Petrolio in forte rialzo dopo l’attacco israeliano
Le quotazioni del greggio hanno registrato un’immediata impennata a seguito dell’attacco aereo condotto da Israele contro l’Iran. Il prezzo del petrolio è salito di oltre il 7%, segnalando la crescente incertezza che grava sul mercato energetico globale. Secondo Warren Patterson, Head of Commodities Strategy di ING, il conflitto innescato in Medio Oriente obbliga i trader a considerare un premio di rischio più elevato per possibili interruzioni della fornitura.
Gli attacchi hanno colpito impianti nucleari e obiettivi militari iraniani, proprio mentre erano in corso colloqui sul nucleare tra Teheran e Washington. Sebbene gli Stati Uniti abbiano dichiarato di non essere coinvolti, gli eventi potrebbero compromettere in modo duraturo la prosecuzione delle negoziazioni. Patterson sottolinea come questa escalation rappresenti un cambio di passo rispetto alle tensioni precedenti, aprendo la strada a probabili ritorsioni iraniane che accrescono l’incertezza sulle forniture regionali.
L’offerta globale minacciata dalle tensioni
La vulnerabilità dell’offerta petrolifera è al centro delle preoccupazioni. L’Iran produce ogni giorno circa 3,3 milioni di barili di greggio, di cui 1,7 milioni destinati all’export. Secondo l’analisi di ING, un ulteriore deterioramento della situazione potrebbe compromettere questa quota, trasformando un mercato in surplus nella seconda metà dell’anno in un contesto di deficit strutturale.
Tutto dipenderà da quali infrastrutture verranno colpite: mentre impatti sul downstream avrebbero effetti limitati, danni all’upstream potrebbero causare gravi squilibri. Patterson stima che una perdita di 1,7 milioni di barili al giorno porterebbe il prezzo del Brent a sfiorare gli 80 dollari, anche se in uno scenario meno estremo si prevede un assestamento intorno ai 75. L’evoluzione futura sarà fortemente influenzata dalla capacità di risposta degli altri produttori globali.
Il nodo strategico dello Stretto di Hormuz
Uno dei punti più delicati è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, snodo cruciale tra Golfo Persico e Golfo di Oman. Attraverso questa rotta transita quasi un terzo del petrolio trasportato via mare a livello mondiale. L’analisi di Warren Patterson (ING) evidenzia che circa 14 milioni di barili al giorno sono potenzialmente esposti a rischi di blocco, eventualità che spingerebbe il prezzo del Brent verso i 120 dollari. Un’interruzione prolungata, invece, potrebbe portare il prezzo addirittura ai massimi storici oltre 150 dollari, come avvenuto nel 2008.
Ma non è solo il petrolio a essere vulnerabile: anche il mercato globale del GNL rischia una stretta significativa. Il Qatar, principale esportatore con il 20% delle quote globali, si affida proprio a quella rotta. L’assenza di alternative logistiche potrebbe creare tensioni sull’intera catena del gas, innescando aumenti sensibili nei prezzi europei e globali.
Le contromisure possibili dei grandi produttori
Se l’interruzione delle forniture si concretizzasse, le prime risposte arriverebbero dalle riserve strategiche dei governi, a cominciare dagli Stati Uniti, che dispongono di oltre 400 milioni di barili nel proprio SPR. Tuttavia, come osserva Patterson (ING), anche l’OPEC potrebbe avere un ruolo chiave, sfruttando i 5 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata per mitigare eventuali carenze.
Ciononostante, l’efficacia di questa soluzione dipende dalla localizzazione delle riserve. La maggior parte delle scorte OPEC si trova nel Golfo Persico, quindi anch’esse esposte al rischio di blocco dello Stretto di Hormuz. Se le rotte energetiche dovessero subire interruzioni prolungate, sarebbe necessario un intervento più coordinato a livello internazionale per preservare la stabilità energetica globale.
In conclusione, l’analisi di ING mette in guardia: il mercato energetico è entrato in una fase di estrema fragilità, e ogni mossa diplomatica o militare avrà un impatto immediato e potenzialmente duraturo sui prezzi delle materie prime.
