Fed taglia i tassi di 25 punti base, mercati divisi e messaggi ambigui da Powell

Fed taglia i tassi di 25 punti base, mercati divisi e messaggi ambigui da Powell

La Federal Reserve ha inaugurato il primo taglio dei tassi del 2025 con una riduzione di 25 punti base, portando i Fed Funds al range 4,00-4,25%. Una scelta attesa, giustificata dal rallentamento del mercato del lavoro, ma accompagnata da un messaggio complesso che intreccia rischi inflazionistici, pressioni politiche e un mercato azionario in cerca di certezze.

Una decisione attesa, ma con molte sfumature

La Fed ha deciso di abbassare i tassi per la prima volta dopo il ciclo restrittivo più aggressivo degli ultimi quarant’anni. Come ha spiegato Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, la mossa mira a sostenere un mercato del lavoro in affanno, con le richieste di sussidi di disoccupazione salite ai massimi degli ultimi quattro anni. Nonostante l’inflazione resti al 2,9% su base annua, i policymaker hanno scelto di mettere temporaneamente in secondo piano le pressioni sui prezzi per proteggere l’occupazione e restituire fiducia a famiglie, imprese e mercati.

Il taglio, come ricordato da Dan Siluk di Janus Henderson Investors, è accompagnato da un tono accomodante, ma non privo di contraddizioni. Le nuove proiezioni indicano infatti un aumento del PIL e una discesa della disoccupazione, scenari che raramente si associano a un allentamento monetario. Lo stesso Powell ha definito le prospettive “più equilibrate”, segnalando che la Fed resta cauta e non vuole apparire eccessivamente dovish.

Il dot plot e la linea della gradualità

Le nuove proiezioni del dot plot indicano la possibilità di altri due tagli entro la fine dell’anno, con l’intervallo atteso tra 3,50% e 3,75%. Secondo Eric Winograd di AllianceBernstein, questo percorso conferma l’approccio “riunione dopo riunione”, basato sull’equilibrio dei rischi. Powell ha riconosciuto che l’inflazione resta un pericolo al rialzo, mentre il lavoro soffre spinte al ribasso: un doppio mandato in tensione.

Su questo punto si inserisce la riflessione di Jeffrey Cleveland di Payden & Rygel, che sottolinea come i due obiettivi della Fed non siano realmente in conflitto. Un mercato del lavoro più debole potrebbe infatti favorire la disinflazione nei servizi, mentre l’aumento dei prezzi dei beni sembra legato ai dazi più che a un eccesso di domanda. Per Cleveland, le preoccupazioni per l’inflazione sono sovrastimate e i rischi occupazionali più concreti.

Una riunione segnata da divisioni e da un messaggio di gestione del rischio

La decisione non è stata unanime. Come ha riportato Brij Khurana di Wellington Management, solo il governatore Stephen Miran ha votato per un taglio di 50 punti base, mentre Waller e Bowman, che il mercato attendeva su posizioni più espansive, hanno preferito la linea moderata di Powell. Il presidente ha parlato di “tagli di gestione del rischio”, richiamando precedenti come il 1998 e il 2018, quando la Fed limitò la riduzione a circa 75 punti base complessivi.

Per Simon Dangoor di Goldman Sachs AM, il dot plot conferma la traiettoria di tre tagli nel 2025, con ulteriori mosse possibili a ottobre e dicembre. Solo un forte rialzo inatteso dell’inflazione o un’improvvisa ripresa del lavoro potrebbe far deviare la Fed da questo percorso.

Powell tra rischi geopolitici, dati fragili e tariffe

Nella conferenza stampa, Powell ha voluto chiarire sette messaggi chiave, come ricostruito da Gabriel Debach di eToro. Primo, l’indipendenza della Fed: nonostante il voto contrario di Miran, il presidente ha ribadito che le decisioni restano collegiali e guidate dai dati, non dalla Casa Bianca.

Secondo, i dazi. Powell ha riconosciuto che l’aumento recente dei prezzi riflette le tariffe, ma il pass-through verso i consumatori è stato finora contenuto. Il rischio, ha detto, è che questa pressione emerga gradualmente, alimentando un’inflazione più persistente.

Terzo, il mercato del lavoro. Non può più essere definito “molto solido”: con payroll medi di 29 mila e disoccupazione al 4,3%, la fragilità si concentra sulle fasce più vulnerabili, dai giovani alle minoranze. A questo si aggiunge un problema tecnico: la qualità dei dati. Powell ha sottolineato che i tassi di risposta più bassi rendono le prime stime meno affidabili e più soggette a revisioni, segnalando che il mercato del lavoro era probabilmente più debole già a inizio anno.

Quarto, il ruolo dell’intelligenza artificiale e degli investimenti intangibili. La resilienza del PIL, ha spiegato, deriva più dal capex tecnologico che dai consumi diffusi, segnalando una crescita meno omogenea.

Infine, le aspettative di inflazione: quelle di breve termine si sono alzate, ma quelle di lungo restano ancorate al 2%, permettendo alla Fed di tagliare in difesa dell’occupazione senza perdere credibilità.

I mercati tra euforia e delusione

La reazione di Wall Street ha seguito un copione diviso in tre atti, secondo Debach. Prima il sollievo, poi l’euforia, infine la delusione. L’S&P 500 ha chiuso in lieve calo (-0,10%), il Nasdaq a -0,21%, mentre il Dow Jones (+0,57%) e il Russell 2000 (+0,18%) hanno segnato rialzi. Il Russell, intraday, aveva persino toccato i massimi dal 2021, salvo ripiegare.

Il cuore del problema non è stato l’ampiezza del mercato, ma il peso dei big. Nvidia, dopo le notizie da Pechino sullo stop ai chip AI americani, ha trascinato giù l’intero comparto semiconduttori, che pesa oltre il 13% dell’S&P 500. Un semplice esercizio lo mostra: senza Nvidia, l’indice avrebbe chiuso in positivo (+0,09%), senza l’intero comparto semiconduttori a +0,17%.

Il rischio politico e l’indipendenza della Fed

Il punto più delicato resta quello politico. Eric Winograd di AllianceBernstein ha evidenziato come la minaccia all’indipendenza della Fed sia ormai una variabile di primo piano. I tentativi dell’Amministrazione di sostituire membri del Board con figure più allineate rischiano di compromettere la credibilità della banca centrale.

Una Fed meno autonoma, avverte Winograd, porterebbe inevitabilmente a un premio di rischio più elevato sul reddito fisso e a un’inflazione più persistente. La storia dimostra che quando una banca centrale cede al potere politico, i mercati finiscono per pagare il prezzo, anche se con ritardo.

Un taglio prudente, non l’inizio di un ciclo

Come ha sottolineato Siluk di Janus Henderson, il messaggio della Fed resta ambiguo e lontano da una svolta accomodante. La riduzione di settembre è stata soprattutto un taglio di difesa, più che l’avvio di un ciclo espansivo.

Il percorso resta incerto: da un lato la promessa di ulteriori due tagli entro l’anno, dall’altro le pressioni inflazionistiche e politiche che limitano i margini d’azione. In un contesto segnato da tensioni commerciali e da un mercato del lavoro fragile, Powell ha scelto la via della gradualità, ma ha avvertito: “non esistono percorsi privi di rischio”.