Sei mesi turbolenti ma resilienti
Il primo semestre del 2025 è stato segnato da forte volatilità, alimentata dalle tensioni geopolitiche e dalle politiche tariffarie statunitensi. Eppure, come sottolinea Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments, i mercati hanno dimostrato una capacità di tenuta che ha sorpreso molti osservatori. Nonostante un flusso costante di notizie e aggiustamenti politici, gli investitori hanno saputo concentrarsi sui fondamentali economici. Le tariffe restano al centro del dibattito, con negoziati ancora aperti dopo la proroga delle scadenze, ma la solidità di utili e bilanci aziendali, unita a un aumento del debito USA, rende la volatilità un’opportunità più che un rischio.
L’elemento di instabilità maggiore è stato senza dubbio il ritorno alla presidenza di Donald Trump. Molti avevano previsto un approccio simile a quello del primo mandato, segnato da tagli fiscali e deregolamentazione, ma le nuove scelte hanno acceso preoccupazioni, specie sul fronte dei dazi. L’ondata di notizie proveniente dalla Casa Bianca ha inizialmente scosso azioni, obbligazioni e valute. Tuttavia, dopo la tregua tariffaria di aprile, i mercati hanno progressivamente imparato a filtrare il “rumore”, tornando a guardare ai numeri. La solidità dei dati macroeconomici e la tenuta degli utili hanno contribuito a ricostruire la fiducia, riportando i listini su livelli più stabili.
Dazi e debito USA restano sorvegliati speciali
Guardando avanti, spiega Willis, l’attenzione resta focalizzata sui dazi, nonostante la proroga al 1° agosto per evitare misure reciproche. I mercati sembrano aver messo in conto gran parte delle minacce tariffarie, convinti che lo strumento venga usato più per pressione politica che per vera strategia protezionistica di lungo periodo. Anche se l’effetto di nuovi dazi potrebbe risultare meno pesante del previsto, l’incertezza resta alta. L’amministrazione Trump non ha ancora realizzato l’obiettivo dei “90 accordi in 90 giorni”, ma i negoziati con i Paesi disposti a dialogare in buona fede proseguono.
Supponendo che i dazi passino in secondo piano, la vera partita si gioca sul debito pubblico. L’approvazione del “Big Beautiful Bill act” ha portato nuovi tagli alla spesa sociale e l’estensione dei tagli fiscali del primo mandato, generando un aumento del deficit. Il Congresso ha alzato il tetto del debito di 5.000 miliardi di dollari, cifra pari a circa due anni e mezzo di spesa federale. Dopo le tensioni di aprile, i mercati obbligazionari restano particolarmente sensibili. Una gestione poco credibile delle finanze pubbliche potrebbe innescare un rialzo dei rendimenti, con ripercussioni anche sul cambio e sull’azionario.
Fondamentali solidi ma attenzione agli effetti ritardati
Secondo l’analisi di Columbia Threadneedle Investments, i fondamentali economici restano robusti. Aziende e consumatori sembrano aver interiorizzato il nuovo contesto di tassi, con utili aziendali solidi e un trend dei tassi in discesa in gran parte delle economie avanzate. Tuttavia, spiega Willis, i dati riflettono anche una distorsione: l’aumento dell’attività nel primo trimestre è stato in parte legato a scorte accumulate per anticipare l’entrata in vigore dei dazi. Nel secondo trimestre queste scorte si sono progressivamente ridotte e l’avvio del terzo trimestre lascia aperta la domanda sulla reale forza della domanda sottostante.
Un altro punto critico è che l’impatto economico dei dazi si manifesta spesso con ritardo. La volatilità dell’aliquota effettiva USA, oscillata dal 2,5% di inizio anno a picchi del 26% a maggio, amplifica l’incertezza. Sarà necessario del tempo prima di stabilizzare i numeri e valutare appieno le conseguenze. Questo significa che, nei prossimi mesi, la capacità di interpretare i dati diventerà cruciale per evitare reazioni emotive.
Quale scenario per la seconda parte dell’anno
Guardando ai prossimi mesi, Willis delinea due possibili direzioni. Uno scenario positivo prevede che i dazi si stabilizzino attorno al 10%, con misure reciproche limitate. Un impatto contenuto sull’inflazione permetterebbe alla Federal Reserve di muoversi in linea con altre banche centrali, avviando una graduale riduzione dei tassi. Questo quadro sosterrebbe la crescita economica, la redditività aziendale e la propensione al rischio.
Al contrario, uno scenario negativo vedrebbe i dazi aumentare ulteriormente, alimentando instabilità sui mercati. Un eventuale incremento dell’inflazione legato ai dazi costringerebbe la Fed a mantenere i tassi elevati, aprendo a timori di stagflazione. Tuttavia, lo scenario rialzista appare al momento più probabile, sebbene la politica imprevedibile dell’amministrazione Trump imponga di rimanere vigili.
La conclusione di Columbia Threadneedle Investments è chiara: se i fondamentali economici e gli utili resteranno solidi, le fasi di volatilità potranno offrire occasioni di acquisto più che motivi di fuga. La resilienza mostrata dai mercati nel primo semestre è una lezione preziosa: anche in un contesto di incertezze croniche, la capacità di mantenere un approccio di rischio bilanciato può fare la differenza tra subire le oscillazioni e saperle sfruttare.
