Un’alternativa stabile tra i rischi del debito occidentale
La recente ondata di downgrade sul debito USA, ultima in ordine di tempo quella di Moody’s, ha rilanciato l’allarme sui rischi fiscali nei Paesi sviluppati. I livelli di debito e i costi di servizio sono cresciuti al punto da innescare dinamiche negative, specie sulle scadenze lunghe. In questo scenario, l’Arabia Saudita emerge come eccezione: secondo il Fiscal Monitor del FMI, entro il 2030 il suo rapporto debito/PIL si fermerà sotto il 46%, contro il 113% delle economie avanzate e l’82% di quelle emergenti.
Come sottolineato da Francesco Lomartire di State Street Global Advisors, questi dati fanno dei bond sauditi una delle opzioni più difensive nell’universo emergente, non solo per gli investitori tradizionali ma anche per chi cerca strumenti diversificati attraverso ETF.
L’Arabia Saudita accelera verso la diversificazione economica
La stabilità macroeconomica saudita non è frutto del caso. L’ambizioso piano Vision 2030, fortemente sostenuto da Riyadh, mira a ridurre la dipendenza dal petrolio puntando su rinnovabili, infrastrutture e apertura dei mercati finanziari. Le agenzie di rating lo hanno riconosciuto: Moody’s ha portato il giudizio a Aa3 (novembre 2024), S&P a A+ (marzo 2025). Il FMI prevede una crescita media del 3,3% tra il 2025 e il 2030, quasi il doppio rispetto all’1,7% atteso per i Paesi avanzati.
Nonostante un calo temporaneo del petrolio e un rapporto deficit/PIL al 5% previsto per il 2025-2026, i piani di spesa sono stati corretti al ribasso e l’obiettivo è ridurre il disavanzo al 3,1% entro fine decennio. Come evidenzia State Street Global Advisors, la traiettoria resta solida e favorevole per chi cerca esposizione a economie in fase di trasformazione con un basso livello di indebitamento.
Rendimento e stabilità: un mix raro nei mercati emergenti
La combinazione di stabilità macro, rendimento e basso rischio valutario è uno dei principali punti di forza del debito saudita. I bond offrono spread di circa 100 punti base sopra i Treasury USA, con il vantaggio aggiuntivo dell’ancoraggio del Riyal al dollaro, che abbatte la volatilità tipica dei mercati emergenti.
Dopo il “Liberation Day” di Trump, lo spread sul debito saudita in dollari si è ampliato di soli 21 bps, contro i 46 bps dell’indice EMBIG, sottolineando la resilienza dell’asset class. Inoltre, dal 2019, il mercato obbligazionario saudita ha visto una forte espansione e un graduale aumento della partecipazione estera, grazie all’inclusione in indici globali come l’EMBI di J.P. Morgan e il FTSE Emerging Markets Government Bond Index.
ETF e green bond trainano l’internazionalizzazione
L’apertura del mercato saudita passa anche attraverso strumenti innovativi come i Sukuk, obbligazioni islamiche che rispettano i principi della Sharia, e i green bond, sostenuti dal Public Investment Fund (PIF), elemento chiave della strategia economica nazionale. La quota di proprietà estera sui bond sauditi è ancora bassa, al 7,2%, il che lascia ampio spazio di crescita agli investitori istituzionali internazionali.
In sintesi, come rimarcato da State Street Global Advisors, i bond sauditi rappresentano oggi un’opportunità accessibile, ben remunerata e con potenziale di crescita strutturale, soprattutto se approcciata attraverso ETF liquidi e a basso costo, in grado di offrire diversificazione e trasparenza.
