L’Europa e i fondi russi, perché sostenere l’Ucraina è una scelta inevitabile

L’Europa e i fondi russi, perché sostenere l’Ucraina è una scelta inevitabile

Il conflitto in Ucraina si avvia verso una lunga e costosa prosecuzione, mentre l’Europa si trova di fronte a una decisione cruciale: utilizzare o meno i fondi russi congelati per sostenere Kiev. Tra rischi economici, pressioni politiche e timori per la stabilità dell’euro, l’unica strada percorribile per il continente potrebbe essere proprio quella di impiegare gli asset russi come leva finanziaria a difesa dell’Ucraina e della stessa Europa.

La guerra lunga e il costo del sostegno occidentale

La guerra in Ucraina appare destinata a durare nel tempo e il suo sostegno economico rappresenta un impegno oneroso per l’Occidente. Le stime del Kiel Institute indicano che il costo annuale del supporto occidentale a Kiev si aggira intorno ai 100 miliardi di dollari, una cifra più che doppia rispetto alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale.

Come spiega Tim Ash, Senior Sovereign Strategist per i mercati emergenti di RBC BlueBay, con il possibile arrivo di nuovi tagli americani sotto la presidenza di Donald Trump, il peso finanziario del conflitto rischia di ricadere interamente sulle spalle europee. Di fronte a questa prospettiva, cresce l’idea di impiegare i fondi russi congelati nei conti europei. Fino a oggi, le istituzioni dell’Unione hanno mantenuto un approccio prudente, riconoscendo formalmente la proprietà russa dei beni ma utilizzandoli come garanzia per un programma di credito europeo a favore di Kiev.

Finora, questi beni sono stati investiti solo in titoli di Stato con rendimenti minimi, trasferendo all’Ucraina somme modeste. Tuttavia, osserva Ash, la situazione geopolitica e finanziaria impone ora una revisione di questo schema, poiché la portata della guerra richiede risorse molto più consistenti per garantire la sopravvivenza del Paese e la stabilità del continente.

L’ipotesi Merz e il potenziale di un piano da 200 mld

Nelle ultime settimane, il cancelliere tedesco Friederich Merz ha proposto un’iniziativa dal valore di 140 miliardi di euro per finanziare un prestito diretto all’Ucraina. Questa cifra potrebbe essere ulteriormente ampliata grazie ai 25 miliardi di sterline di asset russi congelati nel Regno Unito, oltre a risorse simili bloccate negli Stati Uniti e in Giappone.

Nel complesso, chiarisce Ash, la somma disponibile per Kiev potrebbe raggiungere 200 miliardi di euro, una cifra sufficiente a garantire due anni di finanziamento per la difesa e la sopravvivenza del Paese. Questi fondi sarebbero essenziali per coprire le spese militari e sostenere il bilancio statale, che negli ultimi anni ha richiesto circa 40 miliardi di euro per il funzionamento interno e 60 miliardi di dollari per la difesa.

Per Ash, un’operazione di tale portata rappresenterebbe un passo necessario per assicurare la continuità della resistenza ucraina e, al contempo, per consolidare il ruolo dell’Europa come attore geopolitico autonomo. L’alternativa, ovvero lasciare l’Ucraina senza risorse sufficienti, equivarrebbe a un indebolimento strategico del continente e della sua moneta.

Il dilemma degli asset russi e la fiducia nell’euro

Uno dei principali timori legati alla confisca dei beni russi è l’impatto sulla fiducia nell’Occidente come rifugio sicuro per gli investitori internazionali. Secondo alcuni analisti, il sequestro definitivo degli asset potrebbe essere percepito come una violazione dei diritti di proprietà, minando la credibilità dei mercati europei e dello stesso euro.

Tuttavia, RBC BlueBay sostiene che il pericolo maggiore risiede nel percorso opposto: non utilizzare gli asset russi potrebbe infatti generare un sottofinanziamento della guerra ucraina, con effetti devastanti sul piano economico e politico. Se l’Europa dovesse rinunciare a questi fondi, la spesa per la difesa dei Paesi membri dovrebbe salire rapidamente al 5% del Pil, in linea con gli obiettivi NATO.

Un simile aumento comporterebbe un impennarsi dei deficit pubblici, una crescita dei tassi d’interesse e un rallentamento della crescita reale del Pil, con conseguenze drammatiche per la stabilità economica europea. Per Ash, l’euro e il progetto politico che rappresenta non sopravviverebbero facilmente a uno shock di tale portata. La vera minaccia alla moneta unica, sottolinea l’esperto, non è il sequestro dei beni russi, ma la loro mancata utilizzazione in un momento di emergenza strategica.

Tra interessi commerciali e sicurezza europea

Un altro possibile effetto collaterale dell’uso degli asset russi è la reazione di Mosca, che potrebbe decidere di trasferire la proprietà delle aziende occidentali operanti in Russia. Ciò aprirebbe un dilemma politico ed economico cruciale: l’Europa deve tutelare i propri interessi commerciali o quelli di sicurezza collettiva?

Come osserva Ash, la priorità dovrebbe essere chiara. La sconfitta dell’Ucraina avrebbe conseguenze devastanti per il continente. Si stima che circa dieci milioni di rifugiati si dirigerebbero verso i Paesi occidentali, mentre la Russia, conquistando Kiev, controllerebbe i due più grandi complessi militari-industriali d’Europa.

In questo scenario, spendere per l’Ucraina non rappresenta solo un atto di solidarietà, ma un investimento strategico nella sicurezza e nella stabilità del continente. Per Ash di RBC BlueBay, sostenere Kiev oggi significa proteggere l’Europa domani e l’impiego degli asset russi non è una scelta arbitraria, ma una necessità geopolitica destinata a definire il futuro dell’Unione.