Perché il portafoglio 60/40 non funziona più
Per decenni il portafoglio classico, composto da 60% azioni e 40% obbligazioni, è stato considerato il modello perfetto di equilibrio. Le obbligazioni salivano quando le azioni scendevano, riducendo le perdite complessive. Ma questa relazione si è spezzata. Inflazione persistente e debito pubblico elevato hanno reso più frequenti i movimenti paralleli di azioni e bond, trasformando la copertura in rischio aggiuntivo.
Come osserva Jacob Falkencrone, Global Head of Investment Strategy di BG SAXO e Saxo Bank, il problema non è tanto avere più asset in portafoglio, ma avere gli asset giusti. La diversificazione non può più limitarsi a una distribuzione regionale o settoriale, né basarsi sulle coperture che funzionavano in passato. Con mercati tesi, politica americana irrisolta e rischi geopolitici latenti, la volatilità è destinata a restare alta. E il vero pericolo non è perdere i rendimenti del passato, ma rimanere sovraesposti a ciò che ha già funzionato.
Azioni tra concentrazione e opportunità globali
Le azioni restano il motore principale dei portafogli, ma richiedono selettività. Negli Stati Uniti, la performance è sostenuta da pochi colossi tecnologici e dell’AI, mentre il resto del mercato arranca. Questo, secondo Falkencrone, ha creato un rischio di concentrazione e di valutazioni gonfiate. L’AI continua a rappresentare una narrativa potente, ma la fase attuale è più esigente: la domanda è quali aziende sapranno trasformare la promessa in utili reali e produttività.
Gli Stati Uniti restano leader, ma la Cina avanza rapidamente, sostenuta dalla politica industriale. L’Europa offre valutazioni più basse e prospettive di ripresa nel 2026, con governi orientati a spese fiscali storiche su difesa e infrastrutture. Il Giappone beneficia delle riforme di governance, mentre l’India combina digitalizzazione, demografia favorevole e banche solide, mantenendo intatte le prospettive di crescita.
Un’attenzione particolare meritano le small-cap, in forte sconto rispetto alle large-cap e pronte a beneficiarne quando i costi di finanziamento inizieranno a calare. Tuttavia, la qualità resta essenziale: gli indici ampi contengono anche molte aziende fragili.
Obbligazioni e oro come pilastri di resilienza
Il mercato obbligazionario non può più essere visto come ammortizzatore automatico, ma rimane una fonte chiave di reddito stabile. Il segmento più interessante per Falkencrone si trova oggi al centro della curva, con scadenze tra 3 e 7 anni, capaci di offrire rendimenti interessanti senza l’elevata volatilità del debito a lungo termine.
Accanto ai bond, gli asset reali assumono un ruolo centrale. L’oro in particolare ha riaffermato la propria funzione di stabilizzatore, toccando nuovi massimi storici nel 2025. In un mondo di alti debiti e correlazioni meno affidabili, secondo Falkencrone rappresenta uno dei pochi strumenti in grado di proteggere il portafoglio in scenari diversi. Anche argento e platino, sostenuti dalla domanda industriale, offrono una diversificazione aggiuntiva.
I rischi, tuttavia, non mancano. Se l’inflazione dovesse restare appiccicosa, i rendimenti obbligazionari potrebbero mantenersi alti più a lungo, frenando i ritorni. E se i rendimenti reali restassero positivi in un contesto di mercati stabili, l’oro potrebbe rallentare rispetto alle azioni. Ma con probabili tagli dei tassi in arrivo, la combinazione di bond a media scadenza e oro mantiene un forte appeal come ancora di portafoglio.
Le cinque scommesse chiave per il quarto trimestre
Il nuovo piano di gioco delineato da BG SAXO si traduce in cinque aree su cui puntare. L’Europa offre valutazioni attraenti e una spinta fiscale orientata a difesa ed energia. L’Asia resta il motore globale, con Giappone e India in prima fila e la Cina da approcciare in modo selettivo sui settori della nuova economia. Le small-cap statunitensi e globali offrono opportunità di rimbalzo, seppur con rischi più elevati. Le obbligazioni a scadenza media garantiscono reddito stabile e gestibile, mentre gli asset reali, in primis l’oro, rappresentano la vera assicurazione contro scenari imprevisti.
La sintesi di Falkencrone è chiara: la diversificazione non è un concetto superato, ma va ripensata. Questa “diversificazione 2.0” significa costruire portafogli che non si limitano a inseguire i trend, ma che possono resistere e adattarsi a scenari radicalmente diversi.
