Moody’s taglia il rating degli Stati Uniti da Aaa ad Aa1
Venerdì sera, Moody’s Investors Service ha abbassato il giudizio sul debito pubblico americano, attribuendo la decisione all’espansione incontrollata del deficit federale e all’assenza di interventi correttivi da parte del Congresso. Il taglio segue mosse simili di altre agenzie e solleva interrogativi sulla sostenibilità fiscale degli Stati Uniti nel lungo termine.
Secondo Moody’s, il deficit potrebbe avvicinarsi al 9% del PIL entro il 2035, spinto dall’aumento degli interessi sul debito, dall’incremento della spesa sociale e da un gettito fiscale insufficiente.
Impatto sui mercati: rendimenti obbligazionari in crescita e dollaro in calo
Lunedì mattina i rendimenti dei Treasury decennali sono saliti al 4,52%, mentre i trentennali hanno toccato il 5%, un livello che non si vedeva dal 2023. Un ulteriore rialzo potrebbe innescare una reazione a catena: pressioni al ribasso sul dollaro, maggiori costi per il finanziamento pubblico e calo dell’attrattiva delle azioni USA.
Dollaro in affanno dopo quattro settimane di ripresa, con il Dollar Index (indice che confronta il dollaro con un paniere di sei valute) che alle 10:25 è sceso a 100,19 per poi riportarsi a 100,23 (-0,85% rispetto all’apertura di 100,85).
Gli analisti di Wells Fargo prevedono ulteriori aumenti tra i 5 e i 10 punti base per i titoli decennali e trentennali nei prossimi mesi.
Il sentiment degli investitori si deteriora
L’indice Bloomberg sul dollaro statunitense è vicino ai minimi di aprile, e gli operatori nel mercato delle opzioni mostrano il peggior sentiment degli ultimi cinque anni. Anche i futures sul Nasdaq 100 e sull’S&P 500 hanno registrato perdite superiori all’1%.
Secondo Subadra Rajappa di Société Générale, “rendimenti elevati prolungati nel tempo aumentano il costo degli interessi per il governo e possono intaccare la percezione del Treasury come bene rifugio”.
Le reazioni politiche e le prospettive macroeconomiche
La reazione al declassamento da parte del Segretario al Tesoro USA Scott Bessent – citato da Bloomberg – è stata prevedibilmente assolutoria nei confronti dell’amministrazione Trump, minimizzato l’impatto del downgrade, attribuendo la colpa della situazione alle scelte dell’ex presidente Biden e definendo Moody’s un “indicatore in ritardo”. E forse un po’ di ritardo c’è stato, visto che Standard&Poor’s ha declassato gli Stati Uniti già nel 2011 (senza che ciò abbia avuto alcun effetto politico o finanziario di rilievo) e Fitch nel 2023.
Tuttavia, la situazione oggi è molto diversa, visto che il taglio del rating si inserisce in un processo politico ed economico di netta discontinuità rispetto al passato. La comunità finanziaria resta quindi cauta: il debito federale ha raggiunto quota 2 trilioni di dollari annui e secondo il Congressional Budget Office si prevede possa superare il 107% del PIL entro il 2029.
Inoltre, il downgrade arriva in un momento in cui l’amministrazione Trump discute un nuovo pacchetto di tagli fiscali e spesa pubblica da oltre 3.800 miliardi di dollari, con il rischio di un ulteriore appesantimento del debito e, quindi, con la prevedibile prosecuzione dell’incertezza.
Reazioni globali e ruolo della Cina
Nel frattempo, la Cina ha ridotto le sue partecipazioni in Treasury USA. Sebbene alcuni analisti vedano in questa mossa un ridimensionamento dell’esposizione al dollaro, altri parlano di una semplice riduzione della duration dei titoli posseduti, non di un disimpegno sistemico.
A questo proposito, subito dopo il declassamento da parte di Moody’s un portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino nel corso di una conferenza stampa ha chiesto all’amministrazione Trump di “adottare politiche economiche responsabili”.
Christine Lagarde, presidente della BCE, ha osservato che il calo del dollaro rispetto all’euro riflette la sfiducia crescente di alcuni settori finanziari verso le politiche economiche statunitensi, generando timori nei mercati globali.
Outlook
Steven Major di HSBC ha dichiarato che “la vera domanda è come far tornare indietro questi rendimenti”. In assenza di un piano credibile per ridurre il debito, gli investitori istituzionali potrebbero orientarsi verso altri asset rifugio, alimentando una spirale negativa per l’economia statunitense.
