Inflazione Usa in risalita, impatto dei dazi e strategia attendista della Fed

Inflazione Usa in risalita, impatto dei dazi e strategia attendista della Fed

L’inflazione americana torna a crescere sopra le attese, alimentando interrogativi sulla sostenibilità dell’attuale politica monetaria.

L’inflazione torna a salire e supera le attese

L’inflazione negli Stati Uniti ha ricominciato a salire, con l’indice dei prezzi al consumo (IPC) che a giugno ha segnato un +2,7% su base annua, superando le previsioni e crescendo rispetto al +2,4% registrato a maggio. Questo dato ha rinfocolato l’idea che l’inflazione si stia stabilizzando sopra il target del 2% della Federal Reserve, pur mantenendosi ancora su livelli contenuti.

Secondo Anthony Willis, investment manager di Columbia Threadneedle Investments, le implicazioni sono molteplici. In particolare, mentre le imprese stanno ancora assorbendo parte dei costi derivanti dai dazi, si affaccia il rischio che, con l’esaurimento delle scorte di merci importate, i rincari si riversino progressivamente sui consumatori.

Nonostante ciò, la Federal Reserve mantiene un atteggiamento attendista: i mercati continuano a scontare due possibili tagli dei tassi da qui alla fine del 2025. Ma l’incertezza domina, alimentata anche dalle tensioni politiche e dall’evoluzione del quadro macroeconomico globale.

Il ruolo delle tariffe nell’aumento dei prezzi

Nel corso della settimana, l’attenzione degli operatori si è spostata dai dazi ai dati economici, nel tentativo di capire quanto le tariffe stiano contribuendo alla risalita dell’inflazione negli Stati Uniti e quali ricadute potrebbero derivarne per la strategia della Fed.

I numeri parlano chiaro: a giugno l’IPC è salito al 2,7% annuo, mentre l’inflazione core si è fermata al 2,9%, inferiore alle attese per il quinto mese consecutivo. Tuttavia, alcuni settori mostrano già segnali tangibili di pressione. I prezzi dell’arredamento per la casa sono aumentati dell’1% rispetto al mese precedente, mentre quelli dei giocattoli hanno registrato un +1,8%, accelerando rispetto al +1,3% di maggio. I rincari più evidenti si sono verificati negli elettrodomestici, con un incremento mensile del 1,9%, il più marcato tra le categorie esaminate.

Queste dinamiche confermano che le tariffe stanno iniziando a influenzare i dati aggregati. A fare da contrappeso, però, è il calo dei costi dell’alloggio, voce che pesa per quasi il 40% nel paniere dell’IPC e che contribuisce a mantenere l’inflazione core più contenuta.

La reazione delle imprese e l’attesa della Fed

Pur in un contesto di inflazione ancora sotto controllo, la tendenza sembra quella di un assestamento su livelli superiori al target del 2% fissato dalla Fed. I rischi a breve termine rimangono orientati verso l’alto, ma le imprese, per ora, stanno assorbendo l’impatto.

Molte aziende statunitensi hanno dichiarato di voler attendere l’evoluzione delle tariffe prima di adeguare i listini, potendo contare ancora su scorte importate a condizioni più favorevoli. Tuttavia, una volta esaurite, sarà inevitabile trasferire i costi più elevati ai consumatori, pena una riduzione dei margini di profitto.

In questo scenario, la Federal Reserve mantiene una linea attendista, in attesa di valutare i dati di luglio e agosto prima della riunione del 17 settembre. Solo allora l’istituto centrale potrà contare su elementi più concreti per capire quanto le tariffe influenzino l’inflazione e se siano giustificati nuovi interventi, in un contesto in cui anche il mercato del lavoro mostra segni di rallentamento.

Le pressioni politiche e l’incognita Powell

Il presidente Donald Trump è tornato a chiedere tagli consistenti dei tassi d’interesse, sostenendo che dovrebbero scendere fino all’1%, in virtù di un’inflazione contenuta. Una mossa che, secondo Trump, potrebbe far risparmiare mille miliardi di dollari all’anno sui costi del debito.

La scorsa settimana, i mercati sono stati scossi da un’ondata improvvisa di volatilità, innescata da indiscrezioni secondo cui Trump avrebbe discusso con i repubblicani del Congresso la possibilità di licenziare Jerome Powell. A stretto giro, uno di loro ha persino annunciato sui social che la rimozione del presidente della Fed era “imminente”.

L’impatto è stato immediato: impennata dei rendimenti e crollo del dollaro. Poco dopo, Trump ha precisato alla stampa che è “altamente improbabile” che agisca subito, pur senza escludere del tutto questa eventualità. Il riferimento a possibili frodi nei lavori di ristrutturazione dell’edificio della Federal Reserve a Washington è stato letto da molti come un modo per tenere aperta la porta a un futuro intervento.

Trump, in sostanza, desidera il cambio al vertice della Fed, ma sembra voler evitare di essere percepito come il diretto responsabile di un’azione drastica. Come osserva ancora Columbia Threadneedle Investments, un’erosione dell’indipendenza della Fed avrebbe ripercussioni dirette su obbligazioni e valuta americana, mentre il mercato azionario potrebbe trarre beneficio da eventuali allentamenti monetari guidati da un presidente della Fed più vicino a Trump.

I mercati e il futuro dei tassi d’interesse

Secondo le attuali previsioni, i mercati dei futures scontano poco meno di due tagli dei tassi nel corso del 2025, per un totale di 43 punti base. Fino ad aprile, le aspettative erano decisamente più aggressive: si attendevano tagli per 100 punti base. Oggi, invece, ci si trova in una fase di attesa, in cui gli operatori preferiscono raccogliere nuove evidenze sull’impatto dei dazi prima di definire nuove strategie.

Il quadro complessivo è reso ancora più complesso dall’andamento dell’aliquota tariffaria effettiva degli Stati Uniti, che nel 2025 è oscillata tra il 2,5% e il 26,5%, dopo decenni di stabilità sotto il 5%. La variabilità di questo parametro e le possibili ritorsioni commerciali che ne potrebbero derivare avranno un ruolo determinante nel condizionare la traiettoria economica degli Stati Uniti e le future decisioni della Federal Reserve in materia di tassi.