La calma prima della tempesta
La scorsa settimana Wall Street ha dominato la scena globale, con l’S&P 500 che ha aggiornato nuovi massimi per cinque sedute consecutive, un risultato che mancava da luglio 2024. Il numero di record assoluti raggiunti nel 2025 è salito così a 14, di cui nove solo a luglio, come ha osservato Gabriel Debach, market analyst di eToro. Il Nasdaq 100 non è stato da meno, chiudendo venerdì con il suo quindicesimo massimo storico dell’anno, mentre il Dow Jones ha superato la soglia psicologica dei 44.900 punti. Anche il Russell 2000 ha registrato una performance solida, confermando un clima di mercato ancora fortemente orientato al rischio.
Tuttavia, a colpire maggiormente non è soltanto la salita degli indici, quanto piuttosto la totale assenza di volatilità. Da oltre un mese l’S&P 500 non ha mai registrato una variazione giornaliera superiore all’1% in alcuna direzione, mentre l’indice della paura, il VIX, è sceso sotto quota 15 punti. Una condizione che può sembrare tipicamente estiva, ma che al contempo potrebbe rappresentare un segnale di compiacenza, tanto più alla vigilia della settimana più intensa dell’anno sul fronte macroeconomico e societario.
Un ulteriore elemento che rafforza questo scenario è la stagionalità. Dal 2015 a oggi, luglio è l’unico mese che ha sempre chiuso in positivo per l’S&P 500, con una performance media del +3,35% e una volatilità storicamente tra le più basse dell’anno. Anche nel 2025 il trend si conferma: con un +2,96% finora, il mese si sta muovendo in linea con il suo profilo storico. Tuttavia, proprio questa regolarità può trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Agosto e, soprattutto, settembre, sono statisticamente i mesi peggiori dell’anno, caratterizzati da performance medie negative e una frequenza più elevata di correzioni.
Trimestrali, ottimismo e rischio euforia
Il rally degli indici è stato alimentato da un progressivo allentamento delle incertezze e da una narrativa sempre più ottimista su politica monetaria, crescita e commercio globale. In questo contesto, la stagione delle trimestrali ha rappresentato un importante elemento di supporto: l’80% delle società che ha già pubblicato i risultati ha superato le attese sugli utili. Tuttavia, la sorpresa media si è attestata al +6,1%, un dato inferiore alla media quinquennale.
La crescita degli utili attesa è salita al +6,4%, il dato più basso da inizio 2024. I comparti più performanti sono stati comunicazioni e finanza, mentre hanno deluso le performance di energia e sanità. La vera sfida, tuttavia, è imminente: nei prossimi giorni quasi il 40% dell’S&P 500 pubblicherà i risultati trimestrali, incluse le big tech, osservate speciali dei mercati.
In questo contesto di apparente perfezione, l’assenza di volatilità rappresenta forse il segnale più pericoloso. Quando i rischi sembrano scomparire, spesso è lì che si insinua l’euforia. Il ritorno di dinamiche speculative, come il boom delle meme stock o gli eccessi su titoli a forte short interest, suggerisce che il mercato si sta spingendo oltre i fondamentali. Una zona grigia, insidiosa e potenzialmente instabile.
Fed e mercati, tensione in vista
Nel frattempo, la Federal Reserve si prepara a decidere il prossimo passo. Il presidente Jerome Powell dovrebbe lasciare i tassi invariati questa settimana, ma i mercati cercheranno qualsiasi indizio su un possibile taglio a settembre. I rendimenti reali restano elevati, mentre l’inflazione è in lieve rialzo, il che rende il contesto particolarmente delicato per la banca centrale americana.
La Fed si trova incastrata tra una narrativa politica aggressiva – con la Casa Bianca che spinge per più stimolo – e la necessità di mantenere credibilità e stabilità. Lo snodo decisivo sarà probabilmente il simposio di Jackson Hole, previsto per fine agosto, momento in cui potrebbero emergere indicazioni più chiare sulle intenzioni della banca centrale.
L’Europa nella rete commerciale americana
Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno annunciato quella che è stata definita come “la più grande intesa commerciale della storia transatlantica”. Ma in economia, la grandezza non si misura con le parole, bensì con i numeri, le condizioni e i costi impliciti. Il dazio del 15% su buona parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti è stato presentato come un compromesso. In realtà, si tratta di una resa strategica pensata per evitare un’escalation ben più pesante, con tariffe che sarebbero potute salire al 30% o addirittura al 50%.
Le eccezioni su alcuni settori – come l’esclusione dei farmaci e il mantenimento dei dazi su acciaio e alluminio al 50% – non modificano l’impianto generale: l’Europa ha accettato una penalizzazione strutturale in cambio di una stabilità precaria. Come sottolinea Debach, non si tratta di un passo avanti, ma piuttosto di un passo indietro meno violento di quanto temuto.
L’accordo include 600 miliardi di dollari in investimenti promessi dall’Europa e 150 miliardi in acquisti di energia e armamenti statunitensi. Più che un incentivo alla cooperazione, questi numeri rappresentano una tassa d’accesso al mercato americano. Trump è riuscito dove altri avevano fallito: ottenere un impegno economico e industriale europeo negli Stati Uniti, non attraverso accordi reciproci ma tramite pressione e minaccia. Il commercio non più come strumento di cooperazione, bensì come leva geopolitica.
E questa non è una questione che riguarda solo Bruxelles. Il paradigma è cambiato, e l’impatto rischia di estendersi ben oltre i confini dell’Unione Europea. L’impegno europeo ad acquistare armamenti statunitensi per 150 miliardi di dollari è stato letto come un colpo alla competitività dell’industria militare continentale. Una lettura che conferma come anche le decisioni politiche più bilanciate possano generare distorsioni settoriali importanti.
La settimana cruciale dei mercati globali
È iniziata quella che molti definiscono la settimana più densa dell’anno. Un crocevia dove si intrecciano trimestrali decisive, dati macroeconomici cruciali e tensioni geopolitiche latenti. Al centro della scena, ancora una volta, ci sono i dazi americani. Il 1° agosto rappresenta la scadenza fissata per l’entrata in vigore delle nuove tariffe statunitensi. L’intesa raggiunta in extremis con l’Unione Europea ha evitato il peggio, ma i dossier aperti con Canada, Corea del Sud, India, Indonesia e Cina restano fonte di rischio.
Come evidenziato da Debach (eToro), la tregua è fragile e il rischio sistemico è stato soltanto rinviato. I mercati, intanto, scrutano anche le mosse della Federal Reserve. Mercoledì, al termine della riunione del FOMC, la banca centrale americana dovrebbe lasciare i tassi invariati tra 4,25% e 4,50%, ma sarà il linguaggio di Jerome Powell, atteso in conferenza stampa alle 20:30 italiane, a influenzare profondamente le reazioni degli investitori.
Più che i dati economici, a pesare saranno le pressioni politiche. Trump continua a chiedere tagli immediati ai tassi, mentre la Fed appare intenzionata a prendere tempo, intrappolata tra la necessità di contenere l’inflazione e il timore di assecondare una narrativa politica.
Inflazione, occupazione e crescita
Giovedì sarà pubblicato il dato sul core PCE di giugno, l’indicatore d’inflazione preferito dalla Fed. Le attese sono per un aumento dello 0,3% su base mensile. Venerdì toccherà al Job Report di luglio, da cui si attendono solo 102.000 nuovi occupati, il dato più debole da febbraio, e un tasso di disoccupazione in salita al 4,2%.
Nello stesso arco temporale arriveranno anche i PIL preliminari dell’Eurozona e dei suoi principali Paesi. Le stime indicano stagnazione a livello aggregato, con una contrazione prevista per la Germania (-0,1%) e timidi segnali positivi da Francia (+0,1%), Italia (+0,2%) e Spagna (+0,6%). Quanto all’inflazione, è attesa sotto il 2% ovunque, eccetto in Spagna, dove persisterà sopra la soglia.
Ma al di là dei numeri macro, è la stagione delle trimestrali ad attrarre l’attenzione degli investitori. Nei prossimi cinque giorni pubblicheranno i conti Microsoft, Meta, Apple e Amazon: quattro colossi che, da soli, rappresentano circa il 25% della capitalizzazione dell’S&P 500. A ruota seguiranno anche i risultati di Boeing, PayPal, Visa, Mastercard, Spotify, Merck, Qualcomm, AbbVie, Exxon, Chevron, Ford, Altria, ARM, Coinbase, Cloudflare e Reddit. Le aspettative sono alte, ma anche i rischi lo sono: molte opzioni prezzano movimenti a doppia cifra dopo gli annunci.
L’ondata di trimestrali italiane
Anche in Italia si prevede una settimana intensissima. Sono attese le semestrali di Stellantis, Ferrari, Enel, Intesa Sanpaolo, Pirelli, Nexi, Leonardo, Prysmian, Campari, Recordati, Diasorin, Azimut, Technogym, Fineco, Terna, Amplifon, Brembo, Reply, insieme a molte altre blue chip.
Un passaggio decisivo per testare la tenuta delle grandi capitalizzazioni italiane in un contesto globale segnato da tensioni commerciali, rotazioni settoriali e incertezze monetarie. Come osservato anche nelle analisi di eToro, la capacità delle società europee – e italiane in particolare – di rispondere alle nuove dinamiche sarà un banco di prova essenziale per il prosieguo dell’anno.
Asia sotto i riflettori
Infine, l’attenzione si sposta anche sull’Asia, in particolare sul Giappone. Giovedì la Bank of Japan prenderà una decisione sui tassi, che secondo le attese dovrebbero rimanere invariati. Tra martedì e venerdì sono inoltre previsti dati chiave su produzione industriale, inflazione, vendite al dettaglio e occupazione. Un pacchetto di informazioni che contribuirà a definire lo stato di salute della terza economia mondiale.
