Rifugi sicuri reinventati, i bond sauditi sfidano i Treasury USA

Rifugi sicuri reinventati, i bond sauditi sfidano i Treasury USA

Le obbligazioni dell’Arabia Saudita stanno emergendo come un’alternativa stabile e redditizia ai Treasury statunitensi.

Treasury sotto pressione

Dopo il picco dei tassi Fed del 2023, ci si aspettava che i Treasury tornassero a brillare con l’avvio dei tagli. Ma i numeri citati da Francesco Lomartire, Head of Intermediary Client Coverage per il sud Europa di State Street Investment Management, raccontano altro: con soli 100 punti base di riduzione e nessun taglio previsto per il 2025, i rendimenti restano attorno al 4%, troppo poco per attrarre nuovi flussi. A complicare il quadro pesa anche il deficit americano: secondo Bloomberg, il disavanzo raggiungerà il 6,5% del PIL nel 2025, restando elevato almeno fino al 2027. Una prospettiva che riduce l’efficacia delle tradizionali strategie di duration, penalizzando soprattutto i titoli a lunga scadenza.

La caccia al rendimento

Gli investitori che hanno accettato più rischio di credito sono stati premiati. L’indice J.P. Morgan EMBIG Diversified ha reso l’8,4% da inizio anno, ma metà dell’esposizione è non investment grade. In questo contesto, le obbligazioni saudite offrono un compromesso interessante: valutate Aa3 da Moody’s e A+ da S&P e Fitch, sono solo due gradini sotto il debito sovrano USA e poggiano su fondamentali solidi.

Il rapporto debito/PIL saudita salirà dal 30% del 2024 al 46% del 2030, secondo il FMI, restando comunque molto al di sotto del 113% stimato per le economie avanzate. Questa solidità, spiega Lomartire, si è riflessa nella stabilità dei bond anche nei momenti di turbolenza legata ai dazi, con un drawdown massimo del 2,5%, meno dell’EMBIG Diversified (-3,9%).

Spread e performance superiori

Il differenziale di rendimento resta interessante secondo Lomartire: passare da un Treasury decennale a un bond saudita in dollari significa guadagnare 60 punti base in più, che salgono a 90 per i titoli in valuta locale. Grazie a questo spread, l’indice J.P. Morgan Saudi Arabia Aggregate ha reso da inizio anno 200 punti base in più rispetto al Bloomberg US Treasury Index.

Un ulteriore sostegno, secondo Lomartire, potrebbe arrivare dall’inclusione negli indici. J.P. Morgan deciderà tra settembre e ottobre se aggiungere i bond sauditi nei benchmark dei mercati emergenti in valuta locale. In caso positivo, rappresenterebbero circa il 3% dell’indice, con ingresso graduale da metà 2026.

La maggiore liquidità e l’accesso facilitato potrebbero attrarre gestori specializzati nel reddito fisso emergente, replicando quanto già visto con Cina e India. Anche se il peso relativo sarà più contenuto, l’ingresso potrebbe catalizzare un flusso di capitali esteri finora quasi inesplorato.