Volatilità commerciale come nuova normalità
La fase post-dazi riflette una dinamica in cui la politica commerciale è sempre più usata come leva di politica estera. Come spiega Rob Drijkoningen, co-head of Emerging Markets Debt di Neuberger Berman, questo significa che Paesi diversi affronteranno regimi tariffari mutevoli e che decisioni di politica estera potrebbero innescare cambiamenti improvvisi – come il ripristino o la cancellazione di dazi – con effetti immediati sulle catene di fornitura globali. Da qui la certezza che la volatilità commerciale rimarrà un tratto strutturale del prossimo ciclo.
Il ruolo della Cina tra opportunità e fragilità
La Cina continua a posizionarsi come forza disinflazionistica e partner commerciale chiave per gli emergenti. Tuttavia, sottolinea Drijkoningen, le fragilità interne – tensioni immobiliari, cambiamenti demografici e incertezza normativa – ne limitano la capacità di agire con continuità. Inoltre, l’intrinseca volatilità politica aggiunge ulteriori incognite.
Se inizialmente la reazione cinese ai dazi è stata prudente, mirata a gestire il rischio e difendere la propria posizione negoziale, ora il quadro si sposta verso un maggior coordinamento tra BRICS e blocchi regionali, alimentato dal fatto che quasi tutti i membri sono stati colpiti dalle misure statunitensi.
Gli effetti delle politiche statunitensi sugli emergenti
Il mix di misure introdotte dagli Stati Uniti non si è tradotto in un rafforzamento strutturale del dollaro né in pressioni inflazionistiche diffuse negli emergenti. L’impatto principale, osserva Neuberger Berman, sarà un rallentamento della crescita nei Paesi più esposti a dazi elevati, unito a maggiore inefficienza e rigidità del commercio internazionale.
Al tempo stesso, il calo dei prezzi del petrolio e delle materie prime ha offerto finora una protezione importante, mitigando il rischio di shock negativi sulle economie emergenti. La questione centrale resta come i flussi di capitale e gli allineamenti geopolitici ridisegneranno il ruolo degli Stati Uniti, che pur essendo un’economia relativamente chiusa hanno contribuito alla crescita globale attraverso tecnologia, servizi e consumi.
Riorientamento delle esportazioni e strategia di Pechino
Negli ultimi dieci anni la quota delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti si è quasi dimezzata, passando a circa il 16% del totale. In parallelo, Pechino ha spostato progressivamente il baricentro dei propri scambi verso altri emergenti, rafforzando legami attraverso iniziative come la Belt and Road, accordi di swap valutario e trattati commerciali regionali.
Questa strategia, tuttavia, porta con sé il rischio di saturazione e conflitti: l’eccesso di capacità produttiva cinese in settori come veicoli elettrici, pannelli solari e semiconduttori potrebbe spingere verso una maggiore esportazione nei mercati emergenti, con il rischio di soppiantare industrie locali e innescare nuove tensioni regolatorie.
