Nuova stretta sui dazi
La Casa Bianca torna a far parlare di sé sul fronte dei dazi. Dopo una pausa di 90 giorni, l’amministrazione statunitense ha annunciato nuovi aumenti tariffari che colpiranno in modo potenzialmente significativo Paesi come Vietnam, India, Brasile e Unione Europea. La notizia arriva in un contesto di apparente calma sui mercati azionari: l’S&P 500 ha registrato un nuovo massimo storico, un traguardo che potrebbe consolidare la posizione politica del presidente Trump.
Tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa secondo quanto riporta Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments. Sono in discussione dazi specifici per settore, come rame, legname, semiconduttori e farmaceutica, misure che rischiano di accrescere il carico complessivo sulle catene di approvvigionamento globali. Se è vero che gli effetti di queste decisioni si manifesteranno con un certo ritardo, molti osservatori ritengono che i mercati stiano sottovalutando i rischi al ribasso, troppo concentrati sulle notizie positive già incorporate nei prezzi.
Accordi in stallo e nuove minacce commerciali
Il quadro delineato da Columbia Threadneedle evidenzia come i dazi siano tornati a dominare l’agenda internazionale. La Casa Bianca non solo ha varato numerose nuove aliquote, ma ha anche prorogato di tre settimane la scadenza dei negoziati per attenuare o evitare i cosiddetti “dazi reciproci”. Ad aprile, Trump aveva promesso di chiudere 90 accordi in 90 giorni entro il 9 luglio, ma finora, secondo le stime ufficiali, ne sono stati finalizzati solo tre.
Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha iniziato a notificare formalmente ai partner commerciali le nuove aliquote (o “accordi”, come li definisce lo stesso Trump) che, per la maggior parte dei Paesi, riprendono le tariffe sospese nel giorno del Liberation Day. Eppure, nonostante queste tensioni, i mercati finanziari continuano a ignorare i segnali di allarme: l’S&P 500, come già accennato, ha toccato un nuovo massimo storico, rafforzando la convinzione che il presidente preferisca la retorica all’azione concreta, mantenendo i dazi intorno al 10% come già accaduto con Regno Unito e Cina. Un’illusione di stabilità che potrebbe però rivelarsi un boomerang: la bassa volatilità di questi mesi sta infatti incoraggiando la Casa Bianca a valutare misure ancora più aggressive.
Tariffe più salate e nuovi settori nel mirino
L’analisi di Willis mette in evidenza come per alcuni Paesi i dazi supereranno di gran lunga la soglia del 10%. Trump ha dichiarato che, in mancanza di un “accordo”, la maggior parte delle nazioni dovrà fare i conti con aliquote comprese tra il 15% e il 20%. Il Vietnam, ad esempio, dovrà fronteggiare un dazio del 20%, meno pesante del dazio reciproco del 46%, ma comunque rilevante. Sul tavolo ci sono anche accordi quadro con l’Unione Europea e l’India, ma la tensione resta alta: per l’UE si parla di un possibile 30%, mentre per l’India il Presidente ha minacciato un ulteriore 10% giustificandolo con l’appartenenza al gruppo BRICS, visto come un blocco nato per “danneggiare” gli Stati Uniti.
Lo scenario si complica ulteriormente se si guarda al Brasile, per il quale è già stata annunciata una tariffa del 50%, un netto balzo rispetto al 10% comunicato in aprile, nonostante il Paese registri un deficit commerciale con Washington. In parallelo, avanzano le indagini ai sensi della Sezione 232 su comparti strategici come rame, legname, semiconduttori e farmaceutica. Emblematico il caso del rame: i prezzi statunitensi sono schizzati in alto dopo l’annuncio di un dazio del 50% sulle importazioni, misura confermata con decorrenza dal 1° agosto. Inoltre, il Presidente ha anticipato possibili rincari sui prodotti farmaceutici nei prossimi 18 mesi.
Mercati in tensione e rischi di correzione
La prospettiva di tariffe settoriali aggiuntive rende ancora più incerto il quadro, come evidenzia Columbia Threadneedle. L’aliquota tariffaria complessiva potrebbe raggiungere il 20% già dall’inizio di agosto, un livello ben oltre le previsioni. Tuttavia, il dato rimane altamente variabile: nel corso dell’anno è oscillato tra il 2,5% e il 26,5%, riportando la volatilità su livelli simili a quelli degli anni ’30. Se le tariffe dovessero partire ad agosto su livelli superiori alle aspettative, il sentiment degli investitori potrebbe virare rapidamente da “bicchiere mezzo pieno” a “bicchiere mezzo vuoto”.
Nonostante ciò, i mercati finanziari continuano a mostrare segni di vigore: l’S&P 500 resta in territorio di ipercomprato, mentre in Europa il DAX tedesco e il FTSE 100 britannico hanno toccato nuovi massimi storici. I fondamentali macroeconomici rimangono robusti, ma i prossimi mesi saranno decisivi per valutare l’impatto ritardato dei dazi. Le imprese dovranno decidere se assorbire i costi o trasferirli ai consumatori, mentre gli operatori temono che molte notizie positive siano già state prezzate, lasciando poco margine di protezione contro potenziali sorprese negative.
Occhi puntati su utili e inflazione
Anthony Willis, sempre per Columbia Threadneedle, avverte che l’estate potrebbe rivelarsi un banco di prova cruciale. Con l’avvicinarsi delle vacanze, i volumi di scambio tendono a ridursi, amplificando l’impatto dei titoli di stampa sui mercati. La prossima stagione degli utili e i dati sull’inflazione saranno quindi determinanti per valutare gli effetti concreti dei nuovi dazi. A fare la differenza saranno anche i livelli tariffari che verranno concordati o imposti nelle prossime settimane.
In questo scenario, il messaggio di Willis è chiaro: i mercati dovranno restare vigili. Le variabili in gioco sono molte e le mosse della Casa Bianca rischiano di stravolgere equilibri già fragili. La ruota della fortuna dei dazi continua a girare e nessuno, per ora, può dire con certezza dove si fermerà.
