Il ritorno dello spettro della giapponizzazione
Con la propulsione della crescita cinese in rallentamento e le sfide strutturali in aumento, riemerge lo spettro della giapponizzazione, ovvero la stagnazione che colpì il Giappone negli anni ’90. Le analogie, come spiega Ji Shi, Active Equities Portfolio Manager di L&G, non mancano: una crisi immobiliare in corso, debito crescente, invecchiamento demografico e sovrapproduzione industriale ricordano da vicino la parabola economica di Tokyo di trent’anni fa.
Come allora, anche la Cina ha conosciuto una crescita alimentata dal credito, sostenuta da alti tassi di risparmio e da prestiti a basso costo che hanno generato un boom di investimenti eccessivi. Oggi il debito complessivo del Paese, incluse le passività locali (LGFV), è stimato al 117% del Pil, molto superiore al dato ufficiale del 69%. Questo livello rappresenta un freno agli investimenti futuri e riduce la capacità di espansione economica.
Sul fronte demografico, il tasso di natalità è ai minimi storici, mentre la popolazione invecchia rapidamente, comprimendo consumi e produttività. Allo stesso tempo, la sovrapproduzione industriale, frutto dell’obiettivo di autosufficienza e leadership manifatturiera, ha generato una competizione interna esasperata, riducendo i margini e soffocando gli incentivi a reinvestire. Tutti elementi che, come nota Ji Shi, alimentano la pressione deflazionistica e la paura di un lungo periodo di stagnazione.
Flessibilità fiscale e ricerca di un nuovo equilibrio
Pur riconoscendo i parallelismi con il Giappone, Ji Shi sottolinea come la Cina disponga oggi di strumenti diversi per evitare di ripeterne gli errori. A differenza di Tokyo, Pechino può contare su una maggiore flessibilità fiscale: il debito pubblico si aggira intorno all’88% del Pil, molto al di sotto del 230% giapponese, e questo consente di finanziare il debito senza ricorrere a tassi estremamente bassi.
Le passività delle LGFV possono essere ristrutturate, mentre le amministrazioni locali possiedono asset significativi — come utility e infrastrutture — che possono essere valorizzati per sostenere gli impegni finanziari. Inoltre, molte province stanno rivedendo per la prima volta dopo decenni le tariffe dei servizi pubblici, tra cui acqua, elettricità e trasporti, un segnale che i governi locali stanno lavorando per migliorare i flussi di cassa e aumentare la sostenibilità delle finanze territoriali.
Secondo L&G, il principale elemento di differenziazione rispetto al Giappone è che la Cina mantiene ancora una crescita del Pil intorno al 5% annuo e sta spostando il focus dalla quantità alla qualità. Le autorità sembrano disposte ad accettare una crescita più lenta ma strutturalmente più sana, favorendo la gestione del debito e la riduzione del rischio sistemico rispetto a un’espansione creditizia senza limiti.
Questa svolta strategica potrebbe rimodellare l’economia cinese e generare valore in nuovi settori ad alta intensità tecnologica. I driver futuri della crescita, sottolinea Ji Shi, si concentrano su intelligenza artificiale, energia verde e innovazione industriale, ambiti che offrono opportunità che il Giappone non ebbe durante gli anni della stagnazione.
La campagna “anti-involution”
Il cambiamento di paradigma si riflette anche nella campagna “anti-involution”, con cui Pechino tenta di porre fine al ciclo di competizione esasperata e rendimenti decrescenti. L’obiettivo è uscire da una spirale di produttività stagnante e investimenti inefficienti, ridando priorità alla qualità dei progetti e all’efficienza economica.
Molti analisti restano scettici, sostenendo che le misure politiche siano di natura temporanea e che il sistema di allocazione del capitale, ancora dominato dallo Stato, non possa cambiare rapidamente. Tuttavia, Ji Shi ritiene che la campagna rappresenti una svolta strategica più che amministrativa, parte integrante di un nuovo approccio strutturale all’economia.
La gestione pubblica dell’industria, aggiunge l’esperto di L&G, non è più un’esclusiva cinese: in un mondo segnato da de-globalizzazione e sicurezza nazionale, l’intervento statale nell’economia è in crescita ovunque. In questa prospettiva, la strategia di Pechino si allinea alle nuove dinamiche globali, dove l’interesse nazionale prevale sempre più sulle logiche di mercato.
La transizione verso un modello basato sul rischio
Alla base della svolta “anti-involution” vi è la fine del modello di crescita alimentato dal debito. In passato, prestiti facili e tassi agevolati hanno sostenuto progetti di bassa qualità, spinti da banche statali che concedevano credito in modo meccanico, seguendo direttive centrali. Oggi i regolatori hanno iniziato a cambiare rotta, abbandonando la “window guidance” e favorendo una determinazione dei tassi basata sul rischio effettivo.
È indicativo che il Loan Prime Rate sia rimasto invariato a settembre 2025, nonostante le aspettative di nuovi tagli. Questa decisione segnala che le autorità riconoscono le pressioni sui margini bancari e privilegiano un approccio più prudente e sostenibile.
Come evidenzia Ji Shi, un sistema di finanziamento più selettivo aiuterà a indirizzare il capitale verso progetti di valore, sostenuto da un mercato finanziario più diversificato, meno dipendente dal credito bancario. Le autorità incoraggiano un graduale spostamento del risparmio verso il mercato azionario, rafforzando il ruolo dei capital markets nella crescita interna.
A livello locale, anche le amministrazioni provinciali stanno adottando una gestione più responsabile: non potendo più contare sulla vendita di terreni per finanziare la spesa, oggi investono con maggiore oculatezza, concentrandosi su asset esistenti e progetti di qualità. Il governo centrale promuove il concetto di mercato nazionale unificato e ha approvato leggi per difendere l’iniziativa privata e ridurre le barriere interne, aprendo la strada a un’economia più integrata ed efficiente.
Una crescita più lenta, ma più redditizia
L’economia cinese, osserva Ji Shi, sta attraversando una fase di transizione cruciale. Dopo anni in cui la crescita del Pil non si traduceva in profitti aziendali, il Paese potrebbe ora vivere la dinamica inversa: una crescita più contenuta ma più profittevole e sostenibile.
Una strategia fondata sulla disciplina finanziaria e sull’alta qualità può, nel lungo periodo, rilanciare gli utili e rafforzare la competitività delle imprese cinesi, rendendo la trasformazione economica di Pechino non un preludio alla stagnazione, ma l’inizio di una nuova maturità industriale e finanziaria.
