Le coperture valutarie e l'impatto sul dollaro
Negli ultimi mesi gli investitori internazionali hanno accelerato le operazioni di copertura valutaria sulle loro partecipazioni in asset statunitensi, segnalando una crescente preoccupazione riguardo alla stabilità del dollaro e alle possibili ricadute delle politiche di Donald Trump.
Secondo un’analisi di Deutsche Bank, per la prima volta da quattro anni gli investimenti in azioni e obbligazioni USA con copertura valutaria superano quelli non coperti. In particolare, circa l’80% dei flussi verso gli ETF azionari statunitensi domiciliati all’estero nell’ultimo trimestre è stato protetto dal rischio cambio, contro appena il 20% di inizio anno
Gli esperti spiegano che la copertura, pur comportando un costo, consente agli investitori di concentrarsi sulla performance dell’asset senza subire l’effetto delle oscillazioni tra il dollaro e la propria valuta di riferimento. Questo fenomeno ha contribuito alla discesa del biglietto verde, che dall’inizio dell’anno ha perso circa l’11% rispetto a un paniere di valute rivali, tra cui euro e sterlina.
Come è possibile osservare dal grafico, infatti, il Dollar Index è attualmente in area 97, livelli che non toccava dal 2022.

Nonostante l’indice S&P 500 abbia guadagnato più del 12% in dollari, in euro il rendimento netto è stato negativo (come si può notare dal grafico seguente). Ciò evidenzia come la valuta statunitense non stia beneficiando della ripresa dei mercati azionari.

Diversi gestori patrimoniali europei, come Pictet Asset Management e la banca privata SYZ, hanno dichiarato di aver incrementato o portato al 100% la copertura sul dollaro, prevedendo che la moneta resti sotto pressione in un ciclo ribassista di lungo periodo. Anche fondi pensione di Paesi come Danimarca, Olanda e Australia stanno riducendo l’esposizione non coperta.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, le coperture da parte di investitori non americani hanno avuto un ruolo significativo nell’indebolimento del dollaro nei mesi primaverili, con gli investitori asiatici in prima linea.
Le strategie di copertura più diffuse si basano su derivati come i forward valutari, che bloccano il tasso di cambio futuro. La riduzione dei tassi d’interesse USA ha reso queste operazioni meno costose, incoraggiando un’adozione più ampia.
Gli analisti, tra cui quelli di Goldman Sachs e JPMorgan, sottolineano che non si tratta di un abbandono degli asset americani, ma di una scelta mirata: restare investiti in azioni e obbligazioni USA, riducendo però al minimo l’esposizione al rischio cambio.
