Mercati sospesi tra paura e speranza, la settimana delle verità

Mercati sospesi tra paura e speranza, la settimana delle verità

La settimana si apre tra segnali contrastanti: i mercati americani rimbalzano ma senza convinzione, l’Europa affronta le fragilità della Francia e l’Italia attende i conti delle big. Sullo sfondo, la Cina prepara il suo nuovo piano quinquennale mentre gli occhi degli investitori restano fissi su trimestrali, inflazione e banche centrali.

Rimbalzo senza convinzione

La scorsa settimana di Wall Street si è chiusa con un recupero privo di convinzione, segnato da un’elevata volatilità e da un intreccio di timori geopolitici e politici che continuano ad alimentarsi a vicenda: dallo shutdown del governo USA, che paralizza la pubblicazione dei dati macroeconomici e complica il lavoro della Fed, fino alla transizione di leadership in Giappone e alle tensioni politiche in Francia. A tutto ciò si aggiungono le preoccupazioni per le banche regionali statunitensi, tornate sotto pressione.

L’indice VIX è balzato a 28,99 punti prima di raffreddarsi a 20,78, mentre il Fear & Greed Index a 27 punti segnala un livello di paura tangibile. Non è panico, spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro, ma memoria: il rally del +34% dai minimi di aprile aveva illuso che i mercati potessero dimenticare la paura, ma la paura è parte integrante del loro respiro e riaffiora ogni volta che l’euforia smette di coprirla.

La Fed resta il baricentro della narrativa: il mercato continua a scontare due tagli da 25 punti base entro fine anno, non per fiducia ma per stanchezza. Il Beige Book descrive un’economia sostanzialmente ferma (tre distretti in crescita, cinque stabili e quattro in contrazione) mentre la carenza di dati, aggravata dalla paralisi federale, aumenta l’incertezza statistica.

L’Europa e il gelo francese

In Europa, la Francia torna protagonista. Il downgrade di S&P del 17 ottobre, da AA- ad A+ con outlook negativo, segue di poche settimane quello di Fitch, che il 12 settembre aveva operato la stessa revisione. DBRS, il 19 settembre, ha confermato il rating a AA stabile, mentre Moody’s resta ferma ad Aa3 stabile da dicembre 2024. Il consenso appare chiaro secondo Debach: il rischio sovrano francese non è più “di prima fascia”. Secondo S&P, il debito potrebbe raggiungere il 121% del PIL entro il 2028, dal 112% di fine 2024, con un deficit difficilmente sotto il 5% nei prossimi anni.

Ma la fragilità francese è anche politica: il governo di Sébastien Lecornu, quarto premier in meno di due anni, sopravvive grazie alla sospensione della riforma delle pensioni, uno dei pilastri dell’agenda Macron. È un compromesso, spiega Debach, che evita una crisi immediata, ma rinvia la correzione strutturale dei conti pubblici (400 milioni nel 2026, 1,8 miliardi nel 2027). S&P segnala “l’incertezza sull’attuazione del consolidamento” e avverte che le presidenziali del 2027 potrebbero bloccare qualsiasi riforma. Intanto lo spread con il Bund si allarga, i costi di finanziamento aumentano e l’Europa osserva la sua seconda economia scivolare in un inverno fiscale, tra margini in contrazione, vincoli crescenti e crescita debole.

Eppure, paradossalmente, la Borsa di Parigi ha guidato i rialzi globali della scorsa settimana, con l’indice CAC 40 in aumento del 3,2% grazie al rimbalzo del settore del lusso: EssilorLuxottica (+13%, miglior settimana dal 2003) ha toccato 19 nuovi massimi storici nel 2025, mentre LVMH ha guadagnato il 7,78% dopo la pubblicazione dei conti trimestrali. L’attenzione si sposta ora su Salvatore Ferragamo (giovedì) e Moncler (28 ottobre).

In Italia, si legge nel report di eToro, il Ftse Mib ha chiuso in calo per la seconda settimana consecutiva, con solo 11 titoli in rialzo. Le banche pagano il prezzo delle nuove tasse interne e delle paure legate al sistema americano, mentre a sostenere il listino sono state le utilities, come Terna, Enel, Italgas e Snam, ai massimi delle ultime 52 settimane, insieme a Iren, Edison ed Erg sul listino minore.

Oro, paura e rifugi

L’oro ha aggiornato nuovi record oltre i 4.300 dollari l’oncia, sostenuto dalla domanda rifugio e dalle aspettative di una Fed meno aggressiva. È bastato però un rafforzamento del dollaro e qualche parola sui dazi per riportarlo indietro, pur senza compromettere il trend rialzista. Quando l’incertezza diventa sistemica, sottolinea Debach, l’oro torna a essere una lingua antica con cui il mercato esprime paura. Le banche centrali continuano ad accumularlo, gli investitori pure.

In Cina, invece, il quadro è contrastante: le esportazioni crescono dell’8,3% e le importazioni del 7,4%, ma l’inflazione resta negativa a -0,3%. È una ripresa senza inflazione, dunque fragile. A ciò si sommano le tensioni con Washington (minacce di dazi al 100%, controlli sulle terre rare e restrizioni su porti e software) seguite però da un improvviso cambio di tono. Donald Trump parla ora di un “accordo equo” e definisce “non sostenibili” le tariffe elevate. Un pendolo politico che i mercati leggono come instabilità, ma non ancora come rottura.

Cina tra continuità e tecnologia

Dal 20 al 23 ottobre, Pechino ospita il Quarto Plenum del 20° Comitato Centrale, in cui verranno poste le basi del 15° Piano Quinquennale (2026-2030). La priorità, già ribadita dal Politburo, resta la costruzione di “nuove forze produttive” e la tecnologia come pilastro centrale della crescita. Il percorso è coerente con le strategie precedenti: il 13° Piano (2016-2020) aveva lanciato il Made in China 2025, mentre il 14° aveva introdotto la “doppia circolazione” per rafforzare la domanda interna mantenendo l’apertura globale. Ora, secondo Debach, l’obiettivo è consolidare entrambe le direttrici, puntando su autosufficienza tecnologica e innovazione interna, mentre redistribuzione e apertura restano più dichiarazioni d’intenti che risultati concreti.

Il nuovo piano si inserisce nella visione strategica al 2035, con l’obiettivo di portare la Cina nella fascia di reddito dei Paesi sviluppati e di raggiungere progressi decisivi nelle tecnologie chiave. Il governo concentrerà risorse su ricerca e sviluppo, infrastrutture, capitale umano e innovazione industriale, rinunciando a stimoli fiscali di breve periodo. Le aspettative sul Plenum restano caute: nessuna sorpresa tattica, ma un chiaro segnale di continuità tecnologica e di graduale riequilibrio economico.

Mentre il dibattito politico prosegue, il mondo tecnologico corre avanti. Il primo wafer Blackwell prodotto da TSMC negli Stati Uniti rappresenta un simbolo della nuova era: l’intelligenza artificiale come infrastruttura industriale. I giganti globali come Nvidia, Microsoft e xAI investono miliardi in data center e chip, mentre Oracle rallenta e Cambricon vola, spinta dall’AI nazionale cinese. Secondo Debach, è il paradosso di un’epoca in cui la rivoluzione più globale della storia si costruisce dentro confini sempre più locali: l’AI non unisce, ma ridefinisce la geografia economica mondiale.

Appuntamenti della settimana

Dopo settimane dominate dalla paura e da dati frammentari, torna il calendario a scandire il battito dei mercati. È una settimana densa, quella che si apre il 20 ottobre, segnata da trimestrali, inflazione e Plenum cinese: tre temi diversi, ma un unico filo conduttore, la ricerca di conferme.

Negli Stati Uniti, la stagione delle trimestrali entra nel vivo con Netflix (martedì) e Tesla (mercoledì), seguite da GE Aerospace, Coca-Cola, General Motors, 3M, Texas Instruments, IBM, AT&T, Intel e Ford, un campione trasversale di industria, tecnologia e consumi. Venerdì arriverà infine il dato chiave sull’inflazione di settembre, con attese di un CPI al +3,1% annuo e un core stabile, test decisivo per valutare la credibilità dei due tagli Fed previsti entro fine anno.

In Europa, l’attenzione sarà divisa tra micro e macro: a Milano tocca ai big UniCredit (21 ottobre), Saipem e STMicroelectronics (22) ed Eni (23), mentre l’area euro pubblicherà i PMI flash e l’indice di fiducia dei consumatori, con i riflettori puntati su Parigi dopo il downgrade e su Berlino, dove la manifattura resta in difficoltà. Nel Regno Unito, inflazione e vendite al dettaglio chiariranno se la Bank of England potrà davvero rallentare la stretta.

In Asia, i mercati guardano alla Cina: il Quarto Plenum delineerà il percorso verso un modello di crescita fondato su tecnologia e autosufficienza industriale. Pochi annunci immediati, ma una direzione chiara: la Cina punta a competere sull’innovazione, non più sul prezzo.