Una svolta nelle prospettive sugli asset statunitensi
Fino a poco tempo fa, molti analisti guardavano con diffidenza agli asset statunitensi, complice l’instabilità politica dell’era Trump e l’aumento delle tensioni commerciali globali. Tuttavia, i recenti aggiornamenti di Morgan Stanley e Goldman Sachs segnano un’inversione di tendenza, evidenziando un nuovo ottimismo verso azioni, obbligazioni e prospettive macroeconomiche USA.
Morgan Stanley: tassi in calo e ripresa dell’azionario
Secondo l’ultima nota di Morgan Stanley, pubblicata il 20 maggio, la banca ha alzato il giudizio su azioni e titoli di Stato statunitensi, passando da una posizione “neutrale” a una “positiva”. Il motivo? Le attese su una serie di tagli ai tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, previsti fino al 2026.
Gli analisti stimano quindi che l’indice S&P 500 potrebbe raggiungere quota 6.500 entro il secondo trimestre del 2026, mentre i rendimenti del decennale USA dovrebbero scendere al 3,45%. Al momento, il decennale è ancora scambiato sopra il 4,5%, ma le previsioni vedono una tendenza al ribasso, favorita anche dal rallentamento dell’eccezionalismo economico USA.
Il dollaro perderà forza: vantaggi per gli investitori globali
Morgan Stanley prevede anche un indebolimento graduale del dollaro USA, a causa della diminuzione del differenziale di crescita e rendimento rispetto alle altre economie del G10. Si rafforza così l’importanza della copertura valutaria, soprattutto per investitori globali e banche centrali che in passato avevano assunto esposizioni in dollari senza protezione contro il rischio cambio.
Goldman Sachs: i dazi come leva fiscale, ma attenzione alla crescita
Anche Goldman Sachs guarda con attenzione all’evoluzione della politica fiscale americana. In particolare, l’istituto stima che i tagli fiscali previsti dal “Big Beautiful Bill” saranno in gran parte compensati dalle entrate generate dai nuovi dazi commerciali. Con importazioni pari all’11% del PIL nel 2024, Goldman prevede che l’aumento delle tariffe (di circa 13 punti percentuali) possa generare entrate per oltre 400 miliardi di dollari entro il 2026, pari a circa l’1,25% del PIL.
Deficit sotto controllo, ma il rischio recessione rimane
Secondo Goldman Sachs, il deficit pubblico resterà sotto il 7% del PIL, in linea con i livelli attuali, smentendo le previsioni più pessimistiche di Moody’s, che lo stimavano in crescita fino al 9%. Tuttavia, l’impatto dei dazi sulla crescita economica è tutt’altro che neutro: la banca d’affari prevede un’espansione limitata al +0,5% nel 2025, con una probabilità del 45% di recessione nello stesso anno. Insomma, i dazi possono salvare il bilancio, ma non senza conseguenze sul ciclo economico.
Fiducia cauta ma in ripresa sui mercati statunitensi
Nonostante la persistente incertezza politica, Morgan Stanley e Goldman Sachs convergono su un messaggio chiave: gli asset USA stanno tornando in auge. La prospettiva di una Fed più accomodante, unita a una politica fiscale riformulata, apre nuove opportunità per gli investitori. Tuttavia, la prudenza resta d’obbligo: i benefici derivanti dai dazi e dalla deregulation potrebbero essere neutralizzati da un rallentamento troppo marcato della crescita economica.
Il quadro di incertezza finanziaria innescata dalla politica di Trump ha comunque avuto dei vincitori: le tre grandi banche d’affari statunitensi, che hanno registrato una forte crescita delle commissioni di intermediazione per lo spostamento massiccio degli investimenti dagli USA verso Europa e Sud America. Nel primo trimestre 2025, infatti, JPMorgan ha dichiarato un aumento del 48% dei ricavi dalle negoziazioni sull’azionario, Morgan Stanley del 45% e Goldman Sachs del 27%. Adesso, probabilmente, guadagneranno dal ritorno verso gli USA.
