Prezzo del rame atteso in rialzo nel secondo semestre 2026

Prezzo del rame atteso in rialzo nel secondo semestre 2026

Il mercato del rame continua a essere sostenuto da una domanda strutturalmente forte e da un'offerta sempre più sotto pressione. Le tensioni geopolitiche e le difficoltà produttive manterranno il mercato in deficit anche nella seconda metà del 2026, creando un contesto favorevole ai prezzi ma che richiede un approccio di investimento più selettivo e diversificato.

Un mercato sempre più in deficit

Il primo semestre del 2026 ha confermato il ruolo strategico del rame nell'economia globale. Il metallo rosso resta infatti uno degli elementi chiave della transizione energetica, dello sviluppo tecnologico e della digitalizzazione, ma allo stesso tempo è diventato uno degli asset più esposti alle tensioni geopolitiche internazionali. È questa la fotografia scattata da Benjamin Louvet, Head of Commodities di Ofi Invest AM, secondo cui il mercato continua a confrontarsi con uno squilibrio crescente tra domanda e offerta.

Dal lato produttivo, Louvet evidenzia come le società minerarie incontrino difficoltà sempre maggiori nel mantenere gli attuali livelli di estrazione, mentre la domanda continua a espandersi. La conseguenza è un mercato entrato in deficit, una condizione che, secondo l'analista, dovrebbe protrarsi per il resto del 2026.

A rendere ancora più complesso il quadro ha contribuito anche la chiusura dello Stretto di Hormuz. Per Louvet, il Golfo Persico rappresenta infatti uno snodo fondamentale nella produzione di zolfo e di acido solforico, componente indispensabile per la lavorazione del rame e da cui dipende circa il 20% della produzione mondiale del metallo.

Geopolitica e restrizioni aggravano la scarsità dell''offerta

Alle difficoltà strutturali dell'offerta si sono aggiunte una serie di restrizioni che rischiano di comprimere ulteriormente la disponibilità di rame raffinato sul mercato internazionale.

Come sottolinea Louvet, la Cina, primo produttore mondiale del metallo con una quota di mercato pari a circa il 40%, ha deciso di sospendere le esportazioni di rame a partire dal 1° maggio per garantire il soddisfacimento della domanda interna, dopo che la disponibilità di acido solforico è stata compromessa dalle tensioni geopolitiche.

Questa decisione si somma sia agli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz sia alle limitazioni sulle esportazioni di zolfo introdotte dalla Russia, destinate a rimanere in vigore almeno fino alla fine del mese.

Secondo Louvet, il mercato non ha ancora incorporato completamente l'impatto di questi fattori perché i principali produttori hanno finora potuto fare affidamento sulle scorte accumulate nei mesi precedenti. Se però i negoziati tra Stati Uniti e Iran dovessero fallire e lo Stretto di Hormuz tornasse a essere chiuso, la produzione mondiale di rame potrebbe subire conseguenze molto più rilevanti nel corso dei prossimi mesi.

Per Louvet esiste anche un elemento che potrebbe attenuare almeno in parte le tensioni sull'offerta. Si tratta della possibile riapertura della miniera di Cobre Panama, oggetto di trattative tra il governo panamense e First Quantum Minerals, principale gestore del sito. Anche nell'ipotesi di un accordo, però, i tempi resterebbero lunghi, poiché al momento le autorità hanno soltanto annunciato l'avvio di un tavolo di lavoro senza definire un calendario operativo.

Prezzi sostenuti ma con nuove differenze tra Stati Uniti ed Europa

Dal punto di vista degli investimenti, Ofi Invest AM ritiene che la persistente scarsità fisica del rame rappresenti un importante elemento di sostegno per le quotazioni, motivo per cui la società continua a prevedere un rialzo dei prezzi nella seconda metà del 2026.

Allo stesso tempo, Louvet spiega che il contesto attuale richiede una gestione più sofisticata dell'esposizione al metallo. Oggi infatti il mercato dispone di due principali contratti future sul rame: uno quotato negli Stati Uniti e uno negoziato a Londra.

L'ipotesi che l'amministrazione Trump possa introdurre nuovi dazi sulle importazioni di rame raffinato ha spinto numerosi operatori ad anticipare gli acquisti trasferendo consistenti quantità di metallo verso gli Stati Uniti. Questo movimento ha determinato un rapido aumento delle scorte oltreoceano e, parallelamente, una forte riduzione di quelle disponibili sul mercato europeo.

Secondo Louvet, questa dinamica ha prodotto due effetti distinti. Il primo riguarda la struttura dei prezzi a termine. Negli Stati Uniti i maggiori costi di stoccaggio rendono il mercato dei future meno conveniente, mentre in Europa la curva è entrata in backwardation, configurazione nella quale i prezzi a termine risultano inferiori alle quotazioni spot.

Per gli investitori questo significa che una posizione sui future europei del rame può oggi generare un rendimento positivo attraverso il cosiddetto roll dei contratti, mentre una posizione equivalente sul mercato statunitense tende invece a produrre un costo. Per Louvet, è proprio questo elemento a rendere oggi il mercato europeo particolarmente interessante.

La diversificazione resta la strategia preferita

Accanto alle opportunità, esistono però anche elementi di incertezza che suggeriscono prudenza nella costruzione del portafoglio.

Come osserva Louvet, la forte domanda registrata negli Stati Uniti ha determinato un incremento dei prezzi superiore rispetto a quello osservato in Europa. Questo differenziale potrebbe però ridursi rapidamente qualora l'amministrazione americana decidesse di rinunciare all'introduzione dei dazi sul rame raffinato, eliminando così una delle principali ragioni dell'attuale squilibrio tra i due mercati.

Proprio la presenza di queste forze contrapposte rappresenta, secondo Louvet, la motivazione principale che ha spinto Ofi Invest AM ad adottare una strategia maggiormente diversificata.

Nel caso dell'OFI Invest Energy Strategic Metals Fund, la società ha deciso di suddividere in parti uguali l'esposizione al rame tra i due principali contratti future disponibili sul mercato. Se in precedenza il metallo rosso rappresentava complessivamente il 30% del portafoglio, oggi l'allocazione è stata ripartita in modo equilibrato, con il 15% investito attraverso il contratto quotato negli Stati Uniti e il restante 15% tramite quello europeo.

Per Louvet, questo approccio consente di mantenere un'esposizione a una commodity che continua a beneficiare di solidi fondamentali, limitando allo stesso tempo i rischi legati all'evoluzione della geopolitica e alle possibili decisioni della politica commerciale americana.

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