Da eccezionalismo a ridimensionamento: i motivi dietro il “Sell America”
All’inizio del 2025, gli investitori erano convinti che gli Stati Uniti fossero destinati a primeggiare: tagli fiscali, deregolamentazione e politiche protezionistiche sembravano potenziare la crescita interna. In realtà, è accaduto l’opposto. Come spiega Evan Brown, Head of Multi-Asset Strategy di UBS Asset Management, proprio gli Stati Uniti hanno mostrato il peggior deterioramento delle prospettive di crescita. I dazi si sono rivelati un boomerang, mentre l’avanzata cinese nel settore IA, trainata da DeepSeek, ha messo in discussione la leadership tecnologica americana.
L’S&P 500 ha sottoperformato l’MSCI All-Country World ex US di 14% da inizio anno, segnalando una fase di disaffezione verso l’azionario americano. UBS AM ritiene giustificata una diversificazione geografica da parte di chi è fortemente esposto agli Stati Uniti, ma sottolinea anche i limiti strutturali di un disinvestimento rapido. I mercati statunitensi restano i più liquidi e solidi per dimensioni, trasparenza e governance.
Diversificare sì, ma con prudenza e strategia
Nel lungo periodo, la sovraperformance americana, trainata in particolare dal settore tecnologico, potrebbe avvicinarsi a un mean reversion. L’aumento dei dazi e il rallentamento dell’immigrazione riducono il potenziale di crescita. Allo stesso tempo, gli altri Paesi reagiscono con maggiore stimolo fiscale, riducendo il gap di competitività.
La deglobalizzazione in corso e la riduzione delle correlazioni tra regioni rendono oggi più efficace la diversificazione. Secondo UBS AM, anche una leggera sovraperformance USA non esclude che una composizione più bilanciata del portafoglio possa ridurre la volatilità complessiva.
Sul fronte del reddito fisso, la situazione statunitense appare più fragile: debito elevato, shock sull’offerta e minore flessibilità per la Fed. Le banche centrali fuori dagli USA potrebbero avere maggior margine per stimolare la crescita, rendendo interessanti le obbligazioni non statunitensi. Inoltre, una crescita americana meno brillante potrebbe indebolire l’USD, spingendo gli investitori esteri a coprirsi dal rischio valutario, con impatti diretti sul dollaro stesso.
I limiti operativi e di struttura del disinvestimento dagli USA
Pur riconoscendo la validità della tesi “Sell America”, UBS AM sottolinea che ci sono limiti concreti all’entità e alla velocità della riallocazione. I mercati europei, ad esempio, valgono solo la metà di quello statunitense. Gli emergenti sono ancora più piccoli e poco liquidi. Di conseguenza, i grandi player mantengono un sovrappeso USA più per motivi operativi che per convinzioni di lungo periodo.
Gli Stati Uniti, inoltre, continuano a garantire stabilità normativa, corporate governance avanzata e protezione legale, elementi che riducono il rischio operativo per grandi allocatori. Tuttavia, proposte come una nuova tassazione dei redditi da investimento – attualmente allo studio dell’amministrazione Trump – potrebbero modificare il quadro.
Tattica nel breve, strategia nel lungo: una combinazione calibrata
Nonostante le debolezze strutturali, UBS AM ha potenziato tatticamente l’esposizione all’azionario statunitense. Il motivo? Posizionamento leggero, dollaro debole, utili solidi e momentum post-earnings nel settore AI. Gli EPS americani sono in ripresa, e i titoli a grande capitalizzazione con esposizione globale potrebbero beneficiare del contesto valutario.
Nel frattempo, le azioni europee vengono sottopesate: la recente sovraperformance è già scontata nei prezzi e l’euro forte potrebbe penalizzare i ricavi. Continuano a essere apprezzate le banche europee, per valutazioni contenute e dividend yield al 6%.
Positivi anche gli aggiornamenti su emergenti e valute locali. La de-escalation tra Stati Uniti e Cina ha riacceso il carry trade, rendendo interessanti divise come il BRL e l’INR. Al contrario, UBS AM ha tagliato le posizioni lunghe su oro e yen, considerati oggi meno attrattivi in un contesto di tassi elevati e posizionamento affollato.
