Rally del pharma dopo l'accordo tra Pfizer e Trump sui prezzi dei farmaci

Rally del pharma dopo l'accordo tra Pfizer e Trump sui prezzi dei farmaci

Il settore farmaceutico ha vissuto giornate di forte rialzo grazie all’intesa tra Pfizer e l’amministrazione americana. L’accordo introduce prezzi più bassi per i pazienti statunitensi, prevede una piattaforma digitale diretta al consumatore e garantisce una moratoria sui dazi. I mercati hanno reagito con entusiasmo, ma restano aperti i nodi legati a brevetti e sfide strutturali.

Un'intesa che cambia le regole del gioco

L’accordo siglato tra Pfizer e la Casa Bianca rappresenta un passaggio decisivo nella politica sanitaria degli Stati Uniti. La società si è impegnata a ridurre i prezzi dei farmaci destinati al programma Medicaid, che sostiene le fasce più vulnerabili della popolazione, e ad applicare lo stesso prezzo dei nuovi farmaci sia sul mercato americano che in quello degli altri Paesi ad alto reddito. Questa impostazione, conosciuta come “most-favored nation pricing”, riduce il divario che tradizionalmente ha visto i farmaci di marca costare molto di più negli Stati Uniti rispetto ad altre economie avanzate.

Elemento centrale dell’intesa è la creazione della piattaforma TrumpRx, un portale che consentirà ai cittadini di cercare e acquistare direttamente dal produttore i medicinali a prezzi ribassati. Alcuni farmaci avranno sconti fino all’85% rispetto ai listini ufficiali. L’accordo include inoltre una moratoria di tre anni sui dazi alle importazioni di farmaci, concessa a Pfizer in cambio di nuovi investimenti produttivi e di ricerca sul territorio statunitense.

Reazione dei mercati e impatto sugli investitori

L’annuncio ha immediatamente spinto al rialzo le quotazioni dei titoli farmaceutici. In Europa l’indice Stoxx Europe 600 Health Care è salito del 5,25%, con performance di rilievo per AstraZeneca, Sanofi, Roche e Novo Nordisk. Negli Stati Uniti Pfizer ha guadagnato quasi il 7%, Merck oltre il 7% ed Eli Lilly più del 5%, contribuendo a nuovi massimi per i principali indici azionari americani.

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Anche il FTSE 100 ha registrato una performance positiva nella giornata di ieri, trainato da GSK (+6,16%) e Astrazeneca (+11,21%) che ha riconquistato il primato di azienda più grande per capitalizzazione all’interno dell’indice inglese.

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Per gli investitori l’accordo rappresenta un segnale di maggiore chiarezza sulle dinamiche di prezzo e sulle politiche tariffarie, due fattori che avevano generato incertezza e forte volatilità nel comparto. La definizione di criteri uniformi per i prezzi e la garanzia di un periodo senza dazi offrono alle aziende farmaceutiche una visibilità più solida sui ricavi futuri, rafforzando al contempo la fiducia dei mercati finanziari.

Dal grafico seguente si può notare come l’andamento in Borsa dei titoli del comparto sia stato penalizzato dalla politica dei dazi di Trump nella prima parte dell’anno. Ad oggi Novo Nordisk rimane il peggior titolo (-41% circa da inizio 2025) a causa dei risultati deludenti del farmaco anti obesità e della competizione crescente con Eli Lilly, mentre il primato in termini di performance spetta all’inglese GSK, che segna un +23,6% circa e un massimo drawdown contenuto del -19%.Pfizer è tornata in positivo solo dopo l’annuncio di Trump, e segna un +2% circa da inizio 2025.

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Dimensione internazionale e strategie delle big pharma

Il piano dell’amministrazione americana non si limita al mercato domestico. Washington ha avviato trattative con i Paesi del G7, insieme a Svizzera e Paesi Bassi, per aumentare i prezzi dei farmaci venduti all’estero, nel tentativo di riequilibrare le condizioni commerciali considerate discriminatorie nei confronti degli Stati Uniti. L’eventuale incremento dei listini in Europa e in altri mercati sviluppati consentirebbe alle grandi aziende di compensare i minori margini ottenuti sul mercato interno, destinando parte di quei ricavi aggiuntivi al sostegno dei pazienti americani.

Diversi colossi del settore hanno già avviato discussioni con l’amministrazione statunitense per raggiungere intese simili. Gsk, Novartis e Merck si stanno muovendo nella stessa direzione, con l’obiettivo di mantenere un dialogo costruttivo con Washington e consolidare la loro presenza negli Stati Uniti, mercato che resta il più rilevante a livello mondiale.

Opportunità e incognite di lungo periodo

L’accordo con Pfizer viene interpretato dagli analisti come una soluzione favorevole per l’azienda, dato che la riduzione dei prezzi su Medicaid incide in maniera contenuta e la vendita diretta tramite piattaforma digitale dovrebbe avvenire a condizioni sostanzialmente in linea con i ricavi già realizzati attraverso i canali tradizionali. Inoltre, la possibilità di fissare prezzi uniformi per i nuovi farmaci negli Stati Uniti e in Europa offre al gruppo la facoltà di mantenere margini elevati, definendo al tempo stesso un benchmark globale.

Non mancano però i rischi strutturali che gravano sull’intero comparto. Molte aziende farmaceutiche si avvicinano a importanti scadenze di brevetto: Pfizer rischia un calo dei ricavi superiore al 13% entro il 2030, mentre Merck si prepara alla perdita dell’esclusiva su Keytruda, che oggi rappresenta circa il 40% del fatturato. Eli Lilly e Novo Nordisk operano in mercati ad alta volatilità come quello dei farmaci anti-obesità, mentre Gilead, più esposta a Medicaid, non ha beneficiato in pieno del recente rally.

La sostenibilità del nuovo modello dipenderà dalla flessibilità con cui la Casa Bianca saprà estendere lo schema alle altre aziende, senza imporre vincoli eccessivamente rigidi. Se il meccanismo verrà replicato con equilibrio, il settore potrebbe entrare in una fase di maggiore stabilità regolatoria. In caso contrario, l’ondata positiva generata dall’intesa rischia di restare circoscritta, lasciando irrisolti i nodi strutturali che continuano a pesare sul futuro del comparto farmaceutico.