Pensioni: futuro in bilico, il 62% degli italiani senza previdenza complementare

Pensioni: futuro in bilico, il 62% degli italiani senza previdenza complementare

Il quadro che emerge dall’ultimo Osservatorio effettuato da Moneyfarm è quello di una vera e propria emergenza pensioni, con la previdenza integrativa ancora poco diffusa, tanto che ad oggi solo il 37% degli italiani nati tra il 1961 e il 2000 dispone di un fondo pensione.

Un sistema ancora fragile dopo 18 anni dal “silenzio-assenso”

Nei giorni in cui il governo definisce la Legge di Bilancio 2026 e tornano al centro del dibattito le misure per rafforzare la previdenza complementare, tra cui l’ipotesi di iscrizione automatica dei neoassunti ai fondi pensione, Moneyfarm offre un’analisi dettagliata sulla tenuta del sistema pensionistico italiano e sul ruolo della previdenza integrativa.

Sono trascorsi diciotto anni dall’introduzione del meccanismo del “silenzio-assenso” nel 2007, che aveva coinvolto oltre 5 milioni di dipendenti privati, determinando un balzo del 63% degli iscritti ai fondi negoziali. Eppure, oggi, il secondo pilastro fatica ancora a consolidarsi: solo il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione. Se si considerano solo coloro che hanno effettuato versamenti negli ultimi 12 mesi, le percentuali scendono rispettivamente al 30,5% e al 13,3%.

Anche l’utilizzo del TFR come strumento previdenziale rimane limitato. Tra il 2007 e il 2024, solo il 23,8% del TFR generato dalle imprese italiane è confluito in fondi di previdenza integrativa (in lieve rialzo rispetto al 22,2% del 2023). Il resto è rimasto nelle aziende, per 234 miliardi di euro, o nel Fondo di Tesoreria INPS, che raccoglie i contributi delle aziende con oltre 50 dipendenti, pari a 105 miliardi. Nonostante ciò, il TFR rappresenta ancora il 42,5% della raccolta complessiva dei fondi pensione, segno che la sua destinazione a fini previdenziali resta una leva cruciale di crescita per il settore, oggi più che mai da rilanciare.

Adesioni basse e forti divari territoriali

L’analisi di Moneyfarm su un campione rappresentativo di cittadini in età lavorativa evidenzia che, tra gli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000, solo il 37% possiede un fondo pensione, mentre il 63% è privo di forme di previdenza integrativa o non occupato.

A livello geografico, la disparità territoriale è marcata. Solo il Trentino-Alto Adige mostra un quadro virtuoso, con un tasso di adesione del 63% tra i 25 e i 64 anni. Nessun’altra regione supera il 50%. In fondo alla classifica si collocano Campania (28,5%) e Sicilia (28,9%), segno che il divario Nord-Sud si riflette anche nella partecipazione al risparmio previdenziale.

Donne penalizzate su occupazione, contributi e assegni

Il divario di genere rimane un tema strutturale. Le donne rappresentano solo il 39% degli iscritti ai fondi pensione, contro il 61% degli uomini, un dato che riflette non solo un minor tasso di occupazione, ma anche carriere più discontinue e retribuzioni inferiori.

Tra i 20 e i 64 anni, il tasso di occupazione femminile è pari al 58,1%, ben 19 punti percentuali in meno rispetto al 77,3% degli uomini. Questo gap si traduce in una minore partecipazione alla previdenza integrativa: tra i 55 e i 64 anni, quasi la metà degli uomini (48%) ha un fondo pensione, contro il 42% delle donne. Il divario diventa ancora più netto tra le giovani lavoratrici: nella fascia 25-34 anni, solo il 25,5% ha aderito a un fondo, rispetto al 33,2% dei coetanei uomini.

Esemplificativo il caso delle 4,7 milioni di donne tra i 55 e i 64 anni: di queste, solo 2,3 milioni fanno parte della forza lavoro e appena 979.727 dispongono di un fondo pensione attivo.

Previdenza complementare al femminile

Il gender gap pensionistico si manifesta anche negli assegni percepiti. Nel 2024, le pensioni di anzianità femminili risultano inferiori del 15,4% rispetto a quelle maschili (1.884 euro lordi contro 2.227), mentre per le pensioni di vecchiaia la differenza sale al 30,1% (936 euro contro 1.340).

Come osserva Moneyfarm, carriere più brevi, salari mediamente inferiori, discontinuità contributiva e maggiore longevità rendono la pianificazione previdenziale delle donne una priorità assoluta. La previdenza integrativa, in questo senso, è uno strumento essenziale di sicurezza economica a lungo termine.

Anche i versamenti medi mensili riflettono il gap: si passa dai 120 euro delle lavoratrici 30-34enni con un Piano Individuale Pensionistico (PIP) ai 315 euro dei lavoratori 60-64enni con fondi pensione aperti. Le somme accantonate variano da 5.910 euro per gli uomini 30-34enni iscritti a fondi negoziali fino a 32.260 euro per i 60-64enni con fondi aperti.

Proiettando questi dati, Moneyfarm stima che, ipotizzando un rendimento pari all’inflazione e versamenti costanti nel tempo, un lavoratore trentenne con un fondo pensione aperto potrebbe accumulare fino a 131.000 euro entro i 67 anni, mentre il capitale più basso spetterebbe alle lavoratrici sessantenni con un PIP. Il messaggio è chiaro: il fattore tempo è determinante, e iniziare presto fa la differenza.

Agire subito per il futuro previdenziale

Secondo Andrea Rocchetti, Global Head of Investment Advisory di Moneyfarm, la sostenibilità del sistema pensionistico pubblico è sempre più fragile. “Spendiamo già oltre il 15% del Pil in pensioni e, tra quindici anni, questa quota potrebbe superare il 17%”, osserva Rocchetti.

La combinazione di bassa natalità, ingresso tardivo nel lavoro e aumento della longevità mette a rischio il patto intergenerazionale su cui si fonda il welfare italiano. In questo contesto, sottolinea Rocchetti, la previdenza complementare è imprescindibile: “Oggi solo un lavoratore su tre investe nel proprio futuro, ma il tempo è un alleato decisivo. Agire subito, sfruttando i vantaggi fiscali e le nuove opportunità normative, è il modo migliore per garantirsi serenità e mantenere il proprio tenore di vita una volta raggiunta l’età della pensione”.