L’accordo commerciale Usa-Ue
La firma dell’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea che stabilisce un tetto tariffario comune del 15% ha generato reazioni contrastanti. Dal punto di vista dei mercati, la mossa è stata accolta positivamente, anche per l’assenza di forti correzioni sui listini: le imprese vedono in questo compromesso un’occasione per evitare l’escalation e per ritrovare visibilità sul medio periodo, migliorando le condizioni per nuovi investimenti.
Tuttavia, Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research and Strategy di Ofi Invest AM, invita alla prudenza, ricordando che si tratta di un’intesa politica e non giuridicamente vincolante. La percezione di minore incertezza è comprensibile, ma non sufficiente a garantire stabilità nel lungo termine. Il rischio è che l’accordo venga rimesso in discussione in qualsiasi momento, soprattutto per effetto della cosiddetta “Sezione 232” del Trade Expansion Act del 1962, che permette al presidente americano di introdurre dazi per ragioni di sicurezza nazionale.
Il nodo dei settori strategici
Signori sottolinea che, anche dopo la firma dell’accordo, molti settori strategici – primo fra tutti il farmaceutico – restano sotto esame da parte delle autorità statunitensi. E proprio su questi settori potrebbe abbattersi una nuova stretta tariffaria, secondo le prerogative che Donald Trump ha mantenuto intatte.
Inoltre, alcune interpretazioni ottimistiche secondo cui i futuri dazi non potranno superare il 15% sono da rivedere, visto che i leader dei due blocchi hanno espresso dichiarazioni contrastanti sul contenuto effettivo dell’accordo. In assenza di un trattato legalmente vincolante, la vulnerabilità dell’Unione Europea a nuove misure resta intatta.
Un impatto potenziale da 75 miliardi di euro
Come sottolinea Signori, l’Eurozona esporta ogni anno circa 500 miliardi di euro verso gli Stati Uniti. Supponendo una elasticità unitaria tra dazi e volumi esportati, un aumento del 15% delle tariffe comporterebbe una contrazione di 75 miliardi di euro, pari a circa 0,5 punti di PIL.
Ofi Invest AM evidenzia che questo è solo l’effetto diretto. A questo si sommano gli effetti indiretti legati all’incertezza, che potrebbero frenare ulteriormente gli investimenti privati, con un impatto potenziale amplificato. Il danno non sarebbe equamente distribuito: Germania e Italia, maggiormente esposte al commercio con Washington, risulterebbero più penalizzate, mentre Francia e Spagna godrebbero di un’esposizione relativamente inferiore.
Spunti positivi e prospettive di crescita
Pur riconoscendo i rischi, Signori sottolinea anche la presenza di elementi compensativi. Sul fronte interno, l’aumento della spesa in difesa e il nuovo piano di investimenti previsto dalla Germania nel 2026 potrebbero sostenere la domanda aggregata.
In ambito commerciale, molti prodotti europei – specie nel settore high-tech e manifatturiero – non sono facilmente sostituibili per il mercato americano, riducendo l’effettivo impatto dei dazi sulle esportazioni reali. Queste caratteristiche potrebbero aumentare l’attrattività di alcuni settori europei per gli investitori, nonostante le frizioni tariffarie.
Di conseguenza, Ofi Invest AM mantiene le previsioni di crescita per l’Area Euro attorno all’1% per il 2025, sottolineando che, pur in un contesto difficile, l’economia europea dispone ancora di leve di resilienza.
BCE, nessuna fretta di tagliare i tassi
L’accordo rinforza l’idea di una politica monetaria attendista da parte della BCE. Secondo Signori, non vi sono segnali di urgenza per un ulteriore taglio dei tassi, e il livello del 2% potrebbe rappresentare il punto terminale per l’attuale ciclo economico, a meno che non emergano revisioni al ribasso significative delle aspettative inflazionistiche nei prossimi mesi.
In questo scenario, la stabilità dei tassi potrebbe contribuire a mantenere un equilibrio nei mercati finanziari, in attesa di sviluppi più chiari sul fronte commerciale e politico transatlantico.
