rimasto stabile intorno a 73 punti base, mentre quello dei titoli high yield è aumentato solo di circa 10 punti base, arrivando a 275.

Anche in questo caso gli Stati Uniti hanno mostrato una maggiore resilienza. L’aumento dei rendimenti dei Treasury è stato più moderato e distribuito lungo tutta la curva, con il rendimento del Treasury decennale al 4,14% (+20 punti base) e quello del biennale al 3,56% (+18 punti base).

Prima dello scoppio del conflitto, il mercato prevedeva due tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Dopo l’escalation geopolitica questa ipotesi si è indebolita e lo scenario più plausibile è diventato quello di un solo taglio nel corso del 2026, secondo le valutazioni di Signori.

Strategie di portafoglio nel nuovo contesto

Alla luce delle dinamiche osservate, Ofi Invest AM ritiene opportuno introdurre alcuni aggiustamenti nei portafogli per adattarsi al nuovo contesto di mercato, pur senza modificare radicalmente la direzione strategica degli investimenti.

Per quanto riguarda il mercato azionario, Signori sottolinea che l’Eurozona richiede maggiore cautela nel breve periodo, anche se lo scenario di crescita resiliente per il 2026 resta, al momento, lo scenario centrale. Sul fronte statunitense, invece, eventuali correzioni legate alla volatilità potrebbero rivelarsi temporanee, poiché i fondamentali economici degli Stati Uniti potrebbero tornare a prevalere una volta attenuate le tensioni geopolitiche.

Nel mercato del credito, la resilienza osservata porta Ofi Invest AM a valutare alcune modifiche tattiche. Tra queste, una graduale riduzione delle coperture nei fondi investment grade e high yield e un aumento della duration dopo il recente rialzo dei rendimenti.

Per le strategie total return credit, invece, viene suggerito un approccio prudente. Liquidare queste posizioni troppo rapidamente potrebbe privare il portafoglio di importanti strumenti di protezione, ancora utili per mitigare eventuali nuove tensioni qualora il conflitto dovesse intensificarsi ulteriormente, come conclude Ofi Invest AM.

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