Oro sale nelle riserve globali, la corsa delle banche centrali

Oro sale nelle riserve globali, la corsa delle banche centrali

La quota dell’oro nelle riserve globali di valute e metalli preziosi ha raggiunto il 30%, in forte aumento rispetto al 24% di giugno, mentre il dollaro USA scende al 40%. Il movimento conferma una ricomposizione strutturale dei portafogli delle banche centrali, che continuano ad aumentare l’esposizione al metallo giallo come garanzia di stabilità e strumento di indipendenza finanziaria.

L’ascesa dell’oro nelle riserve mondiali

L’oro ha raggiunto una quota record del 30% delle riserve globali combinate di valute estere e oro (FX + gold), rispetto al 24% registrato alla fine di giugno. Contestualmente, si legge in un report di Deutsche Bank, la quota del dollaro USA è scesa dal 43% al 40% nello stesso periodo, segnalando un graduale spostamento della fiducia da parte dei gestori delle riserve mondiali verso il metallo prezioso.

L’istituto tedesco sottolinea che, già a partire dal 2022, le banche centrali sono state uno dei principali motori della domanda di oro, ma si chiedeva se potessero trasformarsi in un freno per i prezzi dopo aver accumulato grandi quantità del metallo. Tuttavia, i dati aggiornati mostrano l’opposto: la propensione ad aumentare le riserve auree continua a crescere.

Lo conferma anche il World Gold Council, che nel suo sondaggio annuale rileva come il 43% delle banche centrali preveda di incrementare le proprie riserve di oro, in aumento rispetto al 29% dell’anno precedente. Inoltre, il 95% dei gestori di riserve si attende un aumento delle detenzioni auree globali nei prossimi 12 mesi, contro l’81% dell’anno scorso. Il sondaggio è stato condotto tra il 25 febbraio e il 20 maggio di quest’anno e riflette un consenso crescente sull’importanza strategica dell’oro nel contesto di un sistema finanziario globale sempre più frammentato.

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Quanto dovrebbe salire il prezzo per raggiungere il dollaro

Deutsche Bank calcola che, per eguagliare la quota del dollaro USA nelle riserve globali, l’oro dovrebbe raggiungere un prezzo di 5.790 dollari l’oncia, ipotizzando che le quantità detenute restino invariate. A quel livello, sia l’oro che il dollaro rappresenterebbero ciascuno il 36% delle riserve globali di FX + oro, un equilibrio che metterebbe il metallo giallo su un piano di parità con la principale valuta mondiale.

L’analisi precisa che questa stima non riguarda la quota dell’oro sul totale degli asset delle banche centrali, che include anche titoli denominati nella valuta nazionale, ma solo sulle riserve in valuta estera e oro, cioè le uniche effettivamente utilizzabili per difendere la moneta nazionale in caso di necessità.

Per esempio, alla fine di settembre la Banca centrale europea (BCE) mostrava una quota aurea dell’80% sulle riserve FX + oro, che salirebbe all’83% aggiornando il prezzo dell’oro a 4.350 dollari l’oncia. Tuttavia, la quota dell’oro sul totale degli asset BCE era appena del 18%, poiché la maggior parte del bilancio, 4,5 trilioni di euro su 6,4 totali, è composta da titoli denominati in euro emessi da residenti dell’area euro.

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Un fenomeno globale, dal dollaro all’oro

La stessa dinamica si osserva negli Stati Uniti, dove la quota aurea sulle riserve FX + oro ha raggiunto il 96% a fine settembre, contro appena il 15% sul totale degli asset. Questo divario, spiega Deutsche Bank, dimostra come le banche centrali valutino le proprie riserve d’oro in rapporto alle riserve effettivamente utilizzabili, e non al bilancio complessivo, poiché solo le componenti in valuta estera e oro rappresentano strumenti reali di intervento in caso di tensioni sul cambio.

Il risultato è una trasformazione silenziosa ma profonda nella gestione delle riserve internazionali. Dopo anni di predominio assoluto del dollaro, le banche centrali sembrano orientarsi verso un modello multipolare, dove l’oro riconquista un ruolo centrale come bene di riserva sovranazionale, immune dal rischio politico e dalle sanzioni.

In questo contesto, la crescita della quota aurea dal 24% al 30% in pochi mesi è più di un semplice dato statistico: rappresenta un segnale concreto del declino della supremazia del dollaro e del ritorno dell’oro come architrave della fiducia monetaria globale.

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