Prezzo del rame destinato a crescere per sostenere la transizione energetica

Prezzo del rame destinato a crescere per sostenere la transizione energetica

Il rame è al centro della corsa verso la decarbonizzazione, ma le sfide legate alle riserve disponibili, ai tempi di estrazione e ai costi potrebbero spingere i prezzi verso nuovi record.

Domanda di rame in crescita nonostante la crisi immobiliare

La sostenibilità ambientale si è affermata come elemento cardine dello sviluppo economico mondiale e, di conseguenza, il rame è divenuto la commodity che più ha diversificato i propri impieghi. Questo fenomeno ha portato a una progressiva riduzione della correlazione con l’andamento del ciclo economico.

In Cina, epicentro di questo cambiamento, si è assistito fino al 2024 agli effetti combinati della pandemia e della crisi del settore immobiliare, che hanno determinato un crollo del 10% nella domanda di rame. Tuttavia, l’avanzata di tecnologie come impianti fotovoltaici, pale eoliche e veicoli elettrici ha alimentato una nuova domanda, compensando ampiamente il calo immobiliare. Secondo Louvet, la domanda netta finale ha continuato a crescere del 4% annuo, trainata dalle tendenze legate all’elettrificazione.

Questo trend dovrebbe proseguire almeno fino al 2030: metà dell’espansione è attribuita all’ampliamento della rete elettrica, che potrebbe generare una domanda di rame equivalente a quella di un intero mercato delle dimensioni degli Stati Uniti.

Riserve globali sotto osservazione per evitare carenze future

Ma il mondo ha rame sufficiente per sostenere questa rivoluzione energetica? La risposta passa dall’analisi di riserve e risorse. Le riserve comprendono i depositi conosciuti e già giudicati sfruttabili, mentre le risorse includono anche potenziali giacimenti non ancora economicamente redditizi o ancora da scoprire.

Nel 2023, le riserve ammontavano a 1.000 milioni di tonnellate, a cui si aggiungono 2.100 milioni di tonnellate identificate e altre 3.500 milioni di tonnellate non ancora scoperte. In teoria, quindi, di rame ce n’è a sufficienza per coprire i fabbisogni presenti e futuri. Tuttavia, il nodo critico evidenziato da Louvet è che le tecnologie necessarie alla transizione energetica sono altamente “copper intensive”: anche ipotizzando un tasso di riciclo del 40%, secondo l’Institut Français du Pétrole et des Énergies Nouvelles (IFP-IN), entro il 2050 il 90% delle risorse sarà consumato. A meno di innovazioni radicali nel processo estrattivo, il prezzo dell’oro rosso è destinato a salire.

Tempi di estrazione, vincoli geologici e tensioni geopolitiche

Un altro ostacolo cruciale messo in luce da Louvet riguarda la difficoltà strutturale ad aumentare rapidamente la produzione. Mentre in altri settori un incremento della domanda spinge i produttori a immettere più output sul mercato, nelle commodity intervengono fattori geologici, tecnici e geopolitici.

Aprire una nuova attività estrattiva richiede un percorso in quattro fasi che può durare dai 15 ai 20 anni prima di vedere operativa la miniera. Inoltre, i giacimenti tendono a esaurirsi nel tempo: dal 1900 al 2020 il contenuto medio di rame nelle miniere è sceso dal 2% allo 0,7% e si prevede che toccherà lo 0,5% entro il 2030. Questo declino porterà, secondo le stime, a una contrazione della produzione del 15% entro il 2035, rispetto al 2024.

A ciò si aggiungono i rischi geopolitici: i nuovi depositi vengono spesso individuati in regioni politicamente instabili, dove i governi possono modificare leggi e profitti o addirittura nazionalizzare le compagnie minerarie. Anche la crescente pressione di ONG e stakeholder ambientali sta complicando ulteriormente la situazione, come dimostra la chiusura nel 2023 della miniera Cobre Panama, che da sola copriva l’1,5% dell’offerta mondiale di rame.

Riciclo insufficiente e meccanismi di mercato in ritardo

Molti ritengono che, a differenza dei combustibili fossili, i metalli come il rame possano essere facilmente riciclati. In realtà, come sottolinea Louvet, il tasso di riciclo effettivo è ancora contenuto: solo tra il 10% e il 25% del rame torna nei cicli produttivi. Le ragioni sono evidenti: da un lato, è complicato recuperare il rame dai beni di consumo; dall’altro, viene impiegato in asset con cicli di vita estremamente lunghi, come infrastrutture e abitazioni, restando “immobilizzato” per decenni.

Di fronte a una domanda in aumento e a una quota di rame bloccata, l’unica leva realmente efficace rimane quella del prezzo, che deve salire per rendere economicamente vantaggioso lo sfruttamento di giacimenti meno accessibili. Tuttavia, i mercati delle materie prime funzionano diversamente dai mercati finanziari tradizionali. Come osserva Louvet, i contratti forward hanno scadenze brevi e servono principalmente a coprire i rischi lungo il ciclo produttivo. Questo limita la capacità dei prezzi di incorporare le tendenze di lungo termine.

Quando si crea uno squilibrio tra domanda e offerta, l’inerzia del ciclo minerario tende a consolidarlo. L’unico correttivo possibile è un aggiustamento dei prezzi, che incentivi una produzione maggiore, sebbene con i ben noti ritardi operativi.