Dazi USA-Europa: auto salve, agroalimentare sacrificato

Dazi USA-Europa: auto salve, agroalimentare sacrificato

Dietro l’apparente vittoria comune si nasconde un compromesso che fotografa gli squilibri interni dell’Unione.

Berlino detta la linea

Il nuovo accordo tra Stati Uniti ed Europa sui dazi fissa un tetto unico al 15% per auto, alcolici e beni industriali, ponendo fine a un mese di incertezza commerciale. Secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, la vera questione non è tanto chi esca vincitore o sconfitto, ma quali settori l’Europa abbia scelto di proteggere e quali invece abbia sacrificato. Il compromesso riflette la contrapposizione tra due anime: la Germania, impegnata a difendere l’export automobilistico di fascia alta, e i Paesi mediterranei, come Italia e Francia, che speravano in uno scudo sull’agroalimentare ma hanno ottenuto ben poco.

Il punto cruciale, sottolinea Debach, è chiedersi se si tratti davvero di un accordo equo o piuttosto di un compromesso che rivela gli squilibri di potere interni all’Unione. In un sistema dove chi esporta auto per centinaia di miliardi non può permettersi di rischiare uno scontro tariffario, chi produce vino o pasta resta inevitabilmente in secondo piano.

Equilibrio o resa?

Il nuovo patto è stato presentato da alcuni come una vittoria comune, da altri come una resa all’America. In realtà, osserva Debach, si tratta di un atto di realismo economico: l’Europa sa di non avere la forza per reggere un’escalation tariffaria con Washington e punta sulla negoziazione più che sul confronto diretto.

Il risultato è chiaro. Per Berlino, l’accordo è un sospiro di sollievo: i dazi sulle auto scendono dal 27,5% al 15%, tutelando l’industria che rappresenta il cuore dell’export tedesco. Per l’Italia e la Francia, invece, la partita appare già persa: vino, champagne e liquori, che fino a ieri godevano di tariffe inferiori al 5%, si ritrovano catapultati al 15%.

L’asimmetria dei compromessi

Debach ricorda che nemmeno in passato si trattava di libero scambio. L’Europa imponeva infatti un 10% sulle auto americane, contro il 2,5% degli Stati Uniti sulle berline europee: un equilibrio imperfetto ma stabile. Ora, con il tetto unico, quell’asimmetria si chiude ma a scapito dei Paesi mediterranei.

È la logica della coperta corta: coprire Berlino significa scoprire Roma e Parigi. Per l’Italia, dove l’export agroalimentare supera quello automobilistico, il nuovo quadro segna una perdita tangibile.

Meglio ordine che caos

Nonostante le penalizzazioni, l’accordo porta con sé un vantaggio: la certezza. Un dazio unico, pur amaro, è meglio delle tariffe variabili e delle minacce quotidiane che hanno caratterizzato l’ultimo mese. Si tratta di un compromesso di “second best”, che garantisce stabilità ai rapporti transatlantici.

Ma la verità, conclude Debach, resta scomoda: l’auto si salva, la tavola paga. E ancora una volta, l’Europa dimostra che dietro i compromessi a guidare l’agenda è la voce più forte.