La risposta delle politiche globali potrebbe rivelarsi inefficace?

La risposta delle politiche globali potrebbe rivelarsi inefficace?

Il protezionismo crescente e l’onda lunga dell’agenda “America First” stanno ridefinendo lo scenario macro mondiale.

Stati Uniti protagonisti di un nuovo protezionismo

Il protezionismo statunitense sta amplificando tratti distintivi della nuova era economica: la deglobalizzazione accelera, il compromesso tra inflazione e crescita si complica e i premi al rischio si allargano. Come evidenziano John Butler ed Eoin O'Callaghan, Macro Strategist di Wellington Management, l’agenda “America First” non è solo uno slogan, ma un vero motore di riallocazione strutturale dei flussi globali di capitale, che nel tempo rischiano di allontanarsi dagli asset finanziari americani.

Dopo un avvio d’anno sorprendentemente favorevole sul fronte macro, la risposta dei decisori politici allo shock tariffario è stata quella di introdurre nuove misure di stimolo, ma questo rischia di alimentare pressioni inflazionistiche di lungo termine. Se l’incertezza commerciale dovesse calare, potremmo assistere a una riaccelerazione dell’inflazione globale, con banche centrali colte impreparate e politiche monetarie troppo espansive. Questo scenario consoliderebbe un’inflazione più elevata e aumenterebbe la probabilità di cicli economici brevi e instabili.

Deglobalizzazione e cicli più brevi, i due temi chiave

Negli ultimi anni, la ricerca macro di Wellington Management ha ruotato attorno a due concetti. Il primo riguarda una economia globale meno integrata, con ostacoli crescenti ai flussi di capitale e manodopera e maggiori pressioni sulle catene di fornitura. Il secondo, strettamente legato, è la difficoltà crescente dei governi a sopportare i costi politici di un ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo.

Questa combinazione di fattori sta ridefinendo lo scenario macroeconomico, portando a una inflazione più volatile, premi al rischio più elevati e rendimenti globali strutturalmente maggiori. La conseguenza è una crescente instabilità dei cicli economici, destinati a diventare più brevi e difficili da governare.

Il disimpegno USA e l’effetto domino sui mercati

Secondo Butler e O'Callaghan, questi trend si amplificano oggi per via del progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla guida dell’ordine monetario ed economico del dopoguerra, sostituito dalla logica protezionista dell’“America First”. Qualunque sia l’esito delle trattative in corso, gli USA rischiano di ritrovarsi con il livello effettivo di dazi più alto dagli anni Trenta, infliggendo un duro colpo al commercio mondiale.

Wellington Management stima che questo porti a quattro effetti principali: un calo persistente del rapporto tra commercio e produzione di beni, invertendo un trend trentennale; un freno strutturale alla crescita USA, con i consumatori americani chiamati a pagare dazi tra il 10% e il 15%; uno shock negativo lato offerta globale a causa di catene di fornitura meno efficienti e più costose; infine, nel lungo termine, una riallocazione dei flussi di risparmio verso mercati alternativi agli Stati Uniti.

Stimoli fiscali e monetari, un’arma spuntata?

La reazione dei governi, spiegano Butler e O'Callaghan, rischia di accentuare le pressioni inflazionistiche invece di contenerle. Negli ultimi anni le economie avanzate hanno mostrato scarsa propensione a ridurre i disavanzi fiscali nonostante una crescita nominale robusta e disoccupazione ai minimi. Questo ha impedito di ricostruire margini di manovra per i momenti di crisi.

Ora, di fronte a uno shock lato offerta e geopolitico, si assiste a un nuovo allentamento fiscale, il più significativo dal 2010 (pandemia esclusa). Paesi come Germania, Giappone e Cina hanno varato misure di stimolo per sostenere la domanda interna, ma il rovescio della medaglia potrebbe essere una inflazione strutturalmente più elevata. Diversamente dal 2010, l’allentamento arriva con disoccupazione ai minimi e inflazione core già ben oltre i target delle banche centrali.

Anche sul fronte monetario, l’allentamento avanza. Mentre la Federal Reserve appare più cauta, altrove sono già iniziati i tagli ai tassi o la sospensione dei rialzi, come in Giappone. Così, i tassi delle politiche globali risultano inferiori al tasso di crescita nominale del PIL globale, riducendo l’effetto restrittivo delle politiche monetarie.

La scelta dei consumatori farà la differenza

Il comportamento dei risparmiatori sarà cruciale. Butler e O'Callaghan di Wellington Management spiegano che se la fiducia continuerà a essere minata dall’incertezza commerciale, famiglie e imprese potrebbero aumentare la propensione al risparmio. In questo caso, le politiche espansive si rivelerebbero inefficaci, aprendo la strada a una recessione globale e a nuovi interrogativi sulla solidità del debito sovrano.

Se invece l’incertezza iniziasse a calare, la combinazione di catene di fornitura più costose e politiche ancora espansive potrebbe dare slancio alla crescita nominale e spingere nuovamente l’inflazione verso l’alto. In questo scenario, le banche centrali rischierebbero di essere colte in fallo, trovandosi costrette a invertire i tagli ai tassi più in fretta del previsto.

Uno scenario in evoluzione, ma la direzione è chiara

La politica attuale rischia dunque di creare un’illusione di stabilità, mentre in realtà alimenta un contesto macroeconomico più instabile, fatto di cicli di espansione-recessione ravvicinati. Toccherebbe alle banche centrali intervenire con un cambio di rotta, ma la riluttanza dei governi a invertire la rotta fiscale complica le prospettive.

I prossimi sei mesi saranno determinanti per capire se prevarrà lo scenario di una ripresa con inflazione più alta o quello di una frenata globale. Per Butler e O'Callaghan, la parola chiave resta una: flessibilità. Gli investitori dovranno mantenere una visione aperta, pronti ad adattarsi a un quadro in rapido mutamento.