Il deprezzamento inatteso del dollaro
Nonostante le attese di inizio anno fossero orientate verso un dollaro più forte, il biglietto verde ha continuato a perdere terreno. Come sottolinea Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte, la traiettoria di svalutazione del dollaro è legata a un deterioramento relativo delle condizioni macroeconomiche statunitensi rispetto a quelle europee.
I dati del Citi Surprise Index, riportati nell’analisi di Intermonte, mostrano come il differenziale tra USA ed Eurozona sia uno degli elementi chiave per interpretare l’attuale trend. A questo si aggiunge la progressiva perdita di credibilità dell’amministrazione Trump, alimentata da politiche negoziali aggressive e imprevedibili sul fronte dei dazi.

L’ipotesi di un nuovo accordo stile Plaza
Secondo l’approfondimento di Intermonte, esiste un possibile terzo fattore che spiega la debolezza del dollaro: un’intesa informale ribattezzata da Stephen Miran, consigliere economico di Trump, come “Accordo del Plaza bis” o “Mar-A-Lago accord”. Questa intesa non dichiarata, soprattutto con paesi asiatici, punterebbe a garantire uno sconto sui dazi in cambio di valute locali meno deboli.
Una dinamica che, se confermata, spiegherebbe perché le valute asiatiche – e in particolare lo yuan – stanno reggendo meglio di quanto previsto. Dall’analisi di Intermonte emerge che anche la reazione degli operatori ha accentuato questo quadro: l’aumento delle coperture contro il rischio di svalutazione e il movimento dei differenziali di volatilità sono segnali chiari di un sentiment di mercato sempre più prudente.

Il confronto con il primo mandato Trump
L’andamento dell’EUR/USD ricorda da vicino quello del primo mandato Trump. Nel 2017, il cambio partì da livelli simili a quelli di oggi, intorno a 1,04, e arrivò a toccare 1,20, spingendosi fino a 1,26 nei primi mesi del 2018.
L’analisi di Cesarano evidenzia come anche nel 2025 il trend abbia seguito lo stesso schema, con un’accelerazione dovuta all’impatto delle politiche negoziali. Attualmente il cambio oscilla attorno a 1,18 e potrebbe salire ancora, se la conclusione dei negoziati sui dazi e l’eventuale aumento delle attese di taglio dei tassi da parte della Fed continueranno a pesare.

Scenari futuri e possibili inversioni
Guardando ai prossimi mesi, Intermonte stima che l’EUR/USD possa spingersi fino in area 1,20/1,2175 entro fine anno, ripercorrendo lo schema di otto anni fa. Non mancano però rischi di overshooting, con un possibile picco temporaneo verso i massimi del 2021, quando il cambio sfiorò 1,2350. L’analisi di Cesarano avverte però che, oltre il 2025, nuovi fattori geopolitici potrebbero cambiare di nuovo la direzione.

La fase più acuta dei dazi potrebbe esaurirsi in vista delle elezioni di mid-term, favorendo una de-escalation dei toni e una parziale ricostruzione della credibilità dell’amministrazione. Allo stesso tempo, tensioni legate a dossier sensibili come Taiwan potrebbero restituire al dollaro parte del suo storico ruolo di rifugio, replicando il trend di riapprezzamento visto nel biennio 2018-2019.
