Tassi locali: rendimenti reali e spazio per tagliare
Uno dei principali driver dell’attrattività dei mercati emergenti è rappresentato dal differenziale nei tassi di interesse rispetto ai Paesi sviluppati. Come sottolinea Marco Piersimoni di Pictet Asset Management, i tassi di politica monetaria nei Paesi emergenti si attestano mediamente al 6,8% contro il 2,9% dei Paesi avanzati, offrendo margini di manovra importanti per eventuali allentamenti.
Ancor più significativo è il quadro dei tassi reali, che in molte aree superano il 3%, creando condizioni favorevoli per gli investitori obbligazionari. Alcuni Paesi, come il Sud Africa, hanno addirittura abbassato obiettivi inflazionistici già ambiziosi, dando prova di ortodossia monetaria. In Asia la dinamica dei prezzi è già sotto controllo, mentre in America Latina e nell’Europa dell’Est si osserva un miglioramento graduale. Tutto questo contribuisce a creare una base solida per rendimenti sostenibili e più elevati rispetto al mondo sviluppato.
Dollaro debole e valute emergenti sottovalutate
Il secondo fattore a sostegno della ripresa nei mercati emergenti è la dinamica del dollaro, che secondo l’analisi di Pictet appare sopravvalutato rispetto ai valori di equilibrio di lungo termine, specialmente in una fase di post-tightening da parte della Federal Reserve.
Molte valute emergenti, al contrario, sembrano sottovalutate, offrendo un ulteriore potenziale di rivalutazione. Questo è particolarmente importante per il settore privato dei Paesi emergenti, spesso indebitato in dollari, che trarrebbe vantaggio da un biglietto verde più debole. Anche il divario di crescita tra Stati Uniti ed economie emergenti si sta chiudendo, creando le condizioni per un ritorno di flussi verso le valute locali.
Commercio: nuovi flussi e maggiore diversificazione
Nel contesto post-pandemico, i flussi commerciali globali stanno subendo un profondo riallineamento. A trainare la dinamica ci sono i commerci intra-emergenti, che mostrano una crescita più vivace rispetto a quelli tra Paesi sviluppati. È il caso del Vietnam, che oggi esporta 250 miliardi di dollari verso altri mercati emergenti, a fronte dei 140 miliardi verso gli Stati Uniti, ponendosi sullo stesso piano di partner storici come Giappone e Germania.
La maggiore diversificazione geografica aiuta a mitigare il rischio daziario, anche se alcune economie rimangono vulnerabili. Il Messico, ad esempio, esporta per l’80% verso gli Stati Uniti ed è dunque più esposto a dinamiche tariffarie. Al contrario, Paesi come Taiwan, produttore di beni ad altissima tecnologia, risultano meno colpiti grazie alla non sostituibilità dei loro prodotti. Anche la Cina ha ridotto la propria dipendenza dagli Stati Uniti, con la quota di export diretta verso Washington scesa dal 19% al 14% rispetto all’inizio dell’era Trump.
Materie prime: segnali di inversione sul ciclo delle commodity
Il ciclo delle materie prime ha un impatto cruciale sulle economie emergenti. Sebbene questo driver sia meno convincente rispetto agli altri, ci sono segnali di miglioramento. Negli ultimi mesi, i fondamentali tra domanda e offerta sembrano tornare in equilibrio. Il petrolio, in particolare, è stato mantenuto sotto controllo grazie all’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, che ha scambiato chip per greggio a prezzi contenuti, evitando tensioni anche nei momenti più critici del conflitto Iran-Israele.
Questo equilibrio, fortemente influenzato dalla strategia energetica dell’amministrazione Trump, potrebbe prolungarsi nei prossimi trimestri, contribuendo alla stabilità macroeconomica delle economie esportatrici di materie prime.
Cina: la decelerazione rallenta
Il contesto cinese, pur non essendo brillante, non è più in peggioramento acuto. Secondo Piersimoni, siamo in una fase di “derivata seconda”: la crescita resta sotto potenziale ma il ritmo del rallentamento si attenua. Le vendite al dettaglio rimangono deboli, anche a causa della crisi immobiliare, ma la Cina dispone di ampio spazio fiscale e monetario per stimolare l’economia.
A differenza del passato, il governo cinese appare oggi più disposto a intervenire, pur con strumenti selettivi, per ripristinare fiducia e slancio. Anche un modesto miglioramento della domanda interna cinese potrebbe avere effetti positivi diffusi sugli altri mercati emergenti, specialmente quelli più integrati nella supply chain asiatica.
Obbligazioni e azioni: dove si nascondono le opportunità
Nel comparto obbligazionario, i bond in valuta locale dei mercati emergenti offrono rendimenti molto competitivi. I debiti pubblici e privati sono più contenuti rispetto ai Paesi sviluppati: il primo si aggira intorno al 60% del PIL (contro il 100% dei Paesi avanzati), mentre il secondo è all’80% (contro il 180%).
Alcuni Paesi, in particolare Brasile, Messico, Colombia e Perù, offrono tassi reali ben al di sopra della media storica, in alcuni casi vicini all’8%. In Asia e nell’Europa dell’Est i valori sono più moderati ma comunque interessanti, rendendo il segmento del reddito fisso uno dei più attrattivi dell’universo emergente.
L’equity emergente, invece, ha deluso nel lungo periodo, ma alcuni segnali di inversione iniziano a manifestarsi. La fase di diluizione legata alle nuove quotazioni sembra alle spalle e Paesi tecnologicamente avanzati come Taiwan e Corea del Sud offrono opportunità legate alla crescita futura. Anche l’India, pur a valutazioni elevate, continua ad attrarre capitali grazie al suo potenziale strutturale.
Flussi in ripresa e gestione dei rischi
Dopo anni di disinteresse, gli investimenti nei mercati emergenti stanno tornando al centro dell’attenzione istituzionale. Un terzo dei 110 miliardi di dollari usciti dai fondi azionari è già stato reinvestito, e anche i prodotti obbligazionari in valuta locale stanno ricevendo nuovi flussi, a differenza dei bond in dollari.
I rischi idiosincratici restano però elevati: instabilità politiche, svalutazioni o crisi locali possono ancora generare turbolenze. Tuttavia, come dimostrato dal caso della lira turca, gli investitori stanno imparando a convivere con questi shock, riconoscendone la natura episodica nel contesto di una struttura economica migliorata.
Nel complesso, i segnali più recenti indicano un ambiente più favorevole per un ritorno strategico nei mercati emergenti, sia attraverso il reddito fisso che con selezioni azionarie mirate.
