Tensioni Israele-Iran, l’impatto e le valutazioni di S&P

Tensioni Israele-Iran, l’impatto e le valutazioni di S&P

I rischi per banche e Stati sovrani del Medio Oriente crescono, tra vulnerabilità geopolitiche, interruzioni commerciali e volatilità nei prezzi dell’energia.

Escalation militare e rischio sistemico

L’intensificarsi delle ostilità tra Israele e Iran dopo il 13 giugno 2025 ha costretto S&P Global Ratings a rivalutare i propri scenari di rischio per l’area mediorientale, ampliando il peso delle ipotesi ad alto stress già in parte incorporate nei precedenti modelli. Secondo S&P, si moltiplicano i canali di trasmissione che potrebbero compromettere la stabilità creditizia della regione: dalle rotte commerciali interrotte ai rincari energetici, dal calo del turismo alla fuga di capitali, fino al maggior peso della spesa militare.

In particolare, S&P segnala che il conflitto resta per ora contenuto tra i due Paesi, ma eventuali ritorsioni più ampie potrebbero coinvolgere attori terzi come gli Stati Uniti o le monarchie del Golfo. L’attacco israeliano al campo gasiero South Pars e alla raffineria di Abadan ha già colpito asset strategici iraniani. Se la situazione degenerasse in uno scontro più ampio, le ricadute potrebbero essere devastanti anche per il traffico energetico mondiale. Tuttavia, la resilienza delle banche e dei governi del Golfo, grazie ad asset liquidi e buffer fiscali, continua a rappresentare un punto di forza nei modelli di S&P.

Sovrani regionali a confronto

La valutazione di S&P esamina come le tensioni geopolitiche colpiscano i diversi Paesi del Medio Oriente in modo non uniforme. Ad esempio, Iraq e Bahrain risultano esposti a rischi elevati per la prossimità a potenziali obiettivi e la dipendenza da petrolio e supporti esterni. Invece Oman e Abu Dhabi beneficiano di infrastrutture che aggirano lo Stretto di Hormuz, il che mitiga l’impatto in caso di blocchi navali.

Israele, pur colpito direttamente, mantiene una certa capacità di assorbimento grazie a un’economia ad alta intensità tecnologica e riserve valutarie robuste. Tuttavia, le spese militari crescenti e la densità demografica rendono il Paese vulnerabile a danni infrastrutturali. Tra i dati rilevanti, S&P segnala che Kuwait e Arabia Saudita restano estremamente sensibili alla chiusura delle rotte marittime, ma possiedono buffer finanziari e asset sovrani significativi.

Prezzi del petrolio e stabilità: le condizioni da cui tutto dipende

Secondo S&P, l’aumento dei prezzi del petrolio potrà sostenere le finanze regionali solo se la produzione non subirà interruzioni e se le rotte commerciali resteranno aperte. L’attacco israeliano ha innescato un rialzo immediato del greggio, ma le dinamiche di offerta e domanda restano incerte, influenzate anche dai dazi USA e dalle scelte di OPEC+.

S&P stima che, in assenza di shock prolungati, il mercato resterà in surplus almeno fino al 2026, limitando eventuali spinte inflattive di lungo termine. Tuttavia, in caso di escalation grave con blocchi nello Stretto di Hormuz, i prezzi potrebbero impennarsi rapidamente, danneggiando le economie importatrici come Egitto e Giordania e destabilizzando gli equilibri globali.

Israele, da parte sua, rischia una revisione al ribasso del proprio rating se le tensioni dovessero sfociare in danni duraturi alla bilancia dei pagamenti, ai mercati finanziari e alla fiducia degli investitori. Il quadro economico del Paese è solido, ma l’evoluzione militare potrebbe rapidamente alterare questo equilibrio.

Banche del Golfo sotto stress: resilienza strutturale, ma il rischio cresce

Le banche della regione del Golfo si trovano oggi a fronteggiare uno stress test inedito. S&P ha elaborato due scenari ipotetici (high stress e severe stress) per misurare la tenuta dei bilanci bancari in caso di fuga di capitali esteri e deterioramento della qualità degli attivi. Il risultato? Anche in caso di deflussi di oltre 240 miliardi di dollari da passività esterne, la maggior parte degli istituti sarebbe in grado di reggere l’urto.

Qatar emerge come l’unico Paese potenzialmente bisognoso di supporto statale, dato l’elevato debito estero netto delle sue banche (pari al 31,8% dei prestiti totali nel 2024). In un contesto di severo stress, S&P prevede anche deflussi interni per circa 290 miliardi di dollari, ma segnala che i governi sarebbero pronti a intervenire con misure di sostegno, come già avvenuto nel 2017 durante il blocco del Qatar.

Quanto al deterioramento della qualità del credito, S&P stima che, nel peggiore dei casi, le perdite complessive raggiungerebbero i 30 miliardi di dollari, pari al 10% del capitale delle banche coinvolte. Tuttavia, il Tier-1 medio resterebbe stabile intorno al 15%, confermando che si tratterebbe più di uno shock di profittabilità che di solvibilità.

La regione è resiliente, ma la minaccia resta

Il report di S&P si chiude con un messaggio chiaro: sebbene le banche e gli Stati del Golfo partano da una posizione di forza, un conflitto prolungato e imprevedibile metterebbe a dura prova la tenuta del sistema. I rischi rimangono molteplici: dalla destabilizzazione delle rotte energetiche all’incertezza politica, fino al deterioramento dei fondamentali economici.

Secondo S&P, la chiave per affrontare questa fase è la combinazione di solide riserve fiscali, banche ben capitalizzate e la disponibilità dei governi a intervenire. Tuttavia, resta elevata l’attenzione sulle mosse future di Iran, Israele e Stati Uniti, che potrebbero innescare una nuova fase di volatilità. Le previsioni, in uno scenario tanto fluido, restano soggette a continui aggiornamenti.