Lo Stretto di Hormuz resta al centro della crisi
L'incertezza continua ad avvolgere lo Stretto di Hormuz, con l'Iran che sostiene che il passaggio sia chiuso e gli Stati Uniti che ribadiscono come resti aperto al traffico marittimo internazionale. Come evidenzia Anthony Willis, Senior Economist di Columbia Threadneedle Investments, il cessate il fuoco di 30 giorni aveva favorito una ripresa dei flussi, ma il traffico attraverso lo stretto ha ripreso a diminuire.
Nell'ultima settimana i prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 10%, alimentando nuovi timori di pressioni inflazionistiche. Di conseguenza, i mercati hanno iniziato a scontare rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, della Banca d'Inghilterra e della Banca centrale europea entro la fine di ottobre. I mercati azionari hanno invece mantenuto una relativa calma, anche se un'interruzione prolungata del traffico o una nuova escalation potrebbero aumentare il rischio di carenze di approvvigionamento e di ulteriori rincari.
Come osserva Willis, da mesi la domanda resta la stessa: lo Stretto di Hormuz è davvero aperto oppure è chiuso? Nel fine settimana si sono registrati nuovi attacchi statunitensi contro installazioni iraniane lungo la costa, ai quali Teheran ha risposto colpendo asset americani presenti nella regione. Inoltre, in cinque diverse occasioni gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro l'Iran dopo aver accusato Teheran di aver colpito con missili alcune navi in acque internazionali.
Il traffico marittimo rallenta mentre il petrolio torna a salire
Nel fine settimana le autorità iraniane hanno dichiarato che lo Stretto di Hormuz è nuovamente chiuso, mentre Washington continua ad affermare che il passaggio resta aperto al libero transito del traffico marittimo internazionale. In questo scenario, sottolinea Willis, la decisione di lasciare il Golfo Persico e attraversare lo stretto dipende ormai dalla propensione al rischio di ciascun operatore.
Il memorandum d'intesa firmato a metà del mese precedente prevedeva un ritorno alla normalità del traffico entro 30 giorni, una scadenza che coinciderebbe con la fine della settimana. La situazione attuale appare però molto distante da quell'obiettivo. Negli ultimi giorni il numero delle navi in transito ha ricominciato a diminuire. Dall'estensione del cessate il fuoco concordata a metà giugno circa 570 navi hanno lasciato il Golfo Persico e circa tre quarti di esse hanno attraversato lo Stretto di Hormuz.
Questi flussi rappresentano un'importante quantità di petrolio destinata ai mercati globali. Allo stesso tempo, il prezzo medio del greggio è tornato a salire, con un incremento di circa il 10% nell'ultima settimana e di circa il 12% rispetto ai minimi recenti. Parallelamente si osservano movimenti significativi nelle aspettative sui tassi d'interesse, che stanno influenzando anche il mercato obbligazionario.
I mercati azionari hanno reagito con relativa compostezza. Secondo Willis, questa risposta potrebbe riflettere la convinzione degli investitori che si tratti di una nuova battuta d'arresto lungo il percorso verso una soluzione diplomatica, più che dell'inizio di un conflitto su vasta scala. Resta comunque il rischio che la crisi si prolunghi e che le interruzioni del traffico nello Stretto di Hormuz diventino più durature.
Inflazione e banche centrali osservano il petrolio
Le aspettative sui tassi d'interesse hanno registrato un cambiamento significativo. Come evidenzia Willis, i mercati stanno ormai prezzando un rialzo dei tassi entro la fine di ottobre da parte della Federal Reserve, della Banca d'Inghilterra e della Banca centrale europea. Questa revisione riflette il timore che il rialzo del petrolio possa tradursi in un incremento più persistente dell'inflazione.
Esiste ancora un margine di evoluzione dello scenario. Nel fine settimana il presidente Donald Trump ha dichiarato che un accordo sarebbe vicino e che nei prossimi giorni potrebbero svolgersi ulteriori colloqui. L'Iran continua invece a ribadire la volontà di esercitare la propria autorità sullo Stretto di Hormuz, trasformando questo passaggio marittimo nel principale punto di attrito nel breve periodo.
Senza entrare nel merito delle questioni più complesse legate ai negoziati sul nucleare, Willis sottolinea come il controllo dello Stretto di Hormuz rappresenti un elemento cruciale sia per le prospettive economiche sia per l'evoluzione futura dell'inflazione. Se gli attacchi a bassa intensità dovessero proseguire e intensificarsi fino a compromettere definitivamente il cessate il fuoco, tornerebbe rapidamente lo scenario caratterizzato da aumenti dei prezzi dell'energia e carenze di approvvigionamento. Non si tratta ancora dello scenario centrale, ma i rischi continuano a essere presenti.
Mercati resilienti ma attenzione ai rischi
Secondo Willis, il quadro non può essere definito particolarmente positivo. Nonostante questo, i mercati finanziari hanno dimostrato negli ultimi mesi una notevole capacità di guardare oltre molti dei rischi geopolitici, evitando reazioni eccessive.
La prudenza resta comunque necessaria. Se il conflitto dovesse tornare a intensificarsi, il rischio per i mercati potrebbe aumentare sensibilmente. Per questo motivo, pur senza ridurre drasticamente l'esposizione al rischio, gli investitori devono mantenere alta l'attenzione verso l'evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz e le possibili implicazioni per inflazione, crescita economica e mercati finanziari.

di Francesco Sicuro















































