Fondo sovrano norvegese, niente stop agli investimenti nei territori occupati da Israele

Fondo sovrano norvegese, niente stop agli investimenti nei territori occupati da Israele

Il parlamento norvegese si prepara a dire no a un disinvestimento generalizzato dalle aziende attive nei territori palestinesi occupati da Israele.

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Il parlamento norvegese è pronto a respingere le richieste degli attivisti che chiedevano al colossale fondo sovrano da 1.800 miliardi di dollari di disinvestire da tutte le aziende che operano nei territori palestinesi occupati. E’ quanto riporta una fonte menzionata da Reuters, secondo cui la decisione sarà discussa in aula il 4 giugno, e si prevede che i parlamentari voteranno seguendo le linee guida di partito, come da prassi stabilita nella relazione della commissione parlamentare per le finanze.

La posizione della maggioranza è chiara: solo le aziende direttamente coinvolte nella violazione del diritto internazionale potranno essere escluse. Non sarà sufficiente, quindi, che un’azienda abbia semplicemente una presenza commerciale nei territori in questione per essere bandita. Questa linea d’azione risponde a una crescente campagna di disinvestimento, nata all’indomani della guerra a Gaza, e rappresenta una presa di posizione strategica sul piano politico ed economico.

Disinvestimento mirato, non ideologico

Il fondo sovrano norvegese, noto per la sua rigorosa condotta etica, opera secondo linee guida stabilite dal parlamento. Attualmente ha escluso 11 aziende per la loro partecipazione attiva all’occupazione israeliana, tra cui recentemente la catena di distributori Paz. Tuttavia, la posizione prevalente all’interno della commissione esclude azioni generalizzate contro tutte le aziende attive in Cisgiordania o a Gaza.

Secondo la fonte, “se un’azienda vende un prodotto generico, che può essere acquistato dai coloni israeliani, questo non è sufficiente per giustificare un’esclusione dal portafoglio”. Diverso è il caso di prodotti sviluppati esplicitamente per sostenere l’occupazione, ad esempio sistemi di sorveglianza progettati per gli insediamenti israeliani: in tali casi, secondo la commissione, si configurerebbe un legame diretto con la violazione del diritto internazionale.

Alla fine del 2024, il fondo norvegese deteneva investimenti per oltre 2 miliardi di dollari in 65 aziende israeliane, una quota comunque marginale, pari a circa lo 0,1% del portafoglio complessivo. Ma il caso ha un valore simbolico elevato e viene seguito con attenzione dai mercati internazionali, anche per l’effetto domino che potrebbe generare.

Confronto con la Russia: due pesi e due misure?

Uno degli argomenti portati avanti dagli attivisti riguarda il precedente russo del 2022, quando il governo norvegese, tre giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, ordinò la liquidazione totale delle partecipazioni in Russia. Secondo le associazioni promotrici del disinvestimento, la Norvegia dovrebbe applicare lo stesso criterio anche al caso israelo-palestinese. Tuttavia, il contesto normativo e geopolitico appare diverso, e la linea emersa in commissione sembra orientata a trattare le situazioni su base individuale, rifiutando l’equiparazione.

Le implicazioni di un disinvestimento generalizzato sarebbero significative: il fondo sarebbe costretto a vendere partecipazioni in numerosi marchi occidentali, alcuni dei quali già al centro di campagne di boicottaggio nei paesi a maggioranza musulmana, in quanto percepiti come vicini a Israele.

Nessun cambio di rotta sulle armi nucleari

Parallelamente, la commissione ha anche valutato se rivedere il divieto di investimenti nelle aziende della difesa che producono componenti per armi nucleari. Tra le società escluse figurano Lockheed Martin, Boeing e Airbus. La discussione nasceva dal nuovo contesto di sicurezza globale, aggravato dal conflitto in Ucraina e dal crescente bisogno di rafforzare la difesa europea. Tuttavia, la proposta di eliminare il divieto è stata respinta dalla maggioranza, per timore di compromettere la gestione del rischio etico del fondo.

Il fondo sovrano norvegese detiene già partecipazioni in aziende della difesa che vendono armamenti a Israele, come la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo, ma non possiede azioni delle grandi aziende americane del comparto bellico, escluse proprio per via delle restrizioni etiche esistenti.