Tra enormi vantaggi e primi scricchiolii
Gli Stati Uniti godono di vantaggi strutturali enormi, come ricorda Tim Drayson, Head of Economics di L&G. Un mercato interno da 30 trilioni di dollari, leadership tecnologica, università d’élite che attraggono cervelli da tutto il mondo e accesso facilitato e a basso costo a risorse energetiche rendono l’economia americana unica. A ciò si aggiungono il dollaro come valuta di riserva mondiale e una potenza militare senza rivali. Tutti fattori che, insieme, hanno garantito agli Usa un ruolo di calamita per i capitali internazionali. Eppure, proprio questo successo racchiude un paradosso: per definizione aritmetica, i continui afflussi netti di capitali esteri devono essere compensati da un disavanzo delle partite correnti e da un accumulo di passività verso l’estero. Se protratto, avverte L&G, questo squilibrio diventa un punto di vulnerabilità.
Il doppio deficit e le contraddizioni interne
Il duplice deficit delle partite correnti e fiscale è la conseguenza diretta dello status del dollaro come riserva globale, ma rischia di diventare un freno se la fiducia nei confronti degli asset americani dovesse incrinarsi. Drayson sottolinea come dall’inizio del 2025 gli investitori abbiano iniziato a guardare con più diffidenza alla politica interna Usa. L’amministrazione Trump persegue obiettivi che spesso si contraddicono: ridurre il deficit commerciale e tagliare le tasse significa stimolare la domanda interna, aumentando però anche le importazioni. I dazi, nel frattempo, restano un’incognita: sono una leva negoziale, una fonte di gettito o un mezzo per rilocalizzare la produzione? Qualunque sia la risposta, l’aumento dei prezzi dei beni importati alimenta l’inflazione, aggiungendo pressione sui tassi. Non è un caso se il presidente della Fed, Jerome Powell, ha chiarito che senza dazi i tassi sarebbero probabilmente già stati tagliati, come ricorda L&G.
Leadership Usa, ruolo internazionale e sistema di pesi e contrappesi
Negli ultimi mesi, spiega Drayson, anche la leadership globale americana è finita sotto la lente. Alcuni investitori stranieri mettono in dubbio l’impegno degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali e l’architettura multilaterale costruita negli ultimi settant’anni. A questo si aggiungono le tensioni sul piano interno: la crescente influenza dell’esecutivo e la possibile erosione dell’indipendenza di istituzioni chiave stanno modificando gli equilibri. L&G sottolinea come la recente sentenza che ha ribadito l’indipendenza della Federal Reserve abbia rassicurato i mercati, ma resta la sensazione di una perdita di peso del Congresso a favore della magistratura. Per un Paese in cui la finanza è centrale, il sentiment di mercato diventa determinante: è stato proprio il malcontento di Wall Street a smorzare le spinte protezionistiche più estreme del “Liberation Day”.
Politica fiscale insostenibile?
Un altro nodo cruciale è la politica fiscale Usa, oggi su un percorso difficilmente sostenibile. Con un deficit del 6-7% del PIL in un contesto di piena occupazione, i margini di manovra sono risicati. Drayson ricorda che Moody’s stima un aumento del rapporto debito/PIL dal 98% del 2024 al 134% entro il 2035. Gli esborsi per interessi e l’invecchiamento demografico aggraveranno la pressione sulla spesa pubblica obbligatoria. L&G prevede quindi un rallentamento della crescita nel breve termine, trainato dall’aumento dei prezzi dovuto ai dazi, dalla contrazione dei redditi reali e da un probabile calo degli investimenti aziendali.
Tecnologia e AI come ultima frontiera
Cosa potrebbe salvare l’eccezionalismo statunitense? Drayson non ha dubbi: l’adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare l’innovazione capace di rilanciare la produttività, compensando la pressione demografica e salariale. Gli Usa restano nella posizione migliore per guidare questa rivoluzione tecnologica, ma resta da capire se sarà sufficiente per bilanciare tutte le criticità emerse.
Destinazione capitali: la rotta si sposta?
Gli investitori stranieri, secondo L&G, stanno già rivedendo la propria esposizione agli Stati Uniti. Oggi l’esposizione agli indici globali è spesso sovraconcentrata sul mercato Usa per il 60-70%, mentre la quota di asset realmente detenuti all’estero si ferma mediamente al 10-20%. Un riequilibrio, spiega Drayson, appare probabile: Unione Europea e Regno Unito potrebbero risultare i principali beneficiari di questo riposizionamento. I motivi? L’aumento della spesa per la difesa alimenta i deficit e, di conseguenza, la domanda di nuovi capitali. Per i mercati americani, anche una variazione modesta nei flussi marginali di investimento potrebbe portare a premi di rischio più elevati e a una compressione dei ritorni rispetto al resto del mondo.
Verso un equilibrio più sano
In conclusione, l’analisi di Legal & General lascia intravedere un nuovo equilibrio globale nell’asset allocation. La strada sarà probabilmente complessa e potrebbe comportare rendimenti Usa più contenuti. Ma, come evidenzia Drayson, questa redistribuzione dei flussi potrebbe risultare in un sistema finanziario globale più bilanciato, con capitali e rendimenti distribuiti in modo più omogeneo. Un segnale che l’era dell’eccezionalismo americano, così come l’abbiamo conosciuta, potrebbe davvero avviarsi verso un’inedita fase di normalizzazione.
