Mercati resilienti dopo gli attacchi USA in Iran

Mercati resilienti dopo gli attacchi USA in Iran

L’attacco degli Stati Uniti a tre siti nucleari iraniani ha riportato l’attenzione degli investitori sui rischi geopolitici.

Geopolitica in primo piano ma i mercati restano vigili

La recente escalation in Medio Oriente, culminata con l’attacco degli Stati Uniti a tre siti nucleari iraniani, ha riacceso i riflettori sulla fragilità degli equilibri geopolitici. Come osserva Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments, la reazione degli investitori è stata attenta ma non allarmistica, con lievi movimenti verso asset rifugio e un rialzo contenuto del petrolio.

Il conflitto tra Israele e Iran si è intensificato, ma Teheran appare in difficoltà, privata del pieno sostegno di Cina e Russia e colpita severamente da attacchi israeliani. Nonostante il presidente Trump abbia accennato alla possibilità di un cambio di regime, l’amministrazione statunitense non sembra intenzionata a un intervento militare prolungato. Le parole del vicepresidente JD Vance lo confermano: “Non intendiamo impegnarci in un conflitto prolungato, né dispiegare truppe sul terreno”. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha raffreddato i toni, sottolineando che non sono previste ulteriori operazioni militari, salvo provocazioni dirette.

Per ora, il mercato azionario è rimasto stabile, il dollaro USA si è leggermente rafforzato, e il petrolio è salito senza sfondare soglie critiche. Come rileva Columbia Threadneedle, l’attuale contesto resta incerto, ma non si registrano segnali di panico.

Lo Stretto di Hormuz come ago della bilancia energetica

Al centro della preoccupazione resta la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il commercio energetico globale. Nel 2024, circa 20,3 milioni di barili di petrolio al giorno (pari al 20% del consumo mondiale) sono transitati da questa rotta. L’Iran, principale esportatore verso la Cina, vi fa passare 2 milioni di barili giornalieri, mentre altri grandi produttori come Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Qatar ne utilizzano il passaggio per un totale di circa 20 milioni di barili.

Anthony Willis di Columbia Threadneedle Investments osserva che, pur essendo difficile una chiusura totale dello stretto grazie alla presenza della Quinta Flotta statunitense, interruzioni parziali non possono essere escluse. Tuttavia, l’approvazione di una risoluzione iraniana per la chiusura dello Stretto è puramente consultiva e non vincolante. Un’azione del genere danneggerebbe gli interessi economici iraniani stessi, esponendoli a reazioni di Cina e Stati Uniti.

Finché la rotta rimarrà aperta, i prezzi del petrolio dovrebbero rimanere contenuti, anche se con un premio al rischio incorporato. Per ora, il Brent si attesta a 78,29 dollari al barile, in crescita del 4,5% da inizio anno e del 22% solo nell’ultimo mese, ma ancora sotto la media annuale.

Impatto economico più limitato rispetto al passato

La capacità dell’economia globale di assorbire uno shock petrolifero si è evoluta negli ultimi vent’anni. Come evidenzia Columbia Threadneedle, gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di greggio, con una quota pari al 22% della produzione globale, seguiti da Arabia Saudita (11%) e Iran (4%). Questo mutato equilibrio riduce la vulnerabilità dell’economia americana a eventuali interruzioni nel Golfo Persico.

Tuttavia, un incremento sostenuto dei prezzi del petrolio continuerebbe a esercitare pressioni inflazionistiche, potenzialmente frenando i piani di allentamento monetario della Federal Reserve nel corso dell’anno. In uno scenario di aumento dei costi energetici, il ciclo di taglio dei tassi potrebbe subire ritardi.

Secondo Willis, finché non si verificherà una chiara escalation, l’effetto sull’economia globale resterà contenuto. Ma il contesto resta fragile, e un cambiamento nell’atteggiamento iraniano potrebbe rapidamente mutare l’equilibrio.

Mercati resilienti ma scenario ancora fluido

Nonostante il quadro geopolitico complicato e l’incertezza sulla politica commerciale statunitense, i mercati hanno mostrato una resilienza notevole. Columbia Threadneedle Investments sottolinea come, anche di fronte ai dazi e alle tensioni internazionali, il sentiment degli investitori sia rimasto relativamente positivo, sostenuto da un recupero dei listini dopo la turbolenza primaverile.

Tuttavia, il rischio di un deterioramento della propensione al rischio è reale. Con la scadenza di luglio per i negoziati tariffari in avvicinamento, e il Medio Oriente sotto osservazione, qualsiasi nuovo shock potrebbe bloccare o invertire il momentum recente.

Secondo Anthony Willis, “la storia dimostra che i mercati sanno gestire la volatilità geopolitica, a patto che l’impatto sull’economia globale resti limitato”. Per ora, questo è lo scenario dominante. Ma il panorama resta in evoluzione, e richiederà attenzione e flessibilità strategica nelle prossime settimane.