Bitcoin, volatilità e limiti da “moneta”
Il Bitcoin continua ad assomigliare più a un asset speculativo che a una valuta. La prova, come si legge in un report di MUFG Bank, sta nell’andamento recente: il sell-off di inizio anno ha spinto il prezzo fino a un minimo di 60.033 dollari, prima di un rimbalzo in area 70.000. Ma ciò che pesa è la distanza dal costo stimato di mining, indicato intorno a 87.000 dollari, una soglia che, secondo MUFG Bank, aumenta la pressione sui miner. Dopo il nuovo massimo storico di 126.251 dollari, il Bitcoin ha perso circa il 45% in quattro mesi, ribadendo quanto la volatilità resti una caratteristica strutturale.
La correzione non è stata solo un fatto di prezzo, ma di dimensione: circa 1.100 miliardi di dollari sarebbero stati cancellati dalla capitalizzazione del Bitcoin, ora attorno a 1.370 miliardi. Nel quadro complessivo, MUFG ricorda che Bitcoin rappresenta circa il 59% della capitalizzazione totale del mercato cripto, stimata in 2.340 miliardi di dollari: numeri che rendono evidente quanto l’intero settore resti esposto ai movimenti del “titolo guida”. E la storia recente non addolcisce la diagnosi. MUFG Bank ripercorre flessioni ben più profonde: circa -75% fino a novembre 2022, circa -60% tra giugno 2019 e marzo 2020, circa -85% tra dicembre 2017 e dicembre 2018. In questa prospettiva, l’idea che Bitcoin sia una moneta continua a scontrarsi con l’evidenza dei cicli.
Il nodo, per MUFG, è funzionale: le criptovalute non soddisfano ancora pienamente le tre funzioni classiche della moneta, cioè mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Come mezzo di scambio, Bitcoin resta poco diffuso nelle transazioni quotidiane e, anche dove accettato, sconta tempi di elaborazione lenti e commissioni elevate nei momenti di congestione. Non a caso, molte aziende che lo avevano adottato in passato, come Expedia e Steam, hanno smesso di farlo, proprio per volatilità e complessità operativa, osserva MUFG Bank. Sul piano della capacità di rete, il confronto è netto: Bitcoin elabora circa sette transazioni al secondo, contro le circa 65.000 di Visa e oltre 5.000 di Mastercard. A questo si aggiunge l’incertezza regolatoria, che secondo MUFG frena ulteriormente la costruzione degli effetti di rete necessari a una moneta “universale”. La conseguenza è che, nella pratica, molti investitori non lo spendono, lo detengono: il Bitcoin viene “HODLed” come asset speculativo più che usato come moneta digitale.
Come unità di conto, la distanza è ancora più evidente. I prezzi di beni e servizi raramente sono denominati in Bitcoin: anche quando l’asset è accettato, il pricing resta in valuta fiat e la conversione avviene al momento dell’acquisto. MUFG sottolinea che l’estrema volatilità rende Bitcoin inadatto a fissare prezzi, tenere contabilità, registrare debiti, confrontare valori economici nel tempo e tra mercati. Un’unità di conto efficace deve essere stabile, prevedibile, riconosciuta e facile da usare: requisiti che, per MUFG Bank, Bitcoin non soddisfa.
Sul fronte della riserva di valore, MUFG elenca criteri precisi: stabilità del potere d’acquisto, basso rischio di perdita permanente, liquidità elevata senza impatti di prezzo, domanda stabile di lungo periodo, valore non dominato dalla speculazione. E qui torna la diagnosi: il valore di Bitcoin è guidato soprattutto da sentiment, liquidità, speculazione e cicli narrativi, più che da fondamentali economici stabili. Il tema della scarsità resta centrale per i sostenitori, con il tetto massimo di 21 milioni di unità, modificabile solo con ampio consenso nella rete. Secondo MUFG, le stime indicano che il 99% dei Bitcoin sarà estratto entro il 2035; inoltre, una quota tra 3 e 3,8 milioni sarebbe permanentemente persa per chiavi dimenticate, wallet distrutti o indirizzi inattivi. Anche questa “scarsità”, però, non basta a trasformare Bitcoin in moneta, se il suo ruolo resta quello di asset ad alta volatilità.
Nel report, MUFG Bank lega anche la dinamica di mercato al ciclo politico statunitense: dopo il sell-off, Bitcoin avrebbe annullato i guadagni accumulati dall’elezione di Donald Trump a novembre 2024, quando l’ottimismo pro-crypto aveva spinto le quotazioni. MUFG ricorda due passaggi chiave: l’ordine esecutivo di marzo 2025 sulla riserva strategica di Bitcoin, con il Tesoro incaricato di trattarlo come “proprietà finanziaria strategica” e una dotazione iniziale basata su Bitcoin sequestrati o confiscati; e l’ordine esecutivo di gennaio 2025 per promuovere “crescita e uso responsabile degli asset digitali”, con priorità alla chiarezza normativa, tutela della possibilità per le banche di servire imprese crypto, sostegno alle stablecoin in dollari e limiti alle agenzie federali rispetto alle CBDC, indicate come rischi per privacy, sovranità e stabilità. Per MUFG, anche questo episodio conferma quanto il prezzo di Bitcoin resti sensibile al contesto narrativo e politico.
Stablecoin, dollari tokenizzati e nuova domanda di Treasury
Se Bitcoin è il “termometro” della speculazione, MUFG Bank identifica nelle stablecoin il vero elemento di trasformazione: token progettati per mantenere un valore stabile, spesso ancorato 1:1 al dollaro USA (USDC, USDT), ma anche a euro, sterlina o materie prime come l’oro. L’obiettivo è chiaro: funzionare come contante digitale, evitando la volatilità tipica del Bitcoin. Il report di MUFG aggiunge un dato che pesa sulla narrativa: circa l’80% delle operazioni globali sulle piattaforme crypto centralizzate coinvolge stablecoin, segno del loro ruolo operativo nel trading, nei pagamenti e nella gestione della liquidità.
Nel mondo delle stablecoin domina USDT (Tether), descritta da MUFG Bank come la più grande e longeva, centrale per la liquidità crypto globale, in particolare in Asia, America Latina e in diversi mercati emergenti. È ancorata al dollaro e sostenuta da un mix di riserve che include liquidità e, soprattutto, Treasury USA, oltre a prestiti garantiti e altri investimenti. MUFG evidenzia come USDT sia utilizzata anche come strumento di risparmio in dollari nei mercati emergenti, per rimesse transfrontaliere, per applicazioni DeFi e come fonte di liquidità nei mercati crypto, arrivando spesso a rappresentare oltre il 70% dei volumi di scambio tra stablecoin. La popolarità, sottolinea MUFG Bank, nasce dalla combinazione di stabilità del prezzo, velocità e interoperabilità “native” del mondo crypto, regolamento rapido transfrontaliero, commissioni contenute e disponibilità 24/7: in sostanza, dollari digitali dentro l’ecosistema.
La scala del fenomeno è già rilevante. Secondo MUFG, la capitalizzazione complessiva del mercato stablecoin ha superato 310 miliardi di dollari a inizio anno. Quasi il 99% del mercato è dominato da asset ancorati al dollaro: USDT con circa 184 miliardi e USDC con circa 74 miliardi. Nel confronto con l’intero mercato cripto, le stablecoin pesano circa il 13%, una quota che, per MUFG Bank, potrebbe aumentare nel prossimo decennio. Dopo anni di espansione, emergono stime che vedono la capitalizzazione delle stablecoin crescere fino a 2.000–4.000 miliardi di dollari entro il 2030: un ordine di grandezza che sposta il discorso dall’innovazione finanziaria alla geopolitica monetaria.
Rispetto alle tre funzioni della moneta, MUFG sostiene che le stablecoin siano meglio posizionate. Come mezzo di scambio, l’ancoraggio alla valuta fiat riduce il rischio di perdere valore durante l’intervallo della transazione; inoltre consentono pagamenti globali regolabili in secondi o minuti, sempre attivi, spesso a costi inferiori rispetto a banche e circuiti. Non a caso, per MUFG Bank, nell’economia “on-chain” sono già il mezzo di scambio più solido: coppie di negoziazione sugli exchange, collaterale nei lending, mezzo di pagamento. E nei Paesi ad alta inflazione potrebbero diventare ancora più attrattive.
Come unità di conto, l’ancoraggio le rende più prevedibili: nei mercati crypto molti asset sono quotati in USDT o USDC, e anche tassi di prestito e portafogli sono spesso valutati in equivalenti stablecoin. MUFG le definisce quindi unità di conto de facto nell’economia blockchain. Il punto critico resta la solidità dell’ancoraggio, che dipende dalla qualità delle riserve e dalla governance. USDT e USDC tendono a mantenere ancoraggi solidi, ma nel report si ricordano episodi di de-ancoraggio temporaneo, come durante la crisi delle banche regionali USA nel 2023 per USDC, poi rientrato rapidamente. Il rischio di un de-ancoraggio permanente è considerato basso, ma non nullo, avverte MUFG Bank: un problema grave di riserve, governance o conformità potrebbe erodere la fiducia.
È qui che emerge il punto più “valutario” del report di MUFG Bank: le stablecoin potrebbero diventare una fonte crescente di domanda strutturale per i Treasury USA, soprattutto a breve scadenza. USDT, spiega MUFG, è sostenuta da riserve che includono Treasury, oro, Bitcoin e altri asset liquidi. Citando l’ultimo Financial Figures and Reserves Report redatto da BDO, MUFG riporta che le partecipazioni dirette di Treasury da parte di Tether avrebbero superato 122 miliardi di dollari a fine anno, con circa tre quarti delle riserve in liquidità, equivalenti di cassa e titoli del Tesoro: una scelta deliberata verso asset liquidi e a basso rischio mentre cresce la domanda globale per un token ancorato al dollaro. Nell’ultimo anno, sempre secondo MUFG Bank, Tether avrebbe emesso circa 50 miliardi di dollari di nuovi USDT, aumentando il fabbisogno di collaterale “sicuro”. Questo posizionamento colloca Tether tra i maggiori detentori privati di debito pubblico USA, pur restando una frazione dei circa 30.000 miliardi di Treasury negoziabili.
Se il mercato stablecoin continuerà ad espandersi al ritmo attuale, MUFG ipotizza che la domanda degli emittenti possa assorbire una quota crescente delle nuove emissioni di debito pubblico USA a breve termine, spingendo potenzialmente il Tesoro a incrementare l’offerta di titoli a breve per rispondere alle esigenze di finanziamento. In un quadro più ampio, la diffusione dei dollari tokenizzati potrebbe trasformare le stablecoin in una componente strutturale del finanziamento del governo statunitense, con impatti sulla strategia di emissione e sulle dinamiche di liquidità globale, sottolinea MUFG Bank.
Leadership del dollaro e rischi per la stabilità finanziaria
La domanda finale del report è la più ambiziosa: le stablecoin possono contribuire a mantenere il dollaro come valuta di riserva globale dominante? Secondo MUFG Bank, il Segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha sostenuto che le stablecoin potrebbero aiutare a garantire la leadership del dollaro. Di segno opposto l’allarme di alti funzionari BCE, che avvertono come la crescita di stablecoin in dollari possa indebolire gli sforzi europei di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro. Nel Regno Unito, aggiunge MUFG, il governo ha avviato una consultazione per ampliare e approfondire il mercato dei Treasury bill, ipotizzando che emittenti di stablecoin in sterline possano diventare nuovi acquirenti rilevanti, anche se la dimensione ridotta del mercato dei T-bill britannici oggi rappresenta un vincolo strutturale alla crescita di stablecoin denominate in GBP.
Accanto al potenziale “pro-dollaro”, MUFG evidenzia anche i rischi. Le stablecoin potrebbero minacciare le fonti di finanziamento delle banche statunitensi se famiglie e imprese iniziassero a sostituire i depositi con stablecoin. Un calo dei depositi ridurrebbe l’accesso a fonti di funding a basso costo, costringendo gli istituti a ricorrere a alternative più costose o volatili. Inoltre, la capacità di regolamento 24/7 e le funzionalità di pagamento programmabile potrebbero erodere i ricavi commissionali e ridurre i saldi dei depositi transazionali. Se l’adozione accelerasse, queste dinamiche potrebbero creare perturbazioni significative, avverte MUFG Bank.
Nel report compare anche un elemento di mitigazione regolatoria. Il Governatore della Federal Reserve Stephen Miran osserva che, secondo il GENIUS Act, le stablecoin non possono corrispondere interessi, eliminando un incentivo chiave a spostare fondi dai conti remunerati. Inoltre, le stablecoin non sono assicurate dalla FDIC, risultando meno attrattive rispetto a depositi garantiti. Per Miran, è improbabile una sostituzione su larga scala dei depositi assicurati con stablecoin non assicurate: un punto che, nel quadro delineato da MUFG, riduce ma non azzera il rischio di trasformazioni nel funding bancario.
In questa lettura, il quadro complessivo è meno binario di quanto suggerisca il dibattito pubblico: Bitcoin resta al centro dell’immaginario, ma è sulle stablecoin che si concentra la traiettoria più concreta, perché tocca insieme infrastruttura dei pagamenti, domanda di titoli di Stato, equilibrio tra banche e finanza “on-chain” e, soprattutto, la capacità del dollaro di replicare la propria leadership anche nell’era dei token.

di Francesco Sicuro















































